KABAT-ZINN JON.
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MEDITAZIONE NON E' QUELLO CHE PENSI.
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Titolo originale: Meditation Is Not What You Think.
Traduzione di: Diana Petech.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LAUTORE.
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Jon Kabat-Zinn, medico statunitense di origine indiana,  fondatore e direttore della Clinica per la riduzione dello stress presso lUniversit del Massachusetts e professore nel dipartimento di Medicina preventiva e comportamentale. Oltre a Dovunque tu vada, ci sei gi, Corbaccio ha pubblicato Vivere momento per momento, Riprendere i sensi, il Genitore consapevole, scritto con la moglie Myla Kabat-Zinn e Larte di imparare da ogni cosa.


A Stella, Asa e Toby
a Myla
a Will e Teresa
a Naushon
a Serena
in memoria di Sally ed Elvin
in memoria di Howie e Roz
a tutti quelli a cui importa
a ci che  possibile
a ci che  cos e basta
alla saggezza
alla lucidit
alla gentilezza
allamore.
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NUOVA PREFAZIONE. di Jon Kabat-Zinn.
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CHE COS LA MEDITAZIONE?
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Non  insolito credere di sapere che cosa sia la meditazione, soprattutto tenendo conto del fatto
che oggi  molto diffusa nel parlare comune e che spesso vi facciamo riferimento. I suoi simboli si
trovano di frequente nelle illustrazioni e sono numerosi i podcast e le conferenze online a essa dedicati.
Tuttavia molti di noi potrebbero ancora nutrire parziali e incomplete prospettive su che cosa sia la
meditazione e su che cosa essa possa fare per noi, e questo  abbastanza comprensibile.  troppo facile
cadere in certi stereotipi, come per esempio credere che per fare meditazione ci si possa limitare a stare
seduti sul pavimento allontanando in maniera radicale i pensieri dalla mente; o che per avere qualche
risultato positivo bisogna praticarla spesso e per lunghi periodi di tempo; o che essa sia
indissolubilmente legata alladozione di uno specifico sistema di credenze o di un sistema spirituale di
qualche antica tradizione. Le persone possono anche pensare che la meditazione abbia benefici quasi
magici per i nostri corpi, le nostre menti, le nostre anime. Nessuna di queste affermazioni corrisponde a
realt, sebbene ci siano elementi di verit in tutte. La realt  molto pi interessante.
Dunque, che cos la meditazione? E perch almeno provare a portarla nella vostra vita
potrebbe essere molto importante? La risposta a queste domande costituir loggetto di questo libro.
La scienza della meditazione  stato originariamente pubblicato nel 2005 come parte di un libro
pi ampio intitolato Riprendere i sensi. Guarire se stessi e il mondo attraverso la consapevolezza.
Incredibilmente, fin dalla prima edizione di questo libro, la mindfulness  diventata di gran moda.
Milioni di persone in tutto il mondo hanno intrapreso una pratica meditativa di consapevolezza mentale
come parte della loro vita quotidiana. Come speravo,  stato uno sviluppo molto positivo e promettente
e, nel corso degli anni, insieme a tante altre persone, mi sono adoperato in tutti i modi per incentivarlo,
nonostante il fatto che la moda di questa pratica abbia inevitabilmente portato con s un certo grado
di esagerazione, sfruttamento commerciale e opportunismo. Sono in tanti con poca o nessuna
preparazione o formazione in merito a sostenere di insegnarla. Tuttavia, lesagerazione pu essere vista
come un segno di successo, anche se si spera che sia relativamente di breve durata e contenuta, dal
momento che si sta ampiamente diffondendo il significativo potere di guarigione e trasformazione della
consapevolezza come pratica e modo di essere in relazione con la nostra esperienza vissuta.
Mentre la meditazione non consiste solo nel rimanere seduti sul pavimento o su una sedia, sia
letteralmente sia metaforicamente capire qual  il proprio posto  un elemento importante della
consapevolezza. Potremmo dire che essa, in sostanza,  un modo diretto e vantaggioso per coltivare una
maggiore intimit con la propria persona e con la innata capacit di essere consapevole, nonch per
renderci conto di quanto in realt sia prezioso, trascurato e sottovalutato un bene come la consapevolezza.
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UNA STORIA DAMORE CON LA VITA.
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Latto di prendere il nostro posto nella vita, che potrebbe anche essere visto come prendere
regolarmente una posizione di un certo tipo,  di per s unespressione profonda dellintelligenza
umana. In definitiva si tratta di un atto radicale di salute mentale e di amore, in cui fermiamo tutte le
azioni che ci trasportano attraverso i nostri momenti senza veramente essere presenti in essi per cadere
dentro lesistenza, anche per un momento fugace. Questa caduta  latto estremamente semplice, ma
allo stesso tempo estremamente radicale, che sostiene la consapevolezza come pratica di meditazione e
come modo di essere.  facile da imparare ed  facile da fare. Ma  altrettanto facile dimenticare di
esercitarsi, anche se questo tipo di caduta non richiede assolutamente tempo:  sufficiente ricordare
come fare per metterla in pratica.
Per fortuna, questa intimit con la nostra capacit di consapevolezza si sta facendo strada in vari
settori della societ. Essa viene sempre pi accolta e alimentata in varie forme da molte pi persone:
dagli scolari agli anziani, dagli accademici ai professionisti, dagli ingegneri informatici ai leader di
comunit e attivisti sociali, dagli studenti di diverse facolt e di medicina ai laureati in varie discipline e
 che lo si creda o no  dai politici agli atleti di tutti i livelli. Nella maggior parte dei casi, la
consapevolezza viene promossa e coltivata non come un lusso o una moda passeggera, ma
riconoscendo sempre di pi che potrebbe essere una necessit assoluta per vivere la vita a pieno e con
integrit: in altre parole, per viverla eticamente. A dispetto delle crudeli sfide che incombono su di noi
e a cui siamo esposti ogni giorno e dalle numerose e interessanti opportunit e scelte oggi disponibili, la
consapevolezza ci offre la possibilit di trascendere, almeno per un momento, i limiti autocostruiti e
abituali della nostra mente, le narrazioni che noi stessi ci diamo  che siano abbastanza vere o che non
lo siano affatto , le nostre endemiche cecit. Questa impresa  in definitiva una grande avventura
estremamente vitale, piena di alti e bassi, proprio come la vita stessa  piena di alti e bassi. Ma il modo
in cui scegliamo di essere in relazione con essa differenzia come questa avventura, lavventura della
nostra vita, si svolge. E abbiamo molta pi voce in capitolo di quanto si possa sospettare.
Ci sono molti modi diversi di coltivare la mindfulness sia attraverso la pratica della meditazione
formale sia attraverso la vita e il lavoro di tutti i giorni. Come vedremo, la meditazione formale pu
essere praticata in qualsiasi numero di posizioni: seduti, sdraiati, in piedi o camminando. E ci che
chiamiamo pratica di meditazione informale  che  la vera pratica di meditazione  implica lasciare
che la vita stessa diventi coestensiva con la pratica della meditazione e riconoscere che tutto ci che si
svolge in essa, il voluto e lindesiderato e linosservato, sia il vero programma. Quando la meditazione
diventa questo, nulla che si presenti nella nostra mente o nella nostra vita o nel mondo  escluso, e ogni
momento  perfetto per portare consapevolezza a ci che sta accadendo e quindi per imparare, crescere
e guarire.
 importante trovare il nostro modo autentico di praticare, un modo intuitivo e affidabile, che
sia vero per noi e che allo stesso tempo rimanga fedele allessenza delle antiche tradizioni da cui la
consapevolezza ha avuto origine. Questo libro ha lo scopo di aiutarci a fare proprio questo, o almeno di
iniziare questa avventura permanente. Impareremo come sviluppare una pratica di mindfulness
quotidiana se  nuova per noi o, spero, per approfondire la nostra pratica se ne abbiamo gi una. In
entrambi i casi, impareremo anche a vederla come una storia damore piuttosto che come un compito o
un peso, un altro dovere nelle nostre giornate gi troppo occupate, e quindi, in definitiva, un
profondo essere presente della vita che abbiamo da vivere. Come dimostrano decenni di ricerca, la
mindfulness pu fungere da potente alleato nellaffrontare e superare per sempre le sfide dello stress,
del dolore e della malattia.
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Fare e non fare.
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A volte essere consapevoli somiglia a fare qualcosa. E a volte essere consapevoli somiglia a non
fare nulla. Dallesterno, non sempre  possibile sapere com. Ma, anche quando somiglia o appare
come non far niente, non lo . In realt, non  affatto un fare. So che questo suona un po strano, ma la
meditazione di consapevolezza  molto pi una questione di non-fare, semplicemente di cadere
nellessere nellunico momento che noi abbiamo  questo momento  piuttosto che di fare qualcosa o
di trovare un posto. Come siamo, e ovunque siamo in qualsiasi momento, va abbastanza bene, almeno
per ora! In effetti,  perfetto, se siamo disposti a mantenere il momento nella consapevolezza purch
restiamo gentili con noi stessi senza forzare le cose. La regolare pratica della meditazione di
consapevolezza ci aiuta ad accedere alla autentica spaziosit dentro noi stessi, caratteristica della pura
consapevolezza, e a esprimerla nel modo in cui agiamo nel mondo. La consapevolezza come pratica
regolare pu, in senso letterale e metaforico, restituirci la vita, specie se siamo stressati o addolorati, o
se ci ritroviamo coinvolti in una condizione di insicurezza e di tumulto emotivo. E ovviamente tutti, in
un modo o nellaltro, ci possiamo trovare in tali condizioni in qualche momento o periodo della nostra vita.
Ma, nonostante la sua popolarit o la notoriet di tendenza in questo momento, la mindfulness 
soprattutto una pratica e, a volte, una pratica faticosa. Per la maggior parte di noi richiede una
coltivazione intenzionale e continua. E quella coltivazione  nutrita attraverso la regolare pratica
disciplinata della meditazione, pura e semplice. Ed  semplice, anche se a volte non  necessariamente
facile. Questo  uno dei motivi per cui vale la pena fare meditazione. Linvestimento di tempo ed
energia  profondamente benefico.  guarigione. Pu essere totalmente trasformativo. Questa  una
delle ragioni per cui la gente spesso dice che la pratica della consapevolezza le ha ridato la vita.
La mindfulness diventa popolare
Ci sono molti diversi motivi per cui la pratica della meditazione, e in particolare la meditazione
della consapevolezza,  diventata popolare negli ultimi quarantanni. C stato il lavoro di una sempre
crescente comunit di colleghi di tutto il mondo, e di cui ho avuto il privilegio di far parte, che insegna
MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction, la riduzione dello stress per mezzo della
consapevolezza), un programma che ho sviluppato e lanciato nel 1979 nel Centro medico
dellUniversit del Massachusetts. Negli anni successivi, MBSR ha ispirato lo sviluppo e lo studio di
altre pratiche basate sulla consapevolezza come MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Therapy, terapia
cognitiva per mezzo della consapevolezza) per la depressione e una serie di altri programmi modellati
su MBSR, e che la ricerca scientifica ha dimostrato essere validi ed efficaci.1
Lobiettivo originario di MBSR, un corso basato su un programma ambulatoriale di otto
settimane, era quello di testare il valore potenziale della pratica della consapevolezza per aiutare a
ridurre e alleviare la sofferenza associata allo stress, al dolore e alle malattie di pazienti con patologie
croniche che non rispondevano ai comuni trattamenti medici e che quindi venivano esclusi dalle cure
del sistema medico e sanitario tradizionale. MBSR doveva essere una rete di sicurezza per recuperare
questi pazienti e sfidarli a fare qualcosa per se stessi partecipando al proprio percorso di salute e
benessere, a partire da dove avevano abbandonato la medicina tradizionale. MBSR non  stato
concepito per essere un nuovo trattamento medico o una terapia. Piuttosto,  stato pensato come
intervento di sanit pubblica autoeducativo che nel tempo, mentre sempre pi persone vi facevano
ricorso, avrebbe dovuto avere il potenziale per spostare la curva a campana dellumanit in direzione di
maggior salute, benessere e saggezza. In un certo senso, stavamo insegnando alle persone a collaborare
con tutto ci che i medici e lospedale potessero fare per loro, mobilitando le risorse interiori attraverso
la pratica della consapevolezza e verificando se tramite essa potevano evitare di essere ricoverate in
ospedale, o almeno di esserlo per periodi meno lunghi, dal momento che avevano imparato a prendersi
pi cura di se stesse e a sviluppare nuovi modi per affrontare e modulare efficacemente i livelli di stress
e dolore, i problemi di salute e le condizioni croniche.
Volevamo vedere, e documentare come meglio potevamo, se le pratiche meditative che
enfatizzavano la consapevolezza, praticate con regolarit per 45 minuti al giorno, sei giorni alla
settimana nelle otto settimane del programma, avrebbero fatto una significativa differenza nella qualit
della vita e nella salute e benessere dei partecipanti. Per la maggior parte di loro non c stato alcun
dubbio fin dallinizio. Potevamo effettivamente vedere i cambiamenti nelle persone durante le otto
settimane e loro hanno condiviso felicemente in aula alcuni dei cambiamenti che stavano vivendo e da
cui traevano giovamento. La nostra raccolta di dati lo ha poi confermato.
A partire dal 1982 iniziammo a condividere i risultati nella letteratura medica. Nel giro di pochi
anni, altri scienziati e clinici intrapresero lesame sempre pi rigoroso della consapevolezza,
aggiungendo i loro studi allormai vasto corpus di conoscenze su questo argomento della comunit scientifica.
Oggi c una fiorente esplorazione della consapevolezza e dei suoi potenziali usi in medicina,
psicologia, neuroscienza e in molti altri campi.  questo un fatto di per s rilevante perch rappresenta
la confluenza di due domini della conoscenza umana che non si sono mai incontrati prima: medicina e
scienza da un lato e antiche pratiche contemplative dallaltro.
Quando  stato pubblicato Riprendere i sensi nel gennaio 2005, cerano solo 143 articoli
pubblicati in quel momento nella letteratura medica e scientifica che contenevano la parola
mindfulness nel titolo. Ci rappresenta il 3,8 per cento dei 3737 documenti pubblicati sullargomento
fino al 2017. Nel frattempo, in medicina e nella scienza pi in generale  emerso un intero campo di
studi in cui vengono esaminati i numerosi effetti della consapevolezza: dalla straordinaria capacit del
cervello di rimodellarsi (neuroplasticit), agli effetti sui geni e sulla loro regolazione (epigenetica), sui
telomeri e quindi sullinvecchiamento biologico e sui nostri pensieri ed emozioni (specie in termini di
depressione, ansia e dipendenza), cos come sulla vita familiare, lavorativa e sociale.
Una nuova struttura per un nuovo tempo
Ho accennato in precedenza che La scienza della meditazione  stata originariamente pubblicata
nel 2005 come parte di un libro pi ampio, Riprendere i sensi. Dato tutto ci che  emerso da allora, ho
pensato che potrebbe essere utile dividere questo libro in quattro volumi pi brevi per una nuova
generazione di lettori. Poich in questo momento state tenendo il primo di questi libri tra le vostre
mani, immagino che dobbiate essere almeno un po curiosi riguardo alla meditazione in generale e alla
consapevolezza in particolare se lavete preso e letto fin qui. Ma anche se non siete cos curiosi, o se vi
spaventa un po pensare di aggiungere la meditazione alla vostra vita  unaltra cosa che dovrete fare o
che vi far perdere tempo e momenti preziosi che non pensate di avere, che vi angoscia per quello che
potrebbero pensare le vostre famiglie e i vostri amici, o anche se lidea stessa di meditazione formale
non vi entusiasma o vi sembra inverosimile e impraticabile , non c bisogno di preoccuparsi. Questo
non  un problema. Perch la meditazione, e in particolare la meditazione consapevole, non  quello che pensate.
Ci che la meditazione pu fare  trasformare la vostra relazione con il vostro pensiero. Pu
aiutarvi a relazionarvi con una di quelle capacit diverse di cui gi siete in possesso e che potete usare
piuttosto che imprigionare, come spesso facciamo con i nostri pensieri quando dimentichiamo che sono
solo pensieri ed eventi della consapevolezza, non verit. Quindi possiamo dire che questo libro riguarda
il che cosa e il perch della consapevolezza.
Il successivo libro della serie, Risveglio, esplora in dettaglio come procedere per coltivare in
maniera sistematica la mindfulness nella vita di tutti i giorni. Il potere di guarigione e di trasformazione
della consapevolezza  insito nella pratica stessa. La consapevolezza non  una tecnica.  un modo di
essere in una relazione saggia con lintera esperienza interiore ed esteriore. Ci significa che i vostri
sensi, tutti i sensi  e ce ne sono molti pi di cinque, come vedrete , svolgono un ruolo notevole e
determinante. Quindi possiamo dire che questo secondo libro riguarda il come della consapevolezza in
dettaglio, sia come pratica di meditazione formale sia come modo di essere.
Il terzo libro, Guarire con la mindfulness, riguarda la promessa della consapevolezza. Esplora i
suoi potenziali benefici da una prospettiva molto ampia, inclusi due studi in cui sono stato direttamente
coinvolto. Non ho documentato in dettaglio i risultati di tutte le nuove ricerche scientifiche che sono
state pubblicate dal 2005. Sarebbe stato travolgente e ogni giorno ne saranno pubblicate ancora. Ma le
principali tendenze sono riassunte nella prefazione a questo terzo volume, con riferimenti a testi che
descrivono alcune delle pi interessanti e recenti ricerche.
Al di l dei riferimenti scientifici, questo terzo libro della serie evoca anche parte della bellezza
e della poesia inerente a tutta una serie di prospettive e circostanze che per noi potrebbero essere sia
illuminanti sia curative. Alcune si basano sulle tradizioni meditative, in particolare Zen, Vipassana,2
Dzogchen e Hatha Yoga, che mi hanno coinvolto profondamente e mi hanno spinto a integrare la
consapevolezza nella mia vita da quando avevo ventun anni. Tutte sottolineano il valore dello stato
originario di veglia e della nostra intrinseca interconnessione. Le loro potenti prospettive, intuizioni e
pratiche ci sono state trasmesse nel corso dei secoli, unimportante eredit oggi molto viva e fiorente.
Il quarto libro, La mindfulness  per tutti, riguarda la realizzazione della consapevolezza nella
propria vita, ossia come renderla reale e fonderla nel miglior modo possibile nel nostro percorso, non
solo in quanto individui ma come membri della famiglia umana. Questo libro si concentra meno sul
corpo e pi su come governare il corpo, e illustra ci che abbiamo imparato dalla medicina negli ultimi
quarantanni e quanto abbiamo appreso dalle tradizioni contemplative negli ultimi millenni, nozioni di
fondamentale importanza per lHomo sapiens sapiens in questo momento sul pianeta. Evoca anche il
nostro potenziale come esseri umani viventi unici e spiega qual  il nostro posto nel mondo nel
momento in cui continuiamo ad abitare lo stato di veglia e ad assaporare la creativit, la generosit, la
cura, la disinvoltura e la saggezza che lo originano in modo naturale. Quindi il volume include non solo
la realizzazione individuale, ma anche un risveglio pi sociale e a livello di specie fino al nostro pieno
potenziale di esseri umani.
Spero con questi quattro libri di introdurre una nuova generazione al potere senza tempo della
mindfulness e ai tanti diversi modi in cui esso pu essere descritto, coltivato e applicato nel mondo
attuale. In effetti, confido che molte nuove applicazioni e approcci saranno sviluppati e implementati
dalle generazioni future a loro modo, adeguati alle circostanze in cui si troveranno. Oggi, queste
circostanze includono una nuova consapevolezza del riscaldamento globale, gli inconcepibili costi
umani e la distruttivit della guerra, lingiustizia economica istituzionalizzata, il razzismo, il sessismo,
la discriminazione degli anziani, il pregiudizio implicito, le molestie e le violenze sessuali, il bullismo,
le sfide dellidentit di genere, il cyber-hacking, linfinita competizione per catturare la nostra
attenzione  la cosiddetta economia dellattenzione , una generale mancanza di civilt, lestrema
polarizzazione e la demagogia del governo e tra i governi, insieme a tutti gli altri orrori e alla squisita
bellezza che hanno sempre fatto parte della vita umana.
 tuttavia importante tenere a mente che nulla  davvero cambiato. Come i francesi amano dire,
plus a change, plus cest la meme chose. Pi le cose cambiano, pi rimangono le stesse. Lavidit,
lodio e lillusione esistono dalla notte dei tempi nella mente umana e hanno dato origine a uninfinit
di violenze e sofferenze. In questo momento per noi possiamo scegliere la strada della consapevolezza
per il nostro bene e per il bene del mondo. E se la mente conosce se stessa in modo profondo conosce
anche la bellezza, la gentilezza, la creativit e lintuizione, che esistono sin dallalba dei tempi. La
generosit e la gentilezza, la tenerezza e la compassione sono sempre state parte essenziale della natura
e della condizione umana, cos come larte, la musica, la poesia, la scienza e la possibilit di saggezza e
di pace interiore ed esteriore.
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Il potere del momento presente quando  abbracciato nella consapevolezza.
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Non c dubbio che la consapevolezza, la compassione e la saggezza siano oggi ancora pi importanti, anche se lessenza della consapevolezza riguarda la nostra relazione con questo momento e con qualsiasi momento cos com, comunque sia,  ed  sempre stata senza tempo. Il passato  disponibile solo per noi in questo momento presente.  quello che deve ancora svolgersi nel futuro che cerchiamo incessantemente di immaginare e controllare. Se vogliamo che il futuro sia diverso, lunico mezzo che abbiamo a nostra disposizione  di abitare pienamente il momento presente, con la
consapevolezza e con il cuore.  di per s unazione, anche se sembra di non agire. Il momento
successivo sar ricco di nuove possibilit proprio perch eravamo disponibili a raggiungere questa
condizione. Se abitiamo questo momento completamente, il momento successivo (il futuro)  gi
diverso. Ogni momento attuale  un punto di diramazione. Tutto pu svolgersi nel futuro, ma ci che si
svolge dipende da se e in che misura siamo disposti a mostrarci pienamente svegli e consapevoli in
questo momento. Certo, a volte  importante agire al servizio della saggezza e della compassione, della
giustizia e della libert. Ma le azioni stesse possono essere irragionevoli o inefficaci a meno che non
lasciamo che il nostro agire esca dal nostro essere.  una forma di fare completamente diversa, lo
potremmo chiamare un saggio fare o unazione saggia, un autentico atto plasmato nella fornace della consapevolezza.
Se controlliamo lorologio, troveremo sempre, meraviglia delle meraviglie, che ora  di nuovo
qui. Quale momento migliore per darsi alla consapevolezza come pratica e come modo di essere, e cos
facendo iniziare, riprendere o rinvigorire un viaggio di apprendimento, crescita, guarigione e
trasformazione? Allo stesso tempo, paradossalmente, non andremo da nessuna parte, poich siamo gi
integri, gi completi, gi nella nostra pienezza. La consapevolezza non  e non pu consistere nel
migliorare noi stessi, perch siamo gi una totalit, siamo gi completi, perfetti (incluse tutte le nostre
imperfezioni). Piuttosto, implica riconoscere che in questo momento siamo gi integri, gi completi,
nonostante le controargomentazioni a cui potrebbe appellarsi qualche parte intelligente della nostra
mente pensante in questo stesso momento. Si tratta di rivendicare la piena dimensionalit dellunica
vita da vivere mentre ne abbiamo la possibilit, e di incarnarla in uno o potenzialmente infiniti modi
creativi di realizzare in quel momento la consapevolezza. C una favolosa libert di scelta e creativit
in questo modo di essere sia svegli sia consapevoli momento per momento.
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UN ARCO EVOLUTIVO.
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La pratica della mindfulness risale a migliaia di anni fa ed  attestata nelle antiche civilt
indiane e cinesi, persino prima del Buddha, sebbene fu il Buddha e coloro che seguirono le sue orme
nel corso dei secoli che la articolarono pi chiaramente e nei minimi dettagli. Il Buddha parl della
consapevolezza come la via diretta alla liberazione dalla sofferenza. Come abbiamo visto, la
consapevolezza pu essere pensata come un modo di essere che oggi riesamina e riarticola lessenza
della veglia e come potrebbe essere incarnata nei nuovi tempi e culture di fronte alle recenti sfide. La
parola consapevolezza rappresenta un arco evolutivo della saggezza umana che si  sviluppata per
secoli e che attualmente elabora nuovi modi e assume nuove forme per aiutarci a riconoscere lintegrit
intrinseca della nostra vita come esseri planetari interconnessi, nutrendo in tal modo lo sviluppo delle
nostre cos giovani e precoci specie. Attraverso ricerche, scambi continui e dialoghi tra scienziati e
contemplativi e grazie al lavoro di un numero sempre crescente di docenti di consapevolezza,
specializzati e ben addestrati, provenienti da molte tradizioni e culture diverse, stiamo trovando modi
sempre pi validi per comprendere la consapevolezza e i suoi effetti potenzialmente curativi e
trasformativi, nonch nuove maniere per implementarla in diversi settori. Anche i politici e i governi di
tutto il mondo stanno iniziando a prendere nella giusta considerazione la consapevolezza, a impegnarsi
nella sua coltivazione e pratica e a sviluppare politiche basate sul suo potenziale per stimolare la salute
di comunit e nazioni. Non che dovremmo avere troppa fiducia nei politici, ma anche loro sono esseri
umani e in alcune circostanze possono agire per il bene superiore in modi che potrebbero essere di
grande aiuto per i deboli e gli emarginati delle societ.
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LA SFIDA E LASPIRAZIONE.
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Concludendo, possiamo dire che la sfida pi importante consiste nel recuperare lo stato di
veglia originario per raggiungere i nostri sensi in senso letterale e metaforico cos come possiamo: la
consapevolezza  fondamentalmente una storia damore con ci che  pi profondo e migliore di noi
stessi in quanto esseri umani. Solo in questo modo saremo in una posizione migliore per vedere ci che
 qui per essere visto, per sentire ci che  qui per essere sentito, per diventare pi consapevoli
attraverso tutti i nostri sensi. Lesperienza umana attende di essere invitata pi pienamente nella nostra
vita, di essere tenuta nella consapevolezza e, come lesperimento o lavventura di una vita, di vedere
che cosa potrebbe accadere mentre ne abbiamo la possibilit. Benvenuti in un circolo sempre pi in
espansione di intenzionalit e veglia incarnata.
Possa il vostro interesse e la vostra comprensione della consapevolezza crescere e fiorire,
nutrendo e vivificando la vostra vita e il vostro lavoro, la vostra famiglia e la vostra comunit, e il
mondo a cui tutti apparteniamo, di momento in momento e di giorno in giorno.
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Jon Kabat-Zinn, Northampton, Massacchusset, 24 gennaio 2018.
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Introduzione.
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LA SFIDA DI TUTTUNA VITA.
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 forse proprio quando non sappiamo pi che fare che siamo giunti al nostro compito reale; e forse  quando non sappiamo pi dove andare che incomincia davvero il nostro viaggio.
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WENDELL BERRY.
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Non so voi, ma per quanto mi riguarda sento che siamo arrivati a un punto critico della vita su
questo pianeta. Le cose potrebbero mettersi in svariati modi diversi. Sembra che il mondo sia in
fiamme, e che lo sia il nostro cuore: bruciante di incertezza, privo di convinzioni, spesso pieno di stati
danimo intensi e appassionati quanto poco saggi. Il modo in cui consideriamo noi stessi e il mondo
avr una grande influenza sulla piega che prender il futuro: ci che finir per essere, in futuro, per noi
sia come individui sia come societ, sar determinato in buona misura dalla nostra innata,
incomparabile capacit di consapevolezza nel presente. Il domani sar plasmato da ci che scegliamo
di fare per guarire lo stress e linsoddisfazione tipici della nostra vita e del nostro tempo, nutrendo e
proteggendo allo stesso tempo tutto ci che di buono e di bello e di salutare c in noi stessi e nel mondo.
La sfida, a mio parere, consiste nel riprendere i sensi, individualmente e in quanto specie
umana. Bisogna dire, per essere giusti, che ovunque si sta verificando un movimento notevole verso
quella direzione, con rivoletti e ruscelli di creativit e bont e cura fra gli uomini, poco evidenti e ancor
meno compresi, che vanno ad alimentare fiumi crescenti di consapevolezza, apertura, compassione,
saggezza, anche dinanzi alle numerose sfide che il mondo sta affrontando. Non sappiamo dove ci stia
portando questa avventura, sia come specie umana sia per quel che riguarda la nostra vita privata e
individuale, neanche da un giorno allaltro. La destinazione di questo viaggio collettivo nel quale siamo
coinvolti non  n fissata n predeterminata, il che vuol dire che non c nessuna destinazione, c solo
il viaggio stesso. Quello che ci troviamo a fronteggiare ora e il modo in cui gestiamo il momento
presente configurano ci che potrebbe emergere nel momento successivo e in quello dopo ancora,
dandogli forma in modi che sono indeterminati e in fin dei conti indeterminabili, misteriosi.
Una cosa  certa, per: questo  un viaggio nel quale siamo imbarcati tutti, tutti sul pianeta, che
ci piaccia o no, che lo sappiamo o no, che si svolga secondo i nostri piani oppure no. La vita  ci che
accade, e la sfida  viverla dandole limportanza che le spetta. Noi esseri umani possiamo sempre fare
una scelta, a riguardo: possiamo lasciarci trascinare passivamente da forze e abitudini che ci ostiniamo
testardamente a non osservare e che ci imprigionano in allucinazioni e incubi potenziali, oppure
possiamo impegnarci a fondo nella vita, risvegliarci a essa, partecipare appieno al suo svolgimento, che
ci piaccia o no quel che ci succede in quel momento. Solo quando ci risvegliamo la nostra vita si fa
reale e ha qualche possibilit di liberarsi delle illusioni, dei malesseri, della sofferenza che viviamo a
livello individuale e collettivo.
Anni fa, durante un ritiro di meditazione di dieci giorni quasi tutto in silenzio, un maestro di
meditazione apr il colloquio individuale con lui chiedendomi: Come la sta trattando il mondo?.
Bofonchiai una risposta qualunque, del genere che le cose mi andavano bene. Poi mi chiese: E lei
come sta trattando il mondo?.
Rimasi di stucco: era lultima domanda che mi sarei aspettato. Era chiaro che non intendeva
dire cos in generale, che non stava facendo conversazione da salotto: voleva dire proprio l, al ritiro,
quel giorno, nelle cose che allepoca mi sembravano di poco conto, perfino banali. Pensai la risposta:
avevo lasciato il mondo, in pratica, per partecipare a quel ritiro; il suo commento per mi port a
considerare che non c modo di lasciare il mondo e che anzi era importante il modo in cui mi
mettevo in relazione con il mondo in ogni singolo momento, anche in quellambiente volutamente
semplificato che  un ritiro; di fatto era essenziale allo scopo ultimo per cui mi trovavo l. In
quellistante mi resi conto che avevo molto da imparare, innanzitutto sulla ragione per cui mi trovavo l
e poi su che cosa fosse davvero la meditazione e, alla base di tutto, su che cosa stavo facendo della mia vita.
Con gli anni, gradualmente, sono arrivato a vedere ci che  evidente: che le due domande del
maestro, in realt, sono due facce diverse della stessa medaglia, perch in ogni momento della nostra
vita siamo in relazione intima con il mondo. Il dare-e-ricevere di quella relazione modella di continuo
la nostra vita; modella e definisce anche il mondo in cui viviamo e in cui si svolgono le nostre
esperienze. Il pi delle volte noi consideriamo indipendenti fra loro questi due aspetti della vita: come
mi tratta il mondo e come io tratto il mondo. Avete notato con quanta facilit cadiamo nellidea di
essere attori che si muovono su una scena inerte, come se il mondo fosse solo esterno e non anche
interno? Avete notato che spesso agiamo come se ci fosse una grossa separazione tra l fuori e
qui dentro, quando lesperienza ci dice che si tratta della pi sottile delle membrane, anzi che in
realt non c proprio nessuna separazione? Anche se percepiamo la relazione intima che intercorre fra
esterno e interno, possiamo rimanere francamente insensibili ai tanti modi in cui la nostra vita collide
con il mondo e ne modifica la forma, come ai tanti modi in cui  il mondo a modellare la nostra vita, in
una danza simbiotica di reciprocit e interdipendenza a tutti i livelli: da quello dellintimit con il
nostro corpo e la nostra mente e con ci che vivono, a quello della relazione che ci lega ai nostri
familiari; dalle nostre abitudini dacquisto a quel che pensiamo, dalle notizie che guardiamo (o non
guardiamo) in televisione fino al modo in cui agiamo o non agiamo nellambito, pi vasto, della nostra nazione.
Questa insensibilit ci costa particolarmente cara; pu essere perfino distruttiva, quando
cerchiamo di forzare le cose a essere in un dato modo, a modo mio, come capita spesso,
infischiandocene della potenziale violenza che si porta dietro una simile frattura nel ritmo delle cose
(che, sia pure su scala minuscola, ha comunque un suo peso). Prima o poi quella forzatura finisce per
negare la reciprocit, la bellezza del dare-e-ricevere e la complessit della danza stessa e noi in quella
danza ci ritroviamo, volenti o nolenti, a pestare i piedi a un sacco di gente. Quellinsensibilit,
quellessere fuori contatto, ci isola dalle nostre stesse possibilit. Ci rifiutiamo di riconoscere le cose
come sono realmente in ogni momento, forse perch non vogliamo che siano in quel modo, e
cerchiamo di costringere una situazione o una relazione a essere come vorremmo noi, per paura che
altrimenti i nostri desideri non sarebbero soddisfatti; questo ci fa dimenticare che il pi delle volte non
sappiamo neanche bene quale sia, il nostro modo, crediamo solo di saperlo. E dimentichiamo che si
tratta di una danza straordinariamente complessa e insieme anche semplice; dimentichiamo che
succedono cose nuove e interessanti quando smettiamo di cedere alle nostre paure, quando smettiamo
di imporre la nostra verit e ci mettiamo a viverla, il che ci porta ben al di l della limitata capacit
personale di esercitare un controllo stretto sulle cose, sul lungo periodo.
In quanto individui e in quanto specie umana non possiamo pi permetterci di ignorare questa
nostra fondamentale caratteristica di reciprocit e interconnessione; n possiamo ignorare il fatto che
dai nostri desideri pi profondi e dalle nostre intenzioni emergono nuove, interessanti possibilit 
quando siamo davvero fedeli e sinceri e autentici nei loro riguardi, anche se a volte ci sembrano
misteriosi o poco decifrabili. Le scienze, la filosofia, la storia, le tradizioni spirituali ci hanno portato a
vedere che la nostra salute e il nostro benessere di individui, la nostra felicit, e alla fin fine anche la
continuit della specie  quel fiume di vita del quale noi siamo solo una bollicina momentanea, quel
flusso nel quale per le generazioni future noi siamo i donatori di vita e i costruttori del mondo 
dipendono dalle scelte che facciamo su come vivere la nostra vita, intanto che siamo in vita.
Allo stesso tempo siamo arrivati a capire che la Terra stessa sulla quale viviamo dipende in
grandissima misura da quelle stesse scelte,  determinata in larga parte dal nostro comportamento
collettivo in quanto esseri sociali.
Per fare un esempio solo, tranne in pochi casi eccezionali, si possono ricostruire accuratamente
le variazioni di temperatura sul globo almeno degli ultimi 400.000 anni e si nota che sono passate da
estremi di grande calore e di grande gelo. Ora ci troviamo in un periodo relativamente caldo, fino a
poco tempo fa non pi caldo di una qualunque altra era calda fra quelle che la Terra ha gi vissuto. Nel
2002 sono rimasto sbalordito quando ho saputo, in un incontro fra il Dalai Lama e un gruppo di
scienziati, che negli ultimi quarantaquattro anni il livello di anidride carbonica nellatmosfera  salito
del diciotto per cento e ora  il pi alto degli ultimi 160.000 anni; questo lo si  scoperto misurando
lanidride carbonica contenuta nei campioni di ghiaccio prelevato in profondit nellAntartico. E quel
livello continua a salire, in percentuale crescente.3 Adesso il 2015, il 2016 e il 2017 sembrano essere gli
anni pi caldi mai registrati.
Limponente e allarmante aumento di CO2  interamente dovuto alle attivit degli esseri umani.
LIntergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo di studio intergovernativo sulle modificazioni
climatiche) prevede che se non si far qualcosa il livello di CO2 nellatmosfera sar raddoppiato nel
2100 e di conseguenza la temperatura media del globo potrebbe innalzarsi moltissimo. Una delle
conseguenze, com noto,  che al Polo Nord in estate c gi acqua allo stato liquido, che il ghiaccio si
sta sciogliendo in entrambi i Poli e che in tutto il mondo i ghiacciai si stanno ritirando e rapidamente
estinguendo. Le potenziali conseguenze (per esempio linnesco di fluttuazioni caotiche che
destabilizzino il clima mondiale) sono preoccupanti se non addirittura terrificanti e oggi osserviamo i
risultati di questa destabilizzazione nella crescente violenza delle tempeste e nel loro impatto sulle
nostre citt. Anche se sono sostanzialmente imprevedibili, fra le conseguenze si possono annoverare un
evidente innalzamento del livello dei mari in tempi relativamente brevi e linondazione di tutte le citt e
gli insediamenti abitativi sulle coste di tutto il mondo. Immaginatevi Manhattan se loceano si alzasse
di quindici metri! E immaginatevi che cosa accadrebbe al Bangladesh, ai paesi costieri, ai centri urbani e alle isole.
Potremmo dire che i cambiamenti di temperatura e che landamento meteorologico siano un
sintomo, e solo uno tra molti, di una sorta di malattia autoimmune della Terra: uno specifico effetto
delle attivit umane sta seriamente minando lequilibrio dinamico generale del corpo globale del
pianeta. Ne siamo a conoscenza? Ce ne importa qualcosa?  un problema che non ci riguarda?  un
problema loro, chiunque siano, scienziati, governi, politici, imprese commerciali, industria
automobilistica? Se davvero facciamo tutti parte di un unico corpo, non potremmo riprendere i sensi
collettivamente, su questo argomento, e ripristinare un qualche equilibrio dinamico? Riusciamo a farlo,
in uno qualsiasi dei tanti campi in cui le attivit della specie umana minacciano la nostra stessa vita,
quella delle generazioni future e di fatto anche quella di molte altre specie?
Secondo me  proprio ora che prestiamo attenzione a quello che gi sappiamo o percepiamo,
non solo nel mondo esterno  nelle relazioni con gli altri e con lambiente  ma anche nel mondo
interiore dei nostri pensieri e sentimenti, delle aspirazioni e delle paure, delle speranze e dei sogni. Noi
tutti abbiamo in comune alcune cose, a prescindere da chi siamo e come viviamo: condividiamo quasi
tutti il desiderio di vivere in pace, di perseguire i nostri desideri privati e i nostri impulsi creativi e di
contribuire validamente a uno scopo pi ampio; abbiamo desideri di adeguatezza e di appartenenza;
vogliamo essere stimati per quello che siamo, vogliamo fiorire come individui e come famiglie e come
societ con finalit comuni e considerazione reciproca, vivere in un equilibrio dinamico individuale
(ossia in buona salute) e un equilibrio dinamico collettivo, quello che si usa chiamare il bene
comune, che onori le nostre differenze, metta a frutto al meglio la nostra creativit, renda possibile un
futuro in cui non vengano fatti danni con leggerezza n venga minacciato quanto c di pi vitale per il
nostro benessere e per la nostra stessa esistenza.
Un equilibrio dinamico collettivo del genere, secondo me, somiglierebbe molto a un paradiso o
per lo meno ci farebbe sentire a nostro agio e a casa.  questa la sensazione che d la pace,  questo
che si prova quando davvero siamo in pace e conosciamo la pace, interiore ed esteriore.  questo che si
prova quando si  in buona salute.  questo che si prova con la vera felicit;  essere a casa, nel
senso pi profondo. Non  quello che dichiariamo tutti di volere?
Paradossalmente quellequilibrio  gi qui a portata di mano, in ogni momento, in modi sottili
che non sono poi neanche tanto sottili e che non hanno niente a che fare con la forza del pensiero per
realizzare i desideri n con un controllo rigido e autoritario delle cose n con lutopia. Quellequilibrio
c gi quando ci mettiamo in sintonia con il nostro corpo e la nostra mente e con le forze che ci
portano avanti lungo la giornata come negli anni, in particolare con le motivazioni che ci spingono, con
la nostra idea delle cose per cui vale la pena di vivere e delle azioni da intraprendere. Quellequilibrio
sta nei piccoli gesti di gentilezza fra estranei e in famiglia e persino  in tempi di guerra  fra supposti
nemici; c ogni volta che mettiamo le bottiglie o i giornali nei rispettivi cassonetti per il riciclaggio, o
stiamo attenti a non sprecare acqua, o ci associamo per prenderci cura del quartiere o per proteggere le
zone naturali in pericolo e le altre specie con cui condividiamo questo pianeta.
Se tutti noi soffriamo per la malattia autoimmune del pianeta, e se la causa di questo suo male
affonda le radici nellattivit e negli stati mentali degli esseri umani, allora dovremmo proprio metterci
a considerare che cosa potremmo imparare da quello che dicono le punte pi avanzate della medicina
odierna sugli approcci pi efficaci a condizioni come questa. A quanto risulta, negli ultimi quarantanni
la medicina ha potuto imparare ricerche e pratiche cliniche sempre pi numerose nel campo che si
definisce con svariati termini  medicina psicosomatica, medicina comportamentale, medicina integrata
 che il misterioso equilibrio dinamico che chiamiamo salute coinvolge sia il corpo sia la mente (per
utilizzare il nostro modo di parlare goffo e artificiale che stranamente li divide luno dallaltra) e pu
essere migliorato con specifiche qualit di attenzione che offrano sostegno, ristoro, guarigione. Si 
scoperto che tutti noi abbiamo, nel profondo, nel cuore e nelle ossa, una capacit di una pace e un
benessere interiori che sono vitali, dinamici, di sostegno; e che abbiamo uninnata intelligenza, enorme
e dalle molte sfaccettature, che arriva ben oltre quella meramente concettuale. Quando mobilitiamo e
affiniamo queste capacit e le mettiamo in funzione siamo molto pi sani a livello fisico, emotivo e
spirituale. E molto pi felici. Perfino il pensiero si fa pi chiaro, e siamo meno tormentati dalle tempeste interiori.
Se siamo motivati a farlo, questa capacit di attenzione e di azione intelligente pu essere
coltivata, nutrita e affinata al di l dei nostri sogni pi audaci. Purtroppo, questa motivazione ci nasce
dentro spontanea solo nellimpatto con una malattia pericolosa o con uno shock grave e destrutturante
che ci fanno stare malissimo fisicamente e psichicamente. La scintilla pu scoccare, come succede a
molti dei nostri pazienti che seguono il programma MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction,
riduzione dello stress per mezzo della consapevolezza) nella Clinica per la riduzione dello stress,
quando ci si rende conto di colpo che lodierna medicina tecnologica, per quanto stupefacente, ha
limitazioni grossolane e dunque le cure davvero integrali sono una rarit e che le terapie spesso offrono
solo unazione di retroguardia volta a mantenere lo status quo, anche ammesso che una scienza inesatta
e troppo spesso ahim inadeguata riesca a offrire qualche trattamento efficace e perfino una diagnosi corretta.
 giusto dirlo, senza temere di esagerare: come abbiamo visto nella Prefazione i nuovi sviluppi
della medicina, neuroscienza ed epigenetica mostrano che le persone possono mobilitare risorse innate
che sembriamo condividere tutti grazie al fatto stesso di appartenere al genere umano: risorse di
apprendimento, di crescita, di guarigione e di trasformazione che abbiamo a disposizione per tutto il
corso della vita. Queste capacit sono racchiuse nei cromosomi, nei geni e nel genoma, nel cervello, nel
corpo, nella mente, nelle relazioni che abbiamo con gli altri e con il mondo. Vi accediamo a partire dal
punto in cui siamo, qualunque sia, e nellunico momento di cui disponiamo, che  sempre e solo
adesso. Tutti abbiamo in noi un potenziale di guarigione e di trasformazione, qualunque sia la
situazione in cui ci troviamo, che sia di vecchia data o appena comparsa, che la percepiamo buona,
cattiva o tremenda, senza speranza o piena di speranze, che la consideriamo provocata da cause
interne o esterne. Queste risorse interiori ci appartengono per diritto di nascita. Sono a nostra
disposizione per tutto il corso della vita perch non sono assolutamente separate da noi stessi:  nella
nostra natura imparare, crescere, guarire e avanzare verso mentalit e azioni pi sagge, verso una
maggiore comprensione per noi stessi e per gli altri.
Queste capacit devono essere scoperte, sviluppate e utilizzate.  la sfida del tempo attuale:
sfruttare al massimo i momenti che abbiamo. Di norma, sprechiamo facilmente i nostri momenti o li
occupiamo con qualcosa che non sempre desideriamo. Ma  ugualmente facile rendersi conto che, nello
svolgersi delle nostre vite, in realt non abbiamo altro che momenti in cui vivere, ed  un dono essere
presenti per essi perch quando lo siamo comincia effettivamente ad accadere qualcosa di interessante.
Questa sfida di una vita, scegliere di coltivare le capacit di apprendimento, crescita, guarigione
e trasformazione proprio nel mezzo dei nostri momenti,  anche lavventura di una vita. Inizia un
viaggio verso la realizzazione di chi siamo veramente e viviamo le nostre vite come se fossero davvero
importanti. E lo sono, pi di quanto pensiamo. Pi di quanto possiamo pensare, e non solo per il nostro
godimento o il nostro compimento: gioia e sentimenti di benessere e realizzazione sono destinati comunque a sbocciare.
Questo viaggio finalizzato a una maggiore salute e sanit mentale si svolge mobilitando e
sviluppando risorse che gi tutti abbiamo. E la pi importante  la nostra capacit di prestare
attenzione, in particolare a quegli aspetti delle nostre vite a cui non abbiamo mai fatto molto caso, anzi
che abbiamo ignorato, apparentemente per sempre.
Prestare attenzione affina e alimenta lintimit con la consapevolezza, quella caratteristica del
nostro essere che, insieme al linguaggio, distingue il potenziale della nostra specie per la capacit di
apprendimento e trasformazione, a livello sia individuale sia collettivo. Noi cresciamo e cambiamo,
impariamo e diventiamo consapevoli attraverso lapprendimento diretto tramite i nostri cinque sensi e il
potere della mente, che i buddhisti considerano un senso a s stante. Siamo in grado di percepire che
ogni aspetto dellesperienza esiste allinterno di una rete infinita di relazioni, alcune delle quali di
fondamentale importanza per il nostro benessere immediato o a lungo termine.  vero, potremmo non
vedere subito molte di quelle relazioni. Per ora potrebbero essere dimensioni pi o meno nascoste nel
tessuto delle nostre vite, ancora da scoprire. Anche cos, queste dimensioni nascoste, o quelli che
potremmo chiamare i nuovi gradi di libert, sono potenzialmente disponibili per noi e un po alla
volta si rivelano a noi mentre continuiamo a coltivare e a dimorare nella nostra capacit di
consapevolezza cosciente. Frequentando sia il timore reverenziale sia la tenerezza verso
lincredibilmente complesso, ma fondamentalmente ordinato, universo, mondo, nazione, geografia,
terreno sociale, famiglia, mente e corpo, ci localizziamo e orientiamo. Che ci piaccia o no ciascuna di
tali dimensioni, a ogni livello,  continuamente fluttuante e mutevole. Esse ci forniscono innumerevoli
sfide e opportunit inaspettate per recuperare il nostro stato di veglia e quindi per crescere e orientarci
verso una maggiore saggezza delle nostre azioni e verso la repressione della torturata sofferenza delle
nostre menti in tumulto, abitualmente cos lontane dalla quiete e dal riposo.
Questo viaggio verso la salute e la sanit mentale non  altro che un invito a svegliarsi alla
pienezza delle nostre vite mentre le abbiamo da vivere, e non sui nostri letti di morte, come ci aveva
messo in guardia in maniera cos suggestiva Henry David Thoreau in Walden quando ha scritto:
Andai nei boschi perch desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali
della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non
scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.
Morire senza vivere a pieno, senza svegliarci alle nostre vite mentre ne abbiamo la possibilit, 
un rischio sempre presente ed  determinante per tutti noi, dati lautomaticit delle nostre abitudini e il
ritmo incessante in cui gli eventi si svolgono in questa epoca. Ma, come afferma Thoreau,  possibile
imparare a radicarci nella nostra innata capacit di attenzione saggia e aperta, ed  tanto possibile
quanto desiderabile assicurarci e poi abitare una vasta e ampia consapevolezza sia del cuore sia della
mente. Quando adeguatamente coltivata, tale consapevolezza pu discernere, abbracciare, trascendere e
liberarci dai veli e dai limiti della routine dei nostri schemi mentali, dei nostri sensi e delle nostre
relazioni, e dagli stati mentali e dalle aggressive e distruttive emozioni che li accompagnano. Queste
abitudini sono condizionate dal passato non solo attraverso la nostra eredit genetica, ma anche tramite
le nostre esperienze traumatiche. La paura, la mancanza di fiducia e di sicurezza, i sentimenti provati
quando ci siamo sentiti indegni per non essere stati riconosciuti e rispettati per chi eravamo, i lunghi
risentimenti carichi di rancore dovuti alle offese, le ingiustizie e i pesanti danni che abbiamo subito
influenzano la nostra vita. Le abitudini restringono la nostra visione, distorcono la nostra comprensione
e, se non prestiamo loro attenzione, impediscono la nostra crescita e la nostra guarigione.
Per arrivare ai nostri sensi, in senso sia letterale sia metaforico, come collettivit e come singole
persone, dobbiamo prima tornare al corpo, il luogo in cui sorgono i sensi biologici e ci che chiamiamo
mente. Il corpo  un luogo che per lo pi ignoriamo; a malapena lo abitiamo e non facciamo nemmeno
attenzione a occuparcene e a onorarlo. Per noi il nostro corpo , stranamente, un paesaggio allo stesso
tempo familiare e sconosciuto.  un dominio che a volte temiamo, o addirittura detestiamo, a seconda
del nostro passato e di ci che abbiamo affrontato o temuto. Altre volte, pu essere qualcosa da cui
siamo del tutto sedotti, ossessionati dalle sue dimensioni, dalla sua forma, dal suo peso o dallaspetto, a
rischio di cadere nella trappola dellansia e in un narcisismo inconscio e apparentemente senza fine.
A livello della singola persona, sappiamo da molti studi medici degli ultimi quarantanni che 
possibile arrivare a un certo grado di pace allinterno del corpo e della mente e quindi trovare maggiore
salute, benessere, felicit e chiarezza, anche nel mezzo di grandi sfide e difficolt. Migliaia di persone
hanno gi intrapreso questo viaggio attraverso MBSR e hanno segnalato e continuano a segnalare
notevoli benefici per se stesse e per coloro con i quali condividono le loro vite e il lavoro. Raggiungere
la consapevolezza, e quindi attingere a quelle dimensioni nascoste e ai nuovi gradi di libert, non  un
percorso per pochi eletti. Chiunque pu intraprenderlo e ottenere da esso notevoli benefici e vantaggi.
Raggiungere i nostri sensi consiste nellessere presenti e svegli qui e ora. , paradossalmente,
limpegno di una vita. Potremmo dire che lo assumiamo come impegno per la vita, con tutti i
significati connessi a questa affermazione.
Il primo passo nellavventura di raggiungere i nostri sensi a ogni livello  la coltivazione
dellintimit con la conoscenza stessa. Consapevolezza  sinonimo di conoscenza. La mia definizione
operativa della consapevolezza  questa: La consapevolezza  la conoscenza che emerge dal prestare
attenzione di proposito, nel momento presente e senza giudicare moralmente. Se avete bisogno di una
ragione per intraprendere questo percorso, possiamo aggiungere al servizio della saggezza, della
comprensione di s e del riconoscimento della nostra intrinseca interconnessione con gli altri e con il
mondo, e quindi anche al servizio della gentilezza e della compassione. La consapevolezza 
intrinsecamente etica, quando si comprende che cosa significhi senza giudicare moralmente.4 Di
certo non significa che non avremo giudizi, anzi ne avremo in abbondanza.  un invito a sospendere il
giudizio nel modo migliore possibile e semplicemente a riconoscerlo quando si presenta senza giudicarlo a sua volta.
La nostra capacit di consapevolezza e di autoconoscenza potrebbe essere definita come il
comune percorso finale di ci che ci rende umani. Otteniamo accesso al potere e alla saggezza della
nostra stessa capacit di consapevolezza coltivando la consapevolezza. E la consapevolezza pu essere
sviluppata e affinata, con attenzione e in modo sistematico, come una pratica, come un modo di essere
attraverso la meditazione della consapevolezza.
La pratica della consapevolezza si  diffusa rapidamente in tutto il mondo e nellopinione
corrente della cultura occidentale negli ultimi quarantanni, in gran parte grazie a un numero sempre
crescente di studi scientifici e medici sul suo valore oltre che in psicologia e psicoterapia, in molti altri
svariati ambiti, tra cui istruzione primaria e secondaria, istruzione superiore, affari, sport, giustizia
criminale, forze armate e governo.
Non c niente di strano o di fuori dallordinario nel meditare o nella meditazione. Meditare
significa semplicemente prestare attenzione nella nostra vita. E mentre non c davvero niente fuori
dallordinario, niente di particolarmente speciale, la consapevolezza  allo stesso tempo
straordinariamente speciale e capace di generare il cambiamento in modi che  impossibile
immaginare, anche se ci non ci impedir di provarlo.
Quando coltivata e affinata, la consapevolezza pu funzionare come effetto benefico
praticamente per ogni livello dellesperienza umana, dal singolo individuo alla collettivit, dallazienda
alla societ e alla politica. Ma richiede che noi siamo motivati a comprendere chi siamo realmente e a
vivere le nostre vite come se fossero veramente importanti, non solo per noi stessi, ma per gli altri e per
il nostro pianeta. E questo perch quando ci svegliamo ci rendiamo conto che la realt, e quindi il
mondo in cui viviamo,  caratterizzata da una profonda interconnessione. Niente  veramente separato
da qualsiasi altra cosa. E questa interconnessione diventa evidente quanto pi ci esercitiamo a essere svegli e consapevoli.
Questa avventura di una vita si realizza sin da quando facciamo il primo passo. Percorrendo
questa strada, come faremo insieme in questo libro e negli altri tre volumi, scopriremo che non siamo
soli nei nostri sforzi e che non siamo unici neanche nelle nostre difficolt. La pratica della
consapevolezza ci render partecipi a ci che equivale a una comunit globale di intenzionalit ed
esplorazione sempre pi solida, che alla fine comprende tutti noi.
Unaltra cosa prima di intraprendere questo percorso. Per quanto lavoro facciamo su noi stessi
per imparare, crescere e guarire attraverso la coltivazione della consapevolezza, non  possibile essere
del tutto sani in un mondo profondamente malsano, dove  evidente la sofferenza e langoscia sia di chi
ci  vicino e caro, sia di coloro che non conosciamo, che siano dietro langolo di casa o nel mondo.
Essere in relazione reciproca con tutto rende la sofferenza degli altri la nostra sofferenza,
indipendentemente dal fatto che a volte ci allontaniamo da essa perch  dolorosa da sopportare.
Piuttosto che essere un problema, tuttavia, la sofferenza delle altre persone pu essere un forte fattore
motivante per la trasformazione sia interiore sia esteriore in noi stessi e nel mondo.
Non sarebbe esagerato affermare che il mondo stesso soffre di una malattia grave e progressiva.
Uno sguardo alla storia, ovunque e in qualunque tempo, o semplicemente allattualit, rivela in modo
chiaro che il nostro mondo  soggetto a spasmi convulsi di perdita della ragione, periodi di ci che
sembra una follia collettiva. Lascesa della ristrettezza mentale e del fondamentalismo, grande miseria,
confusione e forze centrifughe pervadono lo status quo. Queste eruzioni sono lopposto della saggezza
e dellequilibrio. Esse tendono a essere aggravate da unarroganza di provincia di solito dedicata
allautoesaltazione e allo sfrontato sfruttamento degli altri, inevitabilmente associati ai secondi fini
dellegemonia ideologica, politica, culturale, religiosa o aziendale, anche se sono espressi in un
linguaggio di umanesimo, sviluppo economico, globalismo e con lallettante seduzione di visioni di
progresso materiale e di democrazia di tipo occidentale. Queste forze spesso conducono
allomogeneizzazione e degradazione culturale e ambientale e alla marcata abrogazione dei diritti
umani. Tutto ci pare equivalere a una vera e propria patologia. Le oscillazioni del pendolo sembrano
essere sempre pi veloci, quindi in mezzo a tali spasmi convulsi abbiamo poco tempo e ci risulta
difficile in realt sentirci a nostro agio e beneficiare di una pervasiva serenit.
Il 20esimo secolo ha visto pi uccisioni organizzate in nome della pace, della tranquillit e della fine
della guerra rispetto a tutti i secoli passati messi insieme. La stragrande maggioranza di esse,
ironicamente, si  verificata nei grandi centri di istruzione e cultura dellEuropa e dellEstremo Oriente.
E il 21esimo secolo lo sta seguendo a ritmo sostenuto, anche se in modo diverso, e ugualmente, se non pi,
allarmante. Chiunque siano i protagonisti e qualunque sia la retorica e le particolari questioni di
conflitto, le guerre, comprese quelle di cui non siamo a conoscenza e quelle contro il terrorismo, sono
sempre state presentate nel nome dei pi alti e avvincenti scopi e principi. Conducono in ogni caso al
massacro sanguinario che alla fine, anche se apparentemente inevitabile, danneggia sia le vittime sia
chi le promuove. E sono sempre causate da disturbi della mente umana. Impegnarsi a danneggiare il
prossimo per risolvere dispute che potrebbero essere risolte meglio in modi pi ingegnosi ci rende
anche ciechi sui modi in cui la guerra e la violenza siano esse stesse sintomi della malattia autoimmune
dalla quale la nostra specie sembra soffrire in modo univoco e collettivo. Ci rende ciechi anche perch
non ci consente di individuare le altre modalit a nostra disposizione per ripristinare larmonia e
lequilibrio quando vengono sconvolti da forze molto reali, pericolose e violente che involontariamente
aiutiamo a nutrire e a espandere, anche se le aborriamo e le combattiamo.
Inoltre, vincere una guerra al giorno doggi  una sfida molto diversa dalla conquista della
pace in seguito alle guerre, come ha dovuto affrontare lAmerica in Iraq e in Afghanistan. Per questo 
indispensabile un ordine del tutto diverso di pensiero, consapevolezza e pianificazione, che pu venire
solo dalla pi gentile comprensione di noi stessi e di coloro che, per cultura, valori e costumi, non
condividono ci che noi riteniamo pi importante e che, per quanto a volte  difficile credere, possono
percepire gli stessi eventi in modo molto diverso da come potremmo percepirli noi. In maniera
decisamente preveggente gli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale riuscirono a realizzare la
ricostruzione in Europa attraverso il genio compassionevole e la saggezza del piano Marshall. Tuttavia,
dobbiamo riconoscere la relativit di come le nostre scelte vengono percepite e delle motivazioni che
possono sia modellare sia derivare da quelle percezioni, catturate in cicli restrittivi che impediscono
una visione pi ampia, inclusiva e accurata. Data la condizione del pianeta, forse  tempo per tutti noi
di attingere a una dimensione pi profonda dellintelligenza umana e della comunanza sottesa ai nostri
diversi modi di vedere e conoscere. Potrebbe essere quindi imprudente concentrarsi solo sul nostro
benessere e sulla nostra sicurezza individuale, perch essi sono intimamente interconnessi con tutto il
resto in questo mondo in perenne contrazione che abitiamo. Risvegliarci ai nostri sensi implica
coltivare una consapevolezza generale di tutti i nostri sensi, comprese le nostre menti e i loro limiti,
compresa la tentazione che insorge quando ci sentiamo insicuri di attingere alle nostre risorse per
controllare sempre pi tutte le variabili nel mondo esterno, unimpresa impossibile e alla fine esaurente,
in s violenta e autodistruttiva.
Nel pi ampio dominio della salute del mondo, come nel caso della nostra stessa vita,
dovremmo dare il primato alla consapevolezza del corpo. Ma, in questo caso,  il corpo politico, il
corpo costituito da comunit e corporazioni, nazioni e famiglie di nazioni, ciascuna con i suoi
problemi, malesseri e mescolanza di opinioni, ma anche con le proprie risorse per coltivare
consapevolezza di s e guarigione allinterno delle proprie tradizioni e culture e, al di l di esse, nella
confluenza di una variet di tradizioni e culture, uno dei tratti distintivi del mondo di oggi.
Una malattia autoimmune  in realt il sistema di autorilevamento, sorveglianza e sicurezza del
corpo: il sistema immunitario, impazzito, aggredisce le proprie cellule e tessuti, colpisce se stesso.
Nessun corpo umano e nessun corpo politico pu prosperare a lungo in tali condizioni, con una parte di
s in conflitto con unaltra, indipendentemente da quanto sana e vivace possa essere per altri aspetti.
Nessun paese pu prosperare a lungo con una politica estera definita in larga misura da una reazione
allergica, una manifestazione di un sistema immunitario sregolato, neanche sulla base della scusa, per
quanto vera, che stiamo soffrendo collettivamente di gravi stress post-traumatici degli attacchi dell11
settembre 2001. Questo trauma  stato solo aggravato dallinsorgere dellISIS e del terrorismo globale.
Lascesa di correnti di populismo deleterio e razzista era dietro langolo. Del resto, tali condizioni
rendono solo pi facile per i leader sia benintenzionati sia cinici sfruttare gli eventi per scopi che hanno
poco o nulla a che fare con la guarigione o con la vera sicurezza o una autentica democrazia.
Come un individuo viene catapultato, per quanto in maniera rude, su un percorso di maggiore
salute e benessere da un attacco cardiaco non letale o da qualche altra diagnosi spiacevole e inaspettata,
uno shock per il sistema, per quanto orribile possa essere, pu, se contenuto e compreso con cura e
attenzione, funzionare come campanello dallarme per mobilitare le profonde e potenti risorse che sono
a nostra disposizione per guarire e reindirizzare le nostre energie e priorit. Si tratta di risorse che
potremmo aver trascurato troppo a lungo o persino dimenticato di possedere, anche se rispondiamo con
decisione e con forza per garantire la nostra sicurezza e il nostro benessere.
La guarigione del mondo  opera di molte generazioni.  gi iniziata in molti luoghi quando ci
rendiamo conto dellenormit dei rischi che affrontiamo non prestando attenzione alla condizione
moribonda del paziente, che  il mondo; non prestando attenzione alla storia del paziente, che  la vita
su questo pianeta e, in particolare, la vita umana, poich le sue attivit stanno ora modellando il destino
di tutti gli esseri sulla Terra per le vite future; e non prestando attenzione al potenziale di trattamento
insito nellabbracciare ci che  pi profondo e migliore nella nostra natura di esseri viventi e quindi
sensibili. Ma c ancora tempo per farlo.
Per guarire il nostro mondo dovremo mettere le nostre multiple intelligenze al servizio della
vita, della libert e della ricerca della vera felicit, per noi stessi e per le generazioni future. Non solo
per gli americani e gli occidentali, ma per tutti gli abitanti di questo pianeta, qualunque sia il continente
o lisola in cui risiedono. E non solo per gli esseri umani, ma per tutti gli esseri nel mondo naturale,
pi-che-umano, che i buddhisti chiamano spesso esseri senzienti.
Perch la facolt di sentire  la chiave per accedere ai nostri sensi e svegliarsi. Senza
consapevolezza, senza imparare come usare, affinare e abitare la nostra coscienza, la nostra capacit
genetica di vedere chiaramente e agire in modo disinteressato, sia dentro di noi come individui sia
allinterno delle nostre istituzioni  nelle imprese, alla Camera e al Senato, alla Casa Bianca, nei
palazzi di governo e nei gruppi pi grandi di nazioni come le Nazioni Unite e lUnione europea , ci
stiamo condannando alla malattia autoimmune della nostra inconsapevolezza, da cui scaturiscono
infiniti cicli di illusione, avidit, paura, crudelt, autoinganno e, in definitiva, distruzione insensata e
morte.  lumanit, la stessa specie umana, a essere la malattia autoimmune del pianeta Terra. Siamo
lagente patogeno e anche la sua prima vittima. Ma questa non  la fine della storia. Almeno non ancora. Non adesso.
Finch respiriamo, c ancora tempo per scegliere la vita e per riflettere su ci che una tale
scelta ci chiede. Questa scelta  concretezza, attimo per attimo, non unastrazione colossale o
intimidatoria.  molto vicina alla sostanza e al substrato delle nostre vite che si svolgono in qualunque
modo, interiormente nei nostri pensieri e sentimenti, esteriormente nelle nostre parole e azioni, momento per momento.
Il mondo ha bisogno di tutti i suoi fiori, cos come sono, e anche se fioriscono solo per il pi
breve dei momenti, che noi chiamiamo vita. Il nostro compito  quello di scoprire uno per uno e
collettivamente che tipo di fiori siamo, di condividere la nostra bellezza unica con il mondo nel tempo
prezioso che abbiamo e di lasciare ai nostri figli e nipoti uneredit di saggezza e compassione
incarnata nel modo in cui viviamo, nelle nostre istituzioni e nellonore della nostra interconnessione,
ovunque ci troviamo. La salute del mondo  a rischio. Il mondo sta letteralmente e metaforicamente
morendo per noi come specie. Gli sforzi e le azioni creative e ingegnose di ognuno di noi contano, 
ora di raggiungere i nostri sensi. Ora  il momento per noi di svegliarci alla pienezza della nostra
bellezza, per continuare e amplificare il lavoro di guarire noi stessi, le nostre societ e il pianeta,
costruendo su tutto ci che del passato  utile e che si sta sviluppando adesso. Nessuna intenzione 
troppo piccola e nessuno sforzo insignificante. Ogni passo lungo la strada conta. E, come vedrete, ognuno di noi conta.
Come ho descritto nella prefazione, questo libro  il primo di quattro volumi, ognuno con una
Parte prima e una Parte seconda. In tutti e quattro i libri ho di tanto in tanto intrecciato il filo della
narrazione con storie della mia esperienza personale con lo scopo di fornire al lettore una sensazione
del paradosso di quanto la pratica di meditazione sia da un lato personale e particolare, dallaltro e allo
stesso tempo impersonale e universale, al di l dei riferimenti alla mia esperienza, alla mia vita che
labitudine persistente della mente pu elaborare. Lho fatto per sottolineare quanto sia importante
prendere lesperienza di qualcuno seriamente ma non personalmente, e con una sana dose di
spensieratezza e umorismo, considerando soprattutto la colossale sofferenza in cui siamo immersi in
quanto esseri umani e alla luce dellestrema evanescenza di quegli obiettivi deformanti che sono le
nostre opinioni e i nostri punti di vista a cui tanto spesso ci aggrappiamo cercando disperatamente di
dare un senso al mondo e a noi stessi.
Nella Parte prima di questo volume esploreremo che cos e che cosa non  la meditazione e ci
che viene coinvolto nella coltivazione della consapevolezza. La Parte seconda esamina le origini della
nostra sofferenza e malattia, spiega come prestare attenzione di proposito e senza giudicare sia di per
s unazione liberatrice, descrive come la consapevolezza  stata integrata nella medicina e come essa
riveli nuove dimensioni delle nostre menti e dei nostri cuori che possono dare origine a profonde e
benefiche trasformazioni.
Nel secondo libro (Risveglio), la Parte prima esplora il nostro mondo sensoriale e in che modo
una maggiore consapevolezza dei sensi alimenti il nostro benessere e arricchisca le nostre vite e i nostri
modi di conoscere ed essere nel mondo e nella nostra interiorit. La Parte seconda fornisce al lettore
istruzioni dettagliate per coltivare la consapevolezza attraverso i vari sensi, facendo uso di una serie di
pratiche di meditazione formale, dando cos un assaggio della loro squisita ricchezza, a nostra
disposizione in ogni momento.
Nel terzo libro (Guarire con la mindfulness), la Parte prima esplora come la coltivazione della
consapevolezza possa portare alla guarigione e a una maggiore felicit attraverso quella che io chiamo
una rotazione ortogonale di prospettiva nei modi in cui apprendiamo e poi agiamo nel mondo.5 La
Parte seconda si estende alla coltivazione della consapevolezza e offre una serie di esempi su come pu
influenzare vari aspetti della nostra vita quotidiana, dallesperienza del luogo in cui ci troviamo per
guardare o non guardare il Super Bowl, fino al morire prima di morire.
Nel quarto libro (La mindfulness  per tutti), la Parte prima esamina il mondo della politica e lo
stress dal punto di vista della medicina della mente e del corpo e suggerisce alcuni modi in cui la
consapevolezza pu aiutare a trasformare e promuovere la salute del corpo politico e della collettivit.
La Parte seconda fornisce un quadro delle nostre vite e delle sfide che attualmente ci attendono nel pi
ampio contesto e nella prospettiva della specie stessa e della nostra evoluzione sul pianeta, e rivela le
dimensioni nascoste del possibile che ci permettono di vivere le nostre vite momento per momento e di
giorno in giorno nella loro reale importanza.
Come detto, attraverso i quattro volumi passeremo progressivamente dal che cosa e dal
perch della consapevolezza al come coltivarla nelle nostre vite e alle ragioni per cui potremmo
essere motivati a farlo  in altre parole alla promessa della consapevolezza , alla sua realizzazione
nel modo in cui effettivamente conduciamo le nostre vite. Spero che ne trarrete giovamento.
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Parte prima.
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MEDITAZIONE.
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Non  quel che pensi.
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Lambito di quel che pensiamo e facciamo  limitato da ci che non notiamo.
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R.D. LAING.
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In me c quel... non so cosa sia... ma so che  dentro di me.
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WALT WHITMAN.
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La meditazione non  per i pavidi.
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 difficile parlare della bellezza e della ricchezza senza tempo del momento presente, quando le
cose si muovono cos in fretta. Pi si muovono in fretta, per, pi  importante che ci immergiamo nel
senza tempo, o perfino che vi prendiamo dimora; altrimenti ci  facile perdere il contatto con quelle
dimensioni della nostra umanit che determinano la differenza tra felicit e infelicit, tra saggezza e
follia, tra il benessere e quel turbinio logorante nella mente, nel corpo e nel mondo che definiremmo
mal-essere. Perch la nostra insoddisfazione davvero  un malessere, una malattia, anche se non ci
sembra tale. A volte quel genere di sensazioni e condizioni, quel mal-essere che proviamo cos spesso,
lo chiamiamo con il termine colloquiale di stress; di solito  spiacevole,  un peso che ci sentiamo
addosso. E si porta dietro sempre uninsoddisfazione di fondo.
Nel 1979 ho fondato la Stress Reduction Clinic, Clinica per la riduzione dello stress presso il
Medical Center dellUniversit del Massachusetts a Worcester, nel Massachusetts. Ripensando ora a
quel periodo, quarantanni fa, mi chiedo: Quale stress?, tanto  cambiato il nostro mondo da allora,
tanto  aumentato il ritmo della vita, tanto le stravaganze e i pericoli del mondo sono arrivati fino alla
soglia di casa nostra come mai prima. Se gi quarantanni fa era importante guardare a viso aperto la
propria situazione personale per trovare modi nuovi e creativi di affrontarla mirando alla guarigione e
alla salute, tanto pi  infinitamente importante e urgente adesso, ora che abitiamo in un mondo
diventato sempre pi piccolo e interconnesso ma anche sempre pi lanciato nel caos, a grande velocit,
dal succedersi degli avvenimenti.
In unepoca di accelerazione esponenziale e sempre pi ricca di sconvolgimenti come la nostra
 pi che mai importante e urgente imparare a dimorare nel senza tempo e ad attingerne sollievo e
chiarezza;  stato questo, fin dagli inizi, il vero scopo del programma della Clinica per la riduzione
dello stress, ora noto in tutto il mondo come MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction, riduzione
dello stress per mezzo della consapevolezza). E non parlo di un futuro lontano quando, dopo anni di
lotte, si raggiunger finalmente qualcosa, si potr gustare la bellezza senza tempo della meditazione di
consapevolezza con tutto quel che offre, si finir per approdare a una vita pi funzionale e
soddisfacente e pacifica, un futuro fantastico che potrebbe anche non realizzarsi. Sto parlando di
accedere al senza tempo proprio ora, in questo momento  perch ce labbiamo sempre sotto il naso,
per cos dire  e avere accesso cos a campi di possibilit che ora ci rimangono nascosti perch ci
rifiutiamo di essere presenti, perch siamo sedotti, trasportati, galvanizzati o spaventati dal futuro o dal
passato; perch ci lasciamo trascinare via dal fiume degli eventi e dagli schemi logori delle nostre
reazioni e dei nostri stordimenti, tutti presi  se non ossessionati  da quello che dimpulso definiamo
come urgente, e intanto perdiamo il contatto con ci che  davvero importante, supremamente
importante, di fatto vitale per il nostro benessere, per la nostra salute mentale, per la nostra stessa
sopravvivenza. Dellessere tutti presi nel futuro e nel passato ne abbiamo fatto unabitudine cos
inveterata che passiamo gran parte del tempo in uno stato di totale inconsapevolezza. Di conseguenza
forse sentiamo di avere pochissimo controllo, o nessuno, sugli alti e bassi della nostra vita e della nostra mente.
La frase che apre la brochure di presentazione dei ritiri di consapevolezza e dei programmi di
formazione per dirigenti e manager che ha offerto per anni il nostro istituto (il Centro per la
consapevolezza nella medicina, nella cura della salute e nella societ, in breve CFM) suona cos: La
meditazione non  per i pavidi, n per quelli che evitano sistematicamente i desideri appena sussurrati
del proprio cuore. Questa frase  stata messa l a bella posta con lo scopo di scoraggiare
immediatamente quelli che non erano ancora pronti per il senza tempo, che non avrebbero capito o non
sarebbero riusciti a fare spazio a sufficienza nella mente o nel cuore per dare una qualche possibilit a
quellesperienza, a quella nuova comprensione.
Se persone cos fossero venute a uno dei nostri programmi probabilmente avrebbero passato
tutto il tempo a lottare con se stessi e a pensare che la pratica meditativa che veniva loro chiesto di
intraprendere  una cosa priva di senso, una pura tortura, uno spreco di tempo; sarebbero state
facilmente cos rinchiuse nelle proprie resistenze e obiezioni da non riuscire mai a concedersi di vivere
quei momenti preziosi (e preziosamente brevi) in cui si sarebbe potuto lavorare insieme per esplorare il
nostro tempo attuale momento dopo momento.
E potevamo dedurre che le persone che si erano iscritte a quei ritiri lo avevano fatto per via di
quella frase o nonostante quella frase; in entrambi i casi, se la nostra strategia era andata in porto, da
parte di chi si iscriveva ci sar stata limplicita disponibilit a esplorare con coraggio il panorama
interiore, fisico e mentale, e la sfera di ci che gli antichi maestri cinesi chan e taoisti chiamavano
non-fare, il regno della vera meditazione.6 Sembra che non vi accada o vi si faccia niente o quasi
niente, ma allo stesso tempo non resta nulla dimportante da fare; di conseguenza lenergia misteriosa
di un non-fare aperto e consapevole pu manifestarsi nel mondo delle azioni in modi davvero degni di nota.
Certo, quasi tutti noi tendiamo a evitare i desideri sussurrati del cuore, trascinati come siamo
dal fiume di cose che la vita ci chiede di fare, specialmente quando la nostra attenzione  attirata verso
cos tante direzioni diverse e noi diventiamo sempre pi distratti. E di sicuro non sto insinuando che la
meditazione sia sempre facile o piacevole;  semplice, ma certamente non sempre  facile. Non  facile,
in una vita indaffarata, mettere insieme anche pochi momenti di fila nei quali praticare formalmente su
basi regolari; e non  facile ricordarci che la presenza mentale  a nostra disposizione, potremmo dire
in modo informale, in ogni singolo momento della vita. A volte, per, non riusciamo pi a ignorare
ci che il cuore ci intima e senza sapere bene perch ci ritroviamo spinti ad andare in posti che di solito
evitiamo, ci sentiamo misteriosamente trascinati in luoghi in cui forse abbiamo vissuto per un po da
bambini, o nella natura, o a un ritiro di meditazione, o verso un libro, un corso, una conversazione che
possono offrire una possibilit di aprirsi alla luce del sole a quel nostro lato rimasto ignorato a lungo,
unoccasione per farsi vedere e udire e percepire e conoscere e abitare da noi stessi, dallantico
desiderio del nostro cuore di incontrare se stesso.
Lavventura che offre luniverso della consapevolezza  uno dei possibili viali che portano a
dimensioni dellessere forse troppo a lungo ignorate e trascurate o negate. Come vedremo, la
consapevolezza ha capacit ricche e articolate di influire sul corso della nostra vita. Per le stesse ragioni
 altrettanto capace di influenzare il mondo pi vasto del quale facciamo parte, la famiglia, il lavoro, la
societ nel suo insieme, e il nostro modo di considerarci in quanto persone, il corpo sociale, la nazione,
il mondo nel suo insieme e tutti noi abitanti di questo pianeta. E questa influenza pu essere esercitata
tramite la nostra esperienza personale di pratica di consapevolezza, in virt dellintegrazione e mutua
relazione che intercorre tra interno ed esterno, tra essere e fare.
Perch non c dubbio che siamo tutti intessuti nella rete della vita, allinterno di quella rete che
potremmo chiamare mente, unessenza invisibile e intangibile che permette alla percezione, alla
coscienza e alla potenzialit di consapevolezza di trasformare lignoranza in saggezza, la discordia in
riconciliazione e accordo. La consapevolezza offre un porto sicuro nel quale potersi ristorare in vitale e
dinamica armonia, tranquillit, creativit e gioia; e questo gi ora, subito, non in un qualche lontano
futuro auspicato, quando le cose andranno meglio o quando avremo tutto sotto controllo o quando
saremo diventati migliori. Per strano che possa suonare, la nostra capacit di consapevolezza ci
permette di assaporare e incarnare quel che pi profondamente desideriamo, quel che pi ci sfugge e
che per contro  sempre tanto vicino, a nostra disposizione in ogni singolo attimo: una maggiore
stabilit e pace della mente, con tutto quel che le si accompagna.
Nel microcosmo la pace non  pi in l:  in questo preciso istante. Nel macrocosmo, la pace
 una cosa alla quale aspiriamo quasi tutti, in un modo o nellaltro, specie se accompagnata dalla
giustizia e dal riconoscimento della diversit intrinseca nella nostra interezza e della natura umana
innata e dei diritti di ognuno. La pace  qualcosa che possiamo generare se solo riusciamo a imparare a
risvegliarci un po di pi in quanto individui e molto di pi in quanto specie; se sappiamo imparare a
essere pienamente ci che gi siamo, a dimorare nel potenziale intrinseco di ci che  possibile a noi
esseri umani. Come si usa dire: Non c una via per la pace, la pace  la via.  cos per laspetto
esterno del mondo, per il paesaggio;  cos anche per il paesaggio interiore del cuore. E queste due cose
in realt non sono due, nel profondo.
La presenza mentale, o consapevolezza, pu essere descritta come una consapevolezza aperta,
di attimo in attimo, non giudicante; la si coltiva in modo ottimale con la meditazione, non limitandosi a
pensarci o a filosofare.  la tradizione buddhista ad aver articolato largomento nella maniera pi
elaborata e completa  la presenza mentale vi viene spesso descritta come il cuore della meditazione
buddhista , dunque ho scelto di parlare qua e l del buddhismo e della relazione che ha con la pratica
di consapevolezza. Lo faccio perch possiamo capire alcune cose, raccogliere qualche beneficio da ci
che questa tradizione straordinaria offre al mondo e alle sue diverse culture nellattuale momento
storico, quale risultato della sua incubazione sul pianeta negli ultimi venticinque secoli.
Per come la vedo io, il buddhismo in s non  il punto essenziale: si pu considerare il
Buddha come un genio del suo tempo, un grande scienziato della statura almeno di un Darwin o di un
Einstein, che non aveva a disposizione altri strumenti se non la propria mente e che desiderava
osservare in profondit la natura della nascita e della morte e lapparente inevitabilit della sofferenza;
questo almeno  il modo in cui ama presentarlo lo studioso buddhista Alan Wallace. Per perseguire le
proprie ricerche, il Buddha dovette prima capire, sviluppare e affinare lo strumento che usava e
imparare a tararlo e stabilizzarlo: la propria mente, appunto, proprio come gli scienziati in un
laboratorio, oggi, devono continuamente sviluppare, raffinare, tarare e stabilizzare gli strumenti che
impiegano per estendere il raggio dazione dei sensi  che si parli di telescopi ottici giganti o
radiotelescopi, di microscopi elettronici, di Risonanza magnetica funzionale (fMRI) o di tomografi a
emissione di positroni (PET)  per osservare a fondo ed esplorare la natura delluniverso e il vasto
raggio di fenomeni interconnessi che vi si svolgono, nel campo della fisica e dei fenomeni fisici, della
chimica, della biologia, della psicologia o in ogni altro campo di ricerca.
Trovandosi dinanzi a questa sfida, il Buddha e coloro che ne hanno seguito le tracce si misero a
lavorare di ricerca sui profondi interrogativi sulla natura della vita e della stessa mente. I loro sforzi di
autosservazione li hanno condotti a scoperte davvero notevoli: sono riusciti a tracciare una mappa
accurata di un territorio che  supremamente umano, alle prese con aspetti della mente che abbiamo in
comune tutti a prescindere dai nostri personali pensieri, dalla nostra fede, dalla nostra cultura. Sia i
metodi usati sia i frutti di quelle ricerche sono universali e non hanno niente a che fare con gli ismi,
con le ideologie, gli orientamenti religiosi, i sistemi di fede. Sono scoperte pi simili a quelle mediche e
scientifiche, cornici concettuali che possono essere prese in esame da chiunque, dovunque, e messe alla
prova in modo indipendente, da se stessi;  proprio questo che ha suggerito il Buddha ai suoi seguaci, fin dallinizio.
Dato che pratico e insegno la consapevolezza, la gente spesso d per scontato che sia buddhista.
Quando me lo chiedono di solito rispondo che non lo sono, anche se di tanto in tanto mi esercito in
ritiro con insegnanti buddhisti e ho un grande rispetto e affetto per chi lo ; rispondo che sono uno
studente e uno studioso devoto della meditazione buddhista, devoto non perch lo sia al buddhismo in
s, ma perch trovo i suoi insegnamenti e le sue pratiche estremamente profondi e applicabili a un
livello universale, illuminanti e portatori di guarigione.7 Ho scoperto che  stato cos negli ultimi
cinquantanni e pi della mia vita di pratica continua, e che  cos anche nella vita di molti altri con i
quali ho avuto il privilegio di lavorare e praticare attraverso il Centro per la consapevolezza e la sua
rete mondiale di insegnanti della MBSR. E continuo ugualmente a essere profondamente toccato e
ispirato da quei maestri e semplici praticanti  orientali e occidentali  che incarnano nella propria vita
la saggezza e la compassione che sono proprie di quegli insegnamenti e di quelle pratiche.
Per me la pratica della consapevolezza  davvero una storia damore, una relazione amorosa
con ci che di fondamentale c nella vita, una relazione damore con quel che  cos com, con quella
che potremmo chiamare verit, il che per me comprende la bellezza, lignoto e il possibile, il modo
in cui stanno veramente le cose, il tutto incastonato nel qui e ora, in questo preciso istante  perch 
tutto gi qui presente  e allo stesso tempo dovunque, perch qui pu essere assolutamente
dovunque. La consapevolezza  sempre anche ora, perch per noi semplicemente non c altro tempo
se non il presente, come abbiamo gi visto e vedremo ancora molte volte.
Qui e ora, dovunque e sempre: questo ci d un sacco di spazio per lavorare insieme, ossia, se
siete interessati e disposti a tirarvi su le maniche e intraprendere il lavoro del senza tempo, il lavoro
del non-fare, il lavoro della consapevolezza incarnata nella vita come si svolge di continuo attimo dopo
attimo. In effetti  il compito di un attimo ed  lopera di una vita intera.
Nessuna cultura e nessun tipo di arte ha il monopolio n della verit n della bellezza, n grande
n piccola. Ma, per la particolare esplorazione che vogliamo intraprendere in queste pagine e nelle
nostre vite, trovo utile e illuminante attingere alle parole di quelle persone speciali del nostro pianeta
che si dedicano a quel linguaggio della mente e del cuore che chiamiamo poesia. I nostri pi grandi
poeti si impegnano in profonde esplorazioni interiori della mente e delle parole nellintima relazione tra
paesaggi interiori e paesaggi esteriori, proprio come i pi grandi maestri di yoga e quelli della
tradizione meditativa. Infatti, nella tradizione meditativa non  raro incontrare momenti di
illuminazione e intuizione attraverso la poesia. Sia i maestri di yoga sia i poeti sono coraggiosi
esploratori della nostra realt ed eloquenti custodi del possibile.
La grande poesia, come tutta la vera arte, ha il potenziale di migliorare la nostra capacit di
vedere e, fatto ancora pi importante, la nostra capacit di sentire lintensit e la rilevanza delle nostre
situazioni, della nostra psiche e della nostra vita. Ci aiuta a comprendere dove la pratica della
meditazione pu essere chiamata in soccorso per affrontare la situazione in cui ci troviamo, lazione
che stiamo per intraprendere o ci che ci aspetta. La poesia si diffonde da tutte le culture e tradizioni
del mondo. Si potrebbe dire che i poeti sono i custodi della coscienza e lanima della nostra umanit
che hanno attraversato tutte le epoche. La poesia parla di molte verit fondamentali da esaminare e
contemplare. Tutti  dal Nord America allAmerica Centrale al Sud America, cinesi, giapponesi,
europei, turchi, persiani, indiani, africani, cristiani, ebrei, islamici, buddhisti, induisti o jainisti, animisti
o tradizionalisti, uomini e donne, antichi e moderni, gay o etero, trans o queer  nelle giuste
circostanze, quando siamo pi aperti e disponibili a noi stessi, possediamo unarcana inclinazione alla
poesia che merita di essere esplorata, assaporata e coltivata. Le poesie ci forniscono lenti nuove con cui
vedere e attraversare larco delle culture e del tempo, ci offrono qualcosa di pi fondamentale, qualcosa
di pi umano dellatteso o del gi noto.
La visione colta attraverso la poesia potrebbe non essere sempre confortante. Qualche volta
potrebbe essere veramente inquietante e sconvolgente. E forse queste sono le poesie su cui abbiamo pi
bisogno di soffermarci perch rivelano il ruolo avuto dalla continua evoluzione di luci e ombre sugli
schermi delle nostre menti e di come esse si muovano nelle correnti sotterranee del nostro cuore. Nei
loro momenti migliori i poeti esprimono linesprimibile e in tali momenti, con una grazia misteriosa
conferita dallispirazione e dal cuore, trasfigurano la realt oltre le parole, creano lindicibile, lo
forgiano e ce lo mostrano, rendendolo in parte vivo dalla nostra partecipazione. Quando ci accostiamo
alla poesia e diamo ascolto a noi stessi, la rendiamo viva. Quando decoriamo con vivacit e arte,
sensibilit e intelligenza ogni parola, evento, momento e immagine evocati, portandoci oltre lartificio,
torniamo a noi stessi e alla realt autentica.
A tale scopo, nel nostro viaggio soffermiamoci di tanto in tanto sulla poesia e lasciamoci
irrorare dalle sue acque di chiarezza e angoscia per essere cos irrorati dagli sforzi ineludibili
dellumanit che desidera conoscere se stessa e che, in un atto profondamente empatico, estremamente
generoso e compassionevole, ci indica cos possibili modi per approfondire la nostra vita e la nostra
capacit di vedere e sentire, celebrando chi e che cosa siamo e chi e che cosa potremmo diventare.
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Il mio cuore si risveglia pensando di portarti notizie di qualcosa. Questo riguarda te e riguarda molti uomini. Guarda che cosa passa per il nuovo. Non lo troverai l ma nei versi disprezzati dei poeti.  difficile ottenere il nuovo dalle poesie, ma gli uomini muoiono ogni giorno miseramente per mancanza di ci che si trova l.
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WILLIAM CARLOS WILLIAMS.
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Questaltra notte diventa calda, di fuoco.
Lascia che il paesaggio sia coperto da uno strato di spine.
Abbiamo un Giardino morbido qui.
Continenti, citt e paesi devastati, tutto
diventa una palla bruciata e annerita. [...]
Nessuna novit, le notizie
che ascoltiamo sono piene di dolore
per quel futuro.
RUMI.
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UNA TESTIMONIANZA DI FEDELT: AL GIURAMENTO DI IPPOCRATE.
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Mi trovo sdraiato sul pavimento moquettato della sala conferenze, spaziosa e nuova di zecca,
del Centro medico dellUniversit del Massachusetts con un gruppo di circa quindici pazienti, nella
luce calante di un pomeriggio di tardo settembre del 1979. Siamo alla prima lezione del primo
Programma di rilassamento e riduzione dello stress che poi si  sviluppato ed  diventato famoso e
ha dato vita alla Clinica per la riduzione dello stress, o MBSR (la riduzione dello stress per mezzo della
consapevolezza), che in quel momento muove i suoi primi passi. Sto conducendo una lunga
meditazione guidata in posizione sdraiata che  nota come body scan, scansione del corpo, e sono
arrivato circa a met. Siamo tutti sdraiati sulla schiena su materassini nuovi di zecca  gommapiuma
rivestita di stoffa in svariati colori vivaci  in una delle estremit della sala, vicini in modo da sentire
meglio le istruzioni.
Nel mezzo di un lungo silenzio allimprovviso si apre la porta ed entra un gruppo di una
trentina di persone vestite con lunghi camici bianchi; li guida un signore alto e imponente. A lunghe
falcate mi raggiunge e mi guarda dallalto, sdraiato come sono sul pavimento a piedi nudi e vestito con
una maglietta bianca e pantaloni da karate neri, poi d unocchiata intorno nella sala con unespressione
interrogativa e un po divertita.
Torna a guardarmi e dopo una lunga pausa alla fine dice: Che sta succedendo, qui?. Io
rimango sdraiato e lo stesso fanno tutti gli altri, simili a cadaveri sui loro materassini colorati,
lattenzione sospesa da qualche parte in mezzo fra i piedi, dai quali avevamo cominciato, e la cima
della testa, dove saremmo arrivati, con tutti quei camici bianchi che sbirciano in silenzio nellombra
della sala dietro il personaggio dalla presenza autorevole.  il nuovo programma di riduzione dello
stress dellospedale, rispondo, sempre sdraiato, chiedendomi che diavolo stia succedendo. Lui
risponde: Bene, e questa  una riunione collegiale della nostra facolt di Chirurgia con quelle di tutti
gli ospedali affiliati, per il quale abbiamo prenotato proprio questa sala.
A quel punto mi alzo in piedi. Gli arrivo pi o meno allaltezza delle spalle. Mi presento, poi
dico: Non riesco a immaginare come possa essere successo. Ho fatto un controllo incrociato con
lufficio programmazione proprio per essere sicuro di poter prenotare la sala per i nostri corsi del
gioved pomeriggio, in questa fascia oraria dalle quattro alle sei, per le prossime dieci settimane.
Mi squadra dallalto in basso, torreggiante sopra di me nel suo lungo camice bianco con il nome
ricamato in blu sul petto: Dottor H. Brownell Wheeler, primario chirurgo. Non mi aveva mai visto
prima e di sicuro non aveva sentito parlare di quel nuovo programma. Dovevamo avere un aspetto
pietoso, senza scarpe n calze, molti di noi in tuta o in abiti andanti, sdraiati per terra nella sala
conferenze della facolt. Ecco una delle persone pi potenti dellOspedale universitario, che ha i minuti
contati e unagenda fittissima e un meeting speciale da condurre, che si trova di fronte a qualcosa di
totalmente inaspettato e per di pi, il massimo della stranezza, condotto da una persona che in pratica
non ricopre alcun ruolo preciso in quellospedale.8
Si guarda intorno di nuovo, tutta quella gente sparsa sul pavimento (a quel punto alcuni si erano
tirati su, appoggiati ai gomiti, per capire che cosa succedeva) e fa una sola domanda: Sono nostri pazienti, questi?.
S, rispondo.
Allora troveremo qualche altro posto dove tenere il nostro incontro, dice, gira sui tacchi ed
esce dalla sala, portandosi dietro tutto il gruppo.
Io lo ringrazio, gli chiudo la porta alle spalle e poi torno a sdraiarmi sul pavimento per
riprendere il mio lavoro.
Questa fu la mia presentazione a Brownie Wheeler. In quel momento capii che mi sarei trovato
bene, a lavorare in quellospedale universitario.
Alcuni anni dopo, quando Brownie e io eravamo gi amici, gli ricordai quellepisodio e gli dissi
quanto mi avesse colpito il suo rispetto incondizionato per i pazienti dellospedale. Com sua
abitudine non diede molta importanza alla cosa: semplicemente, per lui era fuori discussione il
principio che i pazienti erano al primo posto, sempre e comunque.
Quando gliene parlai sapevo che lui stesso praticava la meditazione e apprezzava
profondamente lefficacia del collegamento mente-corpo e le sue potenzialit di trasformare la pratica
medica. Fu per oltre ventanni un fedele sostenitore della Clinica per la riduzione dello stress.
Allepoca, dopo aver concluso il suo incarico di primario di chirurgia, prima di contrarre il morbo di
Parkinson, divenne un leader del movimento che mira a dare dignit agli ultimi giorni dei malati
terminali. Su richiesta di sua figlia, alcuni giorni prima che morisse ci siamo sentiti telefonicamente, e
io ho parlato per entrambi.
Quel pomeriggio, il fatto che nel suo Centro medico il dottor Wheeler, nel pieno della sua vita,
non avesse fatto ricorso al suo potere e alla sua autorit per dominare la situazione mi diede
limpressione di aver appena assistito a una cosa rarissima, nella nostra societ, e di esserne stato il
beneficiario: lincarnazione della saggezza e della comprensione. Il rispetto che il dottore mostr per i
pazienti, quel giorno, era esattamente ci che mirava ad alimentare la pratica meditativa che era in
corso quando si era aperta la porta della sala conferenze: laccettazione profonda e non giudicante di se
stessi e la coltivazione delle proprie potenzialit di trasformazione e di guarigione. Il gesto generoso del
dottor Wheeler, quel pomeriggio, testimoniava che egli sapeva rendere onore agli antichi principi di
Ippocrate sullesercizio dellarte medica, a questo mondo cos disperatamente necessari ovunque e ben
oltre le belle parole con cui sono formulati. In quella sala non si pronunci nessuna bella parola, eppure
fu detto tutto quel che cera da dire.
...
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LA MEDITAZIONE  DAPPERTUTTO.
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Immaginate la scena: pazienti che meditano e fanno yoga in ospedali e cliniche in tutta
lAmerica, in tutto il mondo, dietro prescrizione dei loro medici. A volte sono i medici a insegnare;
altre volte i medici seguono gli stessi corsi dei pazienti e praticano fianco a fianco con loro.
Andries Kroese, illustre chirurgo vascolare di Oslo che pratica meditazione da trentanni e che
va periodicamente in India a fare ritiri di Vipassana, venne in California per partecipare a un ritiro di
formazione sulla MBSR dedicato a medici e paramedici, della durata di una settimana. Tornato a casa,
poco dopo decise di smettere di operare per dedicarsi a insegnare meditazione ai colleghi scandinavi,
come da anni desiderava molto fare. In seguito scrisse un libro divulgativo sulla MBSR che divenne un
bestseller in Svezia e in Norvegia.
Howard Nudelman, chirurgo dellospedale El Camino di Mountain View, California, un giorno
mi telefon; si present e disse che aveva un melanoma e che temeva di non avere ancora molto tempo
da vivere. La meditazione gli era familiare, disse, e personalmente trovava che gli avesse cambiato la
vita. Raccont di essersi imbattuto nel mio libro Vivere momento per momento9 e di essersi reso conto
che noi avevamo gi trovato il modo di fare quello che lui sognava da un bel po di tempo, ossia
portare la meditazione nel campo della medicina tradizionale. Disse che desiderava favorire quel
processo anche nel suo ospedale, quale che fosse il tempo che gli restava da vivere. Un mese dopo
port da noi un gruppo di dottori e di dirigenti amministrativi; al ritorno essi aprirono un corso di
MBSR condotto da un maestro davvero superlativo, Bob Stahl, che in seguito quando il programma si
ampli si port dietro altri splendidi maestri; il programma  attivo ancora oggi, pi di venti anni dopo.
Howard non si prese mai la briga di informarmi che presiedeva unassociazione che intendeva costruire
un centro per ritiri di meditazione di consapevolezza nella zona della Baia di San Francisco (e ci 
riuscito:  a Woodacre, California, e ha preso il nome di Spirit Rock Meditation Center). Mor un anno
dopo la sua visita con il suo gruppo da noi; alcuni mesi pi tardi fu proprio Brownie Wheeler, a cui
avevo presentato Howard Nudelman quandera venuto a trovarci, a tenere la relazione di apertura al
congresso organizzato presso lospedale El Camino in sua memoria.
Attualmente El Camino  uno dei numerosi ospedali, centri medici e cliniche della baia di San
Francisco che offrono un corso di MBSR, compresi (nel momento in cui sto scrivendo) i molti del
Kaiser Permanent System nella California del Nord. Il Kaiser System d anche una formazione di
pratica di consapevolezza ai medici e al personale, oltre che ai pazienti. Stanno sbocciando corsi di
MBSR un po dappertutto, da Seattle a Miami, da Worcester nel Massachusetts (dove si era tenuto il
primo), a San Diego in California; da White Horse (nello Yukon) a Vancouver, a Calgary, a Toronto e
a Halifax; da Pechino e Shanghai a Hong Kong e Taiwan, dallInghilterra al Galles in quasi tutta
lEuropa; dal Messico alla Colombia e allArgentina. Ci sono corsi a Citt del Capo (Sudafrica), in
Australia e in Nuova Zelanda. Si tengono programmi permanenti di MBSR presso le cliniche
universitarie di Duke, di Stanford, dellUniversit del Wisconsin, dellUniversit della Virginia, al
Jefferson Medical College e in altri ospedali importanti in tutta lAmerica. Un numero sempre
crescente di scienziati, oggi, sta conducendo studi clinici sullapplicazione della pratica di
consapevolezza in medicina e in psicologia. Nei primi anni Duemila, ispirandosi a MBSR e sul suo
modello, tre terapeuti e ricercatori cognitivi hanno sviluppato la MBCT, la Mindfulness-Based
Cognitive Therapy (terapia cognitiva basata sulla consapevolezza). Numerosi studi clinici hanno
dimostrato che la MBCT riduce drasticamente il rischio di ricadute nella depressione ed essa si 
dimostrata efficace quanto la stessa terapia antidepressiva. Questo programma  nato nellambito della
psicologia clinica e ha spinto nuove generazioni di psicologi e psicoterapeuti a includere la pratica della
meditazione di consapevolezza nella propria vita e ad applicarla nel loro lavoro clinico e nella ricerca
(vedi il terzo libro, Guarire con la mindfulness).
Quarantanni fa era quasi inimmaginabile che la meditazione e lo yoga avrebbero trovato un
ruolo riconosciuto fra gli accademici delle cliniche universitarie e negli ospedali, tanto meno una
diffusa accettazione. Ora  considerata una pratica normale; di certo non la si considera medicina
alternativa. Piuttosto,  solo un altro elemento della pratica della buona medicina. Purtroppo, per
lelevato stress a cui sono sottoposti, i corsi di consapevolezza sono sempre pi disponibili per gli
studenti di medicina e il personale ospedaliero. In alcuni ospedali ci sono addirittura corsi che
insegnano la meditazione di consapevolezza nelle Unit di trapianto midollare, che sono fra le punte
pi tecnologicizzate di tutto il campo delle pratiche mediche invasive. In questo ambito ha fatto da
pioniera Elana Rosenbaum, a lungo mia collega alla Clinica per la riduzione dello stress, che a sua
volta aveva ricevuto un trapianto di midollo; le sue qualit umane avevano lasciato stupefatti lo staff e i
medici dellunit di Trapianti, date le complicazioni sopravvenute dopo lintervento che lavevano
portata quasi in punto di morte, al punto che in seguito molti di loro poi espressero il desiderio di
seguire il corso e imparare a praticare la consapevolezza a loro volta per offrirla ai pazienti durante la
degenza allUnit trapianti di midollo. Ci sono corsi di MBSR per gli abitanti dei quartieri degradati e
per i senzatetto; ci sono corsi di MBSR, in America, che si tengono interamente in spagnolo. Ci sono
corsi di consapevolezza per pazienti che soffrono di dolore cronico, per pazienti con il cancro e per
cardiopatici. Adesso c anche un programma per futuri genitori, il MBCP (Mindfulness-Based
Childbirth and Parenting, partorire e diventare genitori sulla base della consapevolezza), sviluppato da
Nancy Bardacke, insegnante e ostetrica di MBSR, presso lOsher Center for Integrative Medicine,
Universit della California, San Francisco. Molti pazienti non aspettano pi che i loro dottori
suggeriscano di seguire MBSR e altri programmi basati sulla consapevolezza. Semplicemente si
iscrivono ai corsi di propria iniziativa.
La meditazione di consapevolezza viene insegnata anche agli studenti di giurisprudenza delle
Universit di Yale, Columbia, Harvard, Missouri, Gainesville e di altre citt. La mia collega Rhonda
Magee, docente di giurisprudenza presso lUniversit di San Francisco, ha organizzato corsi di alto
livello basati sulla consapevolezza per avvocati e studenti di legge, volti anche a ridurre al minimo la
deviazione legata allidentit sociale. A Harvard, nel 2002, si  tenuto un pioneristico congresso su
Consapevolezza nel diritto e risoluzioni alternative delle controversie; gli atti sono stati pubblicati lo
stesso anno in un numero della rivista Harvard Negotiation Law Review. C un intero movimento, ora,
allinterno della professione legale, in cui sono gli stessi avvocati a insegnare yoga e meditazione negli
studi legali pi importanti. Di recente la copertina dellinserto domenicale del Boston Globe riportava
la foto di un avvocato anziano in giacca e cravatta nella posizione dellalbero  piedi nudi e un bel
sorriso  allinterno di un servizio intitolato Il nuovo avvocato (pi gentile, pi umano).
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Che cosa succede?
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Come accennato, ci sono dirigenti di azienda, ora sempre pi tecnologici, che frequentano
rigorosi ritiri di cinque giorni, dove si inizia a praticare alle sei ogni mattina e si prosegue fino a sera.
Vogliono cambiare il mondo, ridurre lo stress e portare maggiore consapevolezza nella vita degli affari
e in quellimpresa che  la vita stessa. Alcune scuole pionieristiche, pubbliche e private, come a Flint,
in Michigan, istituiscono corsi di pratica di consapevolezza a tutti i gradi dalle elementari alle superiori.
Gruppi come Mindful Schools, Mindfulness in Schools e Daniel Lawhaffens Mindful Education
Online Training per insegnanti stanno poi facendo un ottimo lavoro in aula e con gli studenti. In ambito
sportivo, nel periodo in cui Phil Jackson  stato allenatore dei Chicago Bulls, la squadra si  allenata e
ha praticato la consapevolezza sotto la guida di George Mumford, che ha diretto il nostro progetto
carcerario al Centro per la consapevolezza ed  stato anche cofondatore della nostra clinica MBSR nei
quartieri degradati della citt. Quando poi Jackson si trasfer a Los Angeles ad allenare i Lakers, anche
loro si misero a praticare la consapevolezza; entrambe le squadre vinsero il campionato NBA, i
Chicago Bulls quattro volte (con George) e i Lakers tre volte. Ora sono i campioni del Golden State
Warriors a adottare la consapevolezza come parte del loro approccio al gioco di squadra, incoraggiati
dal loro allenatore capo, Steve Kerr, che lha praticata quando era nei Bulls.
Le carceri offrono corsi di meditazione per i reclusi e per il personale di sorveglianza, e non
solo da noi nel Massachusetts, ma anche in Inghilterra e in India.
Unestate ho avuto lopportunit di condurre  in coppia con il maestro di meditazione e
praticante Zen, il pescatore dellAlaska Kurt Hoelting, docente di MBSR, di Inside Passages10  un
ritiro di meditazione per attivisti ambientalisti che oltre alla meditazione seduta comprendeva la
meditazione camminata e lo yoga e un bel po di pratica di kayak in consapevolezza. Il ritiro ebbe
luogo nelle isole solitarie della vasta zona protetta della Tebenkof Bay Wilderness Area, nellAlaska
sudorientale. Ci si arrivava in idrovolante. Quando tornammo in citt dopo otto giorni nella natura,
larticolo di copertina del Time riguardava proprio la meditazione (4 agosto 2003). Il fatto stesso che
fosse un servizio cos ampio, che dava descrizioni dettagliate degli effetti della meditazione sul cervello
e sulla salute,  un segnale di quanto la meditazione sia entrata nella corrente principale della nostra
cultura e ne sia stata adottata. Ha smesso di essere un impegno che si prendono quattro gatti facilmente
liquidabili come matti! Nel 2014 il Time ha dedicato unaltra copertina alla consapevolezza e al
programma di MBSR, nel cui relativo articolo veniva ipotizzata una rivoluzione della consapevolezza.
In effetti, i centri di meditazione stanno nascendo un po ovunque. Questi centri offrono ritiri,
corsi, seminari, insegnano persino a praticare la consapevolezza nel luogo di lavoro, e sono sempre pi
frequentati da persone che vogliono imparare a praticare insieme. Lo yoga non  mai stato cos
popolare e lo praticano con passione bambini e anziani e gente di ogni et. Attualmente sono
disponibili online interessanti conferenze sulla consapevolezza, con molti relatori qualificati e con
esperienza, cos come ottimi podcast che aiutano chiunque sia interessato a conoscere pi
profondamente tale pratica dal punto di vista delle neuroscienze, della medicina dellassistenza sanitaria e della psicologia.
Che diavolo sta succedendo? Si direbbe che la nostra cultura stia vivendo lo stadio iniziale di un
risveglio alle potenzialit del mondo interiore, allefficacia dello studio e della pratica della
consapevolezza, alla familiarit con la quiete e il silenzio. Stiamo cominciando a renderci conto che il
momento presente  in grado di darci pi chiarezza e visione profonda, pi stabilit emotiva, pi
saggezza, una saggezza concreta che possiamo diffondere nel mondo, nelle nostre famiglie, nel nostro
lavoro, nella societ e, pi in generale, nel dominio globale. In una parola, la meditazione non  pi
qualcosa di esotico e di estraneo alla cultura americana:  americana quanto tutto il resto. O inglese,
francese, italiana o sudamericana. E non  troppo presto, viste le condizioni del mondo e le forze
gigantesche che vengono a collidere con le nostre vite. Potrebbe essere (e mi piace pensare che sia
proprio cos) un rinascimento della consapevolezza, compassione e saggezza che si esprime
globalmente attraverso un infinito numero di forme diverse.
Ma, ancora una volta vi ricordo, tenete a mente una cosa sola: la meditazione non  quel che credete!
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Momenti originali.
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Per svariati anni, negli anni Settanta, ho studiato con un maestro Zen coreano di nome Seung
Sahn. Tradotto alla lettera il suo nome significa Montagna alta: cos si chiama la montagna cinese
sulla quale si narra che abbia raggiunto lilluminazione Hui Neng, il sesto patriarca Zen. Noi lo
chiamavamo Soen Sa Nim che, ho scoperto solo molto tempo dopo, significa onorato maestro Zen.
Non credo che nessuno di noi lo sapesse, allepoca: era il suo nome, tutto qui.
Era arrivato in America dalla Corea e chiss come era finito a Providence, Rhode Island, dove
alcuni studenti della Brown University lavevano scoperto sorprendentemente (ma poi imparammo
che praticamente tutto, in lui, era sorprendente) a riparare lavatrici nel negozietto di alcuni compatrioti
coreani. Quegli studenti avevano organizzato intorno a lui un gruppo informale per scoprire chi fosse,
in sostanza, quel tizio e che cosa avesse da offrire. Alla fine da quelle piccole riunioni informali nacque
il Providence Zen Center, e da l, nei decenni successivi, i numerosi altri centri in tutto il mondo basati
sullinsegnamento di Soen Sa Nim. Avevo sentito parlare di lui da uno dei miei allievi della Brandeis
University, e un giorno andai a Providence per conoscerlo.
In Soen Sa Nim cera qualcosa di estremamente affascinante. Prima di tutto, era un maestro Zen
(qualunque cosa fosse un maestro Zen) che riparava lavatrici e che sembrava molto contento di farlo.
Aveva un viso perfettamente rotondo, disarmante per quantera aperto, ed era estremamente presente,
totalmente se stesso, senza arie n presupponenza. Aveva il capo rasato (chiamava i capelli lerba
dellignoranza e diceva che i monaci dovevano tagliarseli con regolarit). Indossava strane ciabattine
di gomma, bianche e sottili, che sembravano barchette (i monaci coreani non indossano nulla che sia di
cuoio perch proviene dagli animali) e nei primi tempi di solito se ne stava vestito con la sola
biancheria, mentre quando insegnava indossava una lunga veste grigia e un semplice kesa marrone, un
rettangolo piatto di stoffa fatto di tanti pezzi cuciti insieme che si porta appeso al collo, sul petto, che
nella tradizione Zen simboleggia le vesti del Buddha e dei suoi primi monaci fatte di brandelli
recuperati e cuciti insieme. Aveva anche vesti pi elaborate e colorate per occasioni speciali e per le
cerimonie che celebrava nella locale comunit buddhista coreana.
Aveva un modo di parlare insolito perch allinizio non conosceva molte parole inglesi e perch
la grammatica dellinglese americano gli sfuggiva del tutto. E cos parlava in una specie di coreano
inglese approssimativo che rendeva le sue opinioni in modi incredibili. Le sue idee sono state quindi
percepite dallascoltatore con una forza sbalorditiva perch la nostra mente non aveva mai sentito
pensare in quella maniera e quindi non poteva elaborarlo nellordinario modo con cui di solito
elaboriamo ci che ascoltiamo. Come accade in tali circostanze, molti degli studenti si mettevano a
chiacchierare tra loro nello stesso modo di Soen Sa Nim, in un inglese stentato, scambiando fra di loro
frasi come Vai dritto, non controllare la tua mente e La freccia  gi nel centro, e Mettilo gi,
appena pi gi e Hai gi capito, che per loro avevano senso, ma che sembravano irragionevoli per chiunque altro.
Soen Sa Nim era alto quasi un metro e ottanta, non sottile ma neanche grasso; forse robusto 
la parola che lo descrive meglio. Sembrava senza et, ma probabilmente allepoca aveva superato da
non molto la quarantina. Si diceva che in Corea fosse ben noto e molto rispettato, ma a quanto pare
aveva scelto di venire in America e portare il suo insegnamento l dove succedevano le cose, in quel
momento: allinizio degli anni Settanta i giovani americani dedicavano un sacco di energia e di
entusiasmo alle tradizioni meditative orientali, e lui faceva parte di quella grande ondata di maestri di
meditazione orientali che arrivarono in America in quel periodo e nel decennio precedente. Se volete
avere un assaggio diretto degli insegnamenti orali che dava allepoca potete leggere Dropping Ashes on
the Buddha di Stephen Mitchell.11
Spesso Soen Sa Nim apriva i discorsi in pubblico prendendo in mano il kyosaku, il piccolo
bastone piatto tipico dello Zen, che di solito teneva a portata di mano e che nel suo caso era ricavato da
un pezzo di ramo secco torto e pieno di nodi, ben lisciato e lucidato; a volte ci si appoggiava con il
mento scrutando luditorio, poi lo sollevava e lo teneva orizzontale sopra la testa, tuonando: Lo vedete
questo?. Lungo silenzio. Occhiate sgomente. Poi lo sbatteva dritto gi sul pavimento o sul tavolo che
aveva davanti. Faceva uno schiocco forte. Lo sentite questo? Lungo silenzio. Altre occhiate sgomente.
Dopo di che cominciava a parlare. Spesso non spiegava affatto quellinizio a sorpresa. A poco a
poco il messaggio si faceva chiaro: quando si tratta di Zen o di meditazione o di consapevolezza non
bisogna complicare le cose. La meditazione non mira a sviluppare una bella filosofia di vita o una
mente brillante; non si occupa affatto del pensiero. Proprio adesso, in questo preciso istante, vedi?
Senti? Questo vedere, questo sentire, se lo si lascia nudo e crudo,  il rifugio della mente originaria, che
 libera da tutti i concetti compreso quello di mente originaria. E c gi,  gi in nostro possesso. In
effetti  impossibile a perdersi.
Se vedi questa stecca, chi  che vede? Se senti il rumore che fa sbattendola, chi  che sente?
Negli attimi iniziali di quella visione c solo il vedere, prima che entri in ballo il pensiero e che la
mente si metta a secernere pensieri come: Chiss cosa vuol dire?, Certo che vedo la stecca, Be, 
proprio una stecca, Non credo di avere mai visto una stecca come quella, Chiss dove lha presa,
Forse in Corea, Mi piacerebbe avere una stecca come quella, Ho capito che cosa sta facendo, con
quella stecca, Lavr capito anche qualcuno degli altri?,  proprio forte, sto tipo, Per!, 
ben stravagante, la meditazione!, Forse con questo ci arrivo, a capire, Chiss come starei, vestito cos.
Oppure, sentendo lo schiocco sonoro:  un modo ben strano di cominciare un discorso!,
Certo che ho sentito il rumore!, Crede che siamo sordi?, Lha davvero pestata sul tavolo?,
Deve averci lasciato un bel segno!, Bella bastonata!, Come si permette?, Non sa che quel
tavolo ha un proprietario?, Non gliene importa niente?, Che genere di persona , poi?.
Stava tutto l, il punto.
Vedete?   difficile che ci vediamo e basta, di solito.
Sentite?   difficile che ci sentiamo e basta, di solito.
Dopo ogni singola esperienza ci si riversano dentro pensieri, interpretazioni ed emozioni 
persino prima dellesperienza stessa, sotto forma di aspettative  cos in fretta che ci  difficile dire che
eravamo davvero l, presenti a quel primo attimo di visione, a quel primo attimo di percezione
uditiva. Se ci fossimo stati sarebbe qui, non l.
E invece pi che la stecca noi vediamo i nostri concetti; invece dello schiocco, sentiamo i nostri
concetti. Valutiamo, giudichiamo, facciamo digressioni, suddividiamo in categorie, reagiamo
emotivamente, il tutto cos in fretta che lattimo di pura visione, lattimo di puro udito vanno persi. Per
quellattimo, almeno, si potrebbe dire che ci siamo persi, che ci siamo allontanati dai nostri sensi.
Naturalmente simili momenti di inconsapevolezza influenzano quello che segue, quindi
tendiamo a perderci e a restarcene lontani, tendiamo a scivolare in schemi automatici di pensieri e di
sentimenti e a restarci a lungo senza nemmeno accorgercene.
Dunque la domanda di Soen Sa Nim  Lo vedete questo? Lo sentite questo?  non era banale
come sarebbe potuto sembrare a prima vista. Ci invitava a risvegliarci dal sogno, da quello stato in cui
siamo tutti presi in noi stessi, dal nostro infinito vorticare in storie che ci portano lontano da quel che
accade davvero in quei momenti che poi, sommati gli uni agli altri, chiamiamo la mia vita.
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ULISSE E IL VEGGENTE CIECO.
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Alle volte diciamo Svegliati, torna in te, riprendi i sensi! per spingere qualcuno a svegliarsi
alle cose come sono davvero. Forse lavrete notato, di solito non  che la persona diventi percettiva per
magia, solo perch la imploriamo di farlo. (E non succede neanche quando imploriamo noi stessi.) Pu
darsi che tutto il suo orientamento, nei confronti di se stessa, della situazione e di tutto il resto, abbia
bisogno di essere riveduto a fondo, magari in modo radicale. Come si fa? A volte per svegliarci ci
vuole una crisi nel campo della salute. Se prima non ci ammazza.
Diciamo  uscito di senno12 per dire che una persona non  pi in contatto con la realt. Il pi
delle volte non  poi tanto facile rientrare in contatto con quella persona. Perch mai uno dovrebbe
cominciare, quando a tua volta tu stesso sei gi cos fuori di testa? E se lintera societ di tutto il mondo
 fuori di testa, e ognuno si sta concentrando su un qualche aspetto dellelefante ma nessuno lo
percepisce nella sua interezza13 Nel frattempo, quello che credevamo un elefante invece sta assumendo
la forma di una specie di mostro furioso che corre di qua e di l facendo danni, e noi restiamo l
bloccati, senza nessuna voglia di percepire la realt e di darle un nome, proprio come i sudditi di quel
re con il guardaroba nuovo di vestiti invisibili: tutti a fargli i complimenti, incapaci di dirgli che era nudo.
Il nocciolo della questione  che non  poi tanto facile riprendere i sensi, senza un po di pratica.
Di regola, siamo terribilmente fuori allenamento. Siamo fuori forma, quando si tratta dei nostri sensi:
siamo fuori forma quando si tratta di riconoscere la nostra relazione con quegli aspetti del corpo e della
mente che comprendono i sensi, che hanno campi dazione coincidenti con quelli dei sensi, che ne
vengono determinati e plasmati. In altre parole, siamo enormemente fuori forma quando si tratta di
percezione e di consapevolezza, che sia orientata verso fuori di noi o verso ci che abbiamo dentro o
verso il fuori e il dentro insieme. Recuperiamo la forma esercitando ripetutamente le nostre facolt di
prestare attenzione, proprio come se si trattasse di un muscolo. E a rafforzarsi con questo allenamento 
qualcosa di molto pi interessante, per esempio, di un bicipite, di pi robusto e flessibile, spesso anche
a fronte di una notevole resistenza da parte della nostra mente.
I nostri sensi (mente compresa, naturalmente) ci tirano di continuo qualche scherzo, giusto cos,
per abitudine, e per il fatto che non sono percettori passivi ma richiedono un consenso attivo e
interpretazioni coerenti da parte delle varie zone del cervello. Noi vediamo, ma di rado siamo
consapevoli che vedere  una relazione: la relazione fra la nostra capacit visiva e ci che c da
vedere. Noi crediamo a quello che ci sembra di avere davanti al naso; in realt, per, quellesperienza 
filtrata da varie strutture di pensiero inconsce e da quel modo misterioso che abbiamo di sentirci vivi in
un mondo che possiamo far entrare in noi attraverso gli occhi.
E cos vediamo alcune cose, ma possiamo anche non vedere ci che in quel momento ha pi
peso o rilevanza per la nostra vita. Vediamo in maniera abituale, il che vuol dire che vediamo in modi
molto limitati, oppure non vediamo affatto, a volte neanche quello che abbiamo sotto il naso, proprio
davanti agli occhi. Vediamo col pilota automatico, dando per scontato il miracolo di vederci, almeno
finch la vista non  che una parte dello sfondo (non riconosciuto) sul quale ci muoviamo facendoci gli affari nostri.
Possiamo anche avere figli e andare avanti per anni a non vederli sul serio perch vediamo
solo i nostri pensieri su di loro, influenzati dalle nostre aspettative o paure. Lo stesso pu valere per
tutte le relazioni che abbiamo. Per esempio, noi viviamo nel mondo della natura, ma per la maggior
parte del tempo non lo notiamo nemmeno: non ci accorgiamo di come la luce del sole venga riflessa da
quella data foglia o di quanto siamo circondati, nelle citt, dai riflessi di forme strane che ci rimandano
le finestre e le imposte. E non ci accorgiamo neanche, di regola, di essere visti e percepiti dagli altri,
compresi gli esseri viventi nella natura  lo sapremmo di pi dopo una notte passata in una foresta
tropicale; e che gli altri ci vedono in modi che potrebbero essere molto diversi da quello in cui noi ci vediamo a nostra volta.
Forse questa cecit cos diffusa ed endemica fra noi umani  lunica ragione per cui Omero, ai
primi albori della tradizione letteraria occidentale (nellottavo secolo a.C.), dando forma scritta a una
narrazione che fino ad allora veniva tramandata a voce, nellOdissea ha spedito Ulisse fino ai confini
dellAde a cercare Tiresia per chiedergli quale fosse il proprio destino e che cosa dovesse fare per
tornare sano e salvo a casa. Tiresia  un veggente cieco: dovunque compaia un veggente cieco si sa che
le cose stanno facendosi pi interessanti e reali. Omero sembra dirci che il vero vedere va al di l del
fatto di avere occhi ben funzionanti. Di fatto, occhi ben funzionanti potrebbero essere un impedimento
nella ricerca della propria via personale: dobbiamo imparare a vedere al di l delle nostre cecit
abituali, caratteriali  nel caso di Ulisse sono il prodotto dellarroganza e della determinazione che ne
erano insieme la forza e la rovina , che per questo sono un dono inestimabile, con il quale fare i conti
e da cui imparare.14.
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Non solo noi non vediamo quello che c, spesso vediamo quello che non c. Come ingannano
gli occhi! La mente costruisce le cose. In parte lo si deve alla nostra selvaggia immaginazione creativa,
in parte dipende da come  configurato il nostro sistema nervoso. Nella figura qui sotto c un
triangolo? Soen Sa Nim direbbe: Se dici che c, ti colpir trenta volte (con il suo kyosaku, la stecca.
Lui non lavrebbe fatto, ma in Cina anticamente lo si faceva). E, se dici che non c, ti colpir trenta
volte. Che cosa puoi fare?. Lui non usava immagini come questo triangolo di Kanisza ma qualunque
oggetto avesse a tiro. Se dici che questo /non  un bastone, un bicchiere, un orologio, un sasso, ti
colpir... Che cosa puoi fare? Di certo ci insegn a non attaccarci alla forma o al vuoto, o per lo meno
a non farlo vedere. A dispetto di noi stessi, per, lo mostravamo quasi sempre; dunque non potevamo
far altro che andare a tentoni sperando di imparare e di crescere in quel processo, in qualche modo, se
non altro almeno per la cura che traspariva da quella sua apparente mancanza di cura.
Sappiamo tutti che quando ci capita di percepire tramite gli occhi vediamo alcune cose e non ne
vediamo altre, anche quando ci stanno dritte davanti al naso. E siamo facilmente condizionabili a
vedere in certi determinati modi e a non vedere in altri. I prestigiatori utilizzano di continuo questa
nostra selettivit nellosservazione: la loro arte consiste proprio nel prendersi gioco della mente  e
divertirla  dirottando abilmente la nostra attenzione e riducendo in macerie i nostri sensi.
Parlando in termini pi universali, genti di differenti culture possono vedere lo stesso
avvenimento in modi molto diversi a seconda del loro sistema di credenze e del loro orientamento.
Vedono attraverso lenti della mente differenti, e per questo vedono realt differenti. Nessuna di esse
 del tutto vera; sono quasi tutte vere fino a un certo punto. Gli americani sono stati i liberatori dellIraq
o i loro oppressori? Stai attento a quel che rispondi. Quanto siamo attaccati a un solo punto di vista, che
pu essere vero solo parzialmente, vero solo fino a un certo punto?
Tutti noi, senza accorgercene, abbiamo labitudine di lasciarci cadere ogni tanto in un modo di
pensare in bianco e nero, per assoluti. Certo, ci fa sentire meglio, pi al sicuro; ma  anche un modo di
pensare che rende terribilmente ciechi. Questo  bene. Questo  male. Questo  giusto. Questo 
sbagliato. Noi siamo forti. Loro sono deboli. Noi siamo furbi, loro no. Lei  una bellezza. Quello  un
rompiscatole. Sono un rottame. Quelli sono scemi. Non se ne tirer mai fuori. Lei  cos insensibile.
Non ci riuscir mai.  impossibile fermarlo.
Tutte queste affermazioni sono pensieri, tutte tendono a distorcere e limitare la visione, anche se
in parte sono vere. Perch gran parte delle cose del mondo reale  vera solo fino a un certo punto. Non
esiste qualcosa come una persona alta: uno  alto fino a quel punto. Non esiste una cosa come una
persona furba: uno  furbo fino a quel punto. Ma se esaminiamo quel modo di pensare, quando ci
cadiamo, alla luce di una maggiore consapevolezza scopriamo che tende a essere rigido, limitante e
inevitabilmente sbagliato, almeno in parte. Il nostro modo di vedere e di pensare in bianco e nero,
dunque, in termini di o questo o quello, porta rapidamente a giudizi fissi e limitati a cui spesso si
arriva per riflesso condizionato, per automatismo, senza pensarci, cosa che spesso ostacola la nostra
capacit di far rotta verso casa attraverso le stravaganze della vita. Il discernimento, invece, in
quanto differente dal giudizio, ci porta a vedere, udire, sentire, percepire le infinite, sottili sfumature, le
sfumature di grigio fra il tutto bianco e il tutto nero, tutto buono o tutto cattivo; quello che
chiameremmo saggio discernimento ci permette di vedere e di condurre la nostra nave attraverso
svariati passaggi, laddove i nostri giudizi immediati e reattivi ci fanno rischiare di non vederli proprio,
quei passaggi, e di non cogliere lintero spettro della realt, e in questo modo ci portano a limitare
automaticamente e inconsapevolmente le nostre possibilit.
C un intero campo della matematica e dellingegneria che si basa su questo complesso schema
frattale che sta nel mondo intermedio fra tutto cos e tutto col. La chiamano matematica fuzzy.15
La cosa divertente  che pi cominci a fare attenzione alle sfumature nelle cose pi la mente si fa
chiara, non pi confusa e sfumata. A mano a mano che ci inoltriamo sempre pi a fondo
nellesplorazione della consapevolezza sar utile tenere a mente questo: Bart Kosko, della University of
Southern California, nel libro Fuzzy Thinking16 nota che il mondo dello zero e uno, del bianco e nero 
il mondo come lha articolato Aristotele il quale, per inciso, ha descritto anche i cinque sensi per la
prima volta nelle fonti scritte della cultura occidentale. Tutte le sfumature di grigio, compresi anche lo
zero e luno, sono il mondo come lha articolato il Buddha. E allora quale modello di mondo  corretto?
Attenzione, eh!
Le mele possono essere rosse, verdi o gialle. Ma se guardate pi da vicino sono rosse, o verdi o
gialle solo fino a un certo punto. A volte ci sono macchie o zone di altri colori, mischiati a quello
principale. Nessuna mela in natura  interamente rossa o verde o gialla. Il maestro di meditazione
Joseph Goldstein racconta la storia del maestro delle elementari che chiese alla classe: Che colore 
questo, bambini?, mostrando una mela. Molti bambini dissero rosso, qualcuno disse giallo, qualcuno
disse verde, uno solo disse: Bianco. Bianco? replic il maestro, perch dici bianco? Vedi bene
che non  bianca, questa mela. A quel punto il bambino va alla cattedra, stacca un morso dalla mela e
poi la solleva per mostrarla al maestro e alla classe.
Goldstein sottolinea con gusto anche che nel cielo non c nessun Grande Carro, c solo
lapparenza di un grande carro, dal nostro particolare angolo di visuale di quelle stelle. Ma  vero,
assomigliano proprio a un grande carro, quando lo guardate in una notte senza luna. E quel
non-Grande Carro ci aiuta ancora oggi a localizzare la stella polare e a orientarci in base a essa.
Prima di voltare pagina fate una pausa e fermatevi a guardare il disegno qui sotto. Che cosa vedete?
Qualcuno vede una donna anziana, solo quella. Altri vedono una donna giovane, solo quella.
Quale delle due ? Se prima di mostrare il disegno di cui sopra a un pubblico numeroso faccio vedere
anche solo per cinque secondi limmagine a pagina 76 a sinistra alla met delle persone mentre laltra
met tiene gli occhi chiusi,  molto pi probabile che in seguito esse vedano nel disegno di prima una
giovane donna, rispetto allaltra met del pubblico. Quella met, al contrario,  molto pi probabile che
in quel disegno veda una vecchia signora. Per alcuni, una volta instaurato uno schema di lettura  molto
difficile trovare laltro, nellimmagine, anche fissando a lungo limmagine, fin quando non si mostrano
loro simultaneamente questi due disegni non ambigui.
E poi c lincantevole storia della meravigliosa fantasia di Antoine de Saint-Exupry, Il
Piccolo Principe:
Quando avevo sei anni ho visto, una volta, in un libro sulla foresta vergine intitolato Storie
vissute, una magnifica illustrazione. Rappresentava un serpente boa che ingoiava un animale. Ecco la
copia del disegno: Nel libro si diceva: I serpenti boa ingoiano le loro prede tutte intere, senza
masticarle. Dopo non riescono pi a muoversi e dormono per tutti i sei mesi della digestione. Ho
pensato a lungo alle avventure della giungla e, a mia volta, sono riuscito, con una matita colorata, a fare
il mio primo disegno. Il mio disegno numero 1. Era cos:
Ho mostrato il mio capolavoro agli adulti e ho chiesto se il mio disegno faceva molta paura.
Mi hanno risposto: Perch un cappello dovrebbe far paura?.
Il mio disegno non rappresentava un cappello. Rappresentava un serpente boa che digerisce un
elefante. Allora ho disegnato linterno del serpente boa, perch lo capissero anche i grandi. Loro hanno
sempre bisogno di spiegazioni. Il mio disegno numero 2 era cos:
I grandi mi hanno consigliato di lasciar perdere i disegni di serpenti boa, aperti o chiusi, e di
interessarmi piuttosto alla geografia, alla storia, allaritmetica e alla grammatica.  per questo che ho
abbandonato, allet di sei anni, una magnifica carriera di pittore. I grandi non capiscono mai niente da
soli, ed  faticoso, per i bambini, dovergli sempre spiegare tutto.17
Dunque per riprendere i sensi forse dobbiamo sviluppare la nostra capacit innata (e la fiducia
in essa) di vedere sotto la superficie delle apparenze cogliendo dimensioni pi essenziali della realt,
capacit che Tiresia incarnava per Ulisse: il veggente era cieco, eppure sapeva vedere ci che era
importante, mentre Ulisse, che non era cieco, alla lettera, non riusciva a distinguere le cose che pi
gli serviva vedere e conoscere. Forse queste nuove dimensioni, a noi apparentemente nascoste, possono
contribuire a risvegliarci allintero spettro della nostra esperienza nel mondo e alla nostra capacit di
capire noi stessi; possono aiutarci a trovare modi di essere, e modi di renderci utili, che siano di
nutrimento per noi stessi come per il mondo e che facciano emergere ci che di meglio e di pi umano
abbiamo dentro.
*
Oh, cuore mio! Lo Spirito Supremo,
il grande Maestro,  accanto a te.
Destati! Su, destati!
Corri ai piedi dellAmato, poich
il tuo Signore  accanto al tuo capo.
Hai dormito per innumerevoli epoche.
Non vuoi destarti nemmeno questa mattina?
KABIR.
...
.
...
Nessun attaccamento.
...
.
...
C in giro una barzelletta che suona cos:
Hai sentito quella sullaspirapolvere buddhista?
Stai scherzando? Cosa diavolo  un aspirapolvere buddhista?
Sai, quella che non ha... nessun attaccamento!
.
Il fatto che le persone capiscano questa barzelletta suggerisce che il messaggio centrale della meditazione buddhista si  fatto strada nella psiche collettiva della nostra cultura. Durante la mia infanzia, negli anni Quaranta e Cinquanta, questa espansione culturale della mente sarebbe stata assai improbabile, addirittura inconcepibile. Anche Carl Jung ha sottolineato la potenziale difficolt per la mente occidentale di comprendere lo Zen, ma lui stesso ha avuto il massimo rispetto per i suoi scopi e metodi.
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Tuttavia, il cambiamento si  gi verificato, e probabilmente il persistente interesse di Jung per la meditazione buddhista sin da quellepoca era significativo, oltre che determinante, per comprendere quanto sta succedendo oggi. Tuttavia, Jung sarebbe rimasto sbalordito nel vedere come sono penetrate a fondo la mindfulness e la saggezza del Dharma nella cultura tradizionale. Pare che lo storico Arnold Toynbee abbia commentato che lavvento del buddhismo in Occidente sarebbe stato visto col tempo come levento pi importante del 20esimo secolo. Questa  unaffermazione sconcertante, dati tutti gli eventi eccezionali che si sono susseguiti in quel secolo, inclusa lindicibile sofferenza che gli uomini si sono inflitti lun laltro. Per capire se Toynbee avesse ragione e per dare a riguardo una concreta valutazione, forse dovranno passare almeno altri cento anni. Ma  evidente che adesso qualcosa sta accadendo.
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In ogni caso, al giorno doggi la gente fa battute come quella dellaspirapolvere, e molte altre
barzellette sulla meditazione vengono pubblicate sotto forma di vignette nel New Yorker e su altri
periodici. Eccone una:
Due uomini vestiti da monaci hanno evidentemente appena finito una sessione di meditazione.
Uno si volta verso laltro. La didascalia recita: Non stai pensando a cosa non sto pensando?
La cultura sta prendendo una certa inclinazione dalla meditazione. E non solo la cultura con la
C maiuscola. Alla meditazione si fa riferimento nei fumetti degli incarti dei chewing-gum, nei
manifesti dei film e nella pubblicit sulle pareti della metropolitana, sulle riviste e sui giornali. La pace
interiore ora  utilizzata per vendere praticamente tutto, dalle vacanze alle terme alle nuove automobili,
ai profumi, ai conti in banca. Nessuno sta affermando che questo sia un fatto positivo, ma indica che
qualcosa sta cambiando man mano che diventiamo pi consapevoli, a un certo livello, della promessa e
della realt pratica della meditazione, e ovviamente anche della nostra capacit di sfruttare qualsiasi
cosa per il gusto di commercializzare un prodotto.
Nel fumetto dellincarto di una gomma da masticare che mi venne offerta tempo fa da un
giovane paziente, la sequenza dei disegni  accompagnata dal seguente dialogo. Leggendo il testo,
potete immaginare voi stessi le figure:
Cosa stai combinando, Mort?
Sto praticando la meditazione. Dopo alcuni minuti, la mia mente  completamente vuota.
Accidenti, pensavo che tu fossi nato cos.
La pratica a cui si allude in questo fumetto, che rende la mente vuota, non ha niente a che
vedere con la vera meditazione. Ma anche cos, comunque la gente la consideri, la meditazione 
presente nella cultura occidentale come mai prima dora. Per anni, il volto del Dalai Lama ci ha
guardato da enormi cartelloni pubblicitari, per gentile concessione della Apple Computer. Quando sono
andato nel mio negozio Staples per comprare materiale dufficio, nella sezione business, nientemeno,
ho visto esposto il suo libro Larte della felicit. Qualcosa di profondo  accaduto negli ultimi
quarantanni i cui semi stanno ora spuntando dappertutto. Potrebbe essere chiamata la venuta del
Dharma in Occidente. Forse la parola dharma non vi  familiare o non vi  chiaro in questo
momento che cosa significhi, ma lo vedremo in dettaglio nella Parte seconda. Per ora,  sufficiente dire
che pu essere intesa sia come gli insegnamenti formali del Buddha (con la D maiuscola) sia come una
legge universale, etica, essenziale, che descrive il modo in cui stanno le cose e la natura della mente
che percepisce e conosce (con la d minuscola).
Una volta il Buddha dichiar che il messaggio centrale di tutti i suoi insegnamenti  ha
insegnato ininterrottamente per oltre quarantacinque anni  poteva essere sintetizzato in una frase.
Nella remota possibilit che sia realmente cos, potrebbe non essere una cattiva idea imparare a
memoria quella frase. Non sapremo mai quando potrebbe tornarci utile, quando per noi potrebbe avere
senso, anche se un istante prima in realt non ne aveva. Quella frase  la seguente:
Non attaccarsi a nulla considerandolo io, me o mio.
In altre parole, nessun attaccamento. Soprattutto nessuna idea fissa su noi stessi e su chi siamo.
Di primo acchito sembra un messaggio difficile da accettare perch mette in discussione tutto
ci che pensiamo di essere, che per la maggior parte pare provenga da ci con cui ci identifichiamo: i
nostri corpi, pensieri, sentimenti, relazioni, valori; il nostro lavoro; le nostre aspettative su ci che si
suppone che accada e su come si suppone che possa verificarsi per noi al fine di essere felici; le
nostre storie riguardo al luogo da cui siamo venuti e quello verso cui stiamo andando e riguardo a chi siamo.
Ma non dobbiamo reagire subito cos, anche se a prima vista il consiglio del Buddha pu
turbarci un po o se invece pu apparirci sciocco o irrilevante. La parola chiave della frase 
aggrapparsi.  importante capire che cosa si intende per aggrapparsi per non interpretare
erroneamente questa ingiunzione come il disconoscimento di tutto ci che ci  caro. In realt la frase
del Buddha  un invito a entrare in una relazione pi importante e in contatto diretto e vivo con tutti
coloro che sono cari al nostro cuore e con tutto ci che  pi importante per il nostro benessere come
persona, corpo, mente, anima e spirito, qualunque sia il lessico che vogliamo adottare. Ci riguarda
anche tutto quello che  difficile da gestire o con cui scendere a patti, insieme allo stress e allangoscia
della condizione umana quando subentrano nelle nostre vite, come  facile che accada prima o poi, in
un modo o nellaltro. Questa frase ci dice che il nostro attaccamento ai pensieri di chi siamo pu esserci
dimpedimento a vivere la vita pienamente e pu costituire un grosso ostacolo a qualsiasi realizzazione
di chi e che cosa siamo realmente, e di ci che  importante e realizzabile. Pu succedere che,
aggrappati ai nostri modi autoreferenziali di vedere e di essere, alle parti del discorso che chiamiamo
pronomi personali, io, me e mio, rafforziamo labitudine di tenerci saldamente sempre ancorati
a ci che non  fondamentale, dimenticando ci che invece  rilevante.
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LORIGINE DELLE SCARPE: UNA STORIA.
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C unantica storia che racconta come furono inventate le scarpe.
Cera una volta, tanto tanto tempo fa, una principessa che un giorno mentre passeggiava and a
sbattere con lalluce su una radice che sporgeva dal sentiero. Seccata, and dal primo ministro e gli
chiese con insistenza che formulasse un editto in cui si dichiarava che il regno doveva essere
interamente ricoperto di cuoio, cos che nessuno pi dovesse patire un simile incidente. Ora, il primo
ministro sapeva che il re desiderava sempre accontentare la figlia in ogni modo e dunque avrebbe avuto
la tentazione di pavimentare davvero tutto il regno di cuoio; la cosa da una parte avrebbe risolto il
problema e avrebbe reso felice la principessa e salvato tutti dallindegno incidente, ma daltro canto
sarebbe stata pesantemente problematica per molti aspetti, per non parlare della spesa. Il primo ministro
ci pens su in fretta [non vorrei dire su due piedi] e rispose: Ci sono! Sua altezza, invece di
ricoprire di cuoio tutto il regno, perch non mettiamo insieme dei pezzi di cuoio e li adattiamo ai vostri
piedi, convenientemente attaccati fra loro? In questo modo, dovunque andiate, i vostri piedini sarebbero
protetti nel punto di contatto con il terreno e noi non dovremmo affrontare una spesa cos ingente e
rinunciare alla dolcezza della terra. Alla principessa piacque molto quel suggerimento, e cos nel
mondo comparvero le scarpe, e si evit una grande pazzia.
Trovo incantevole questa storia; nella sua veste di favola per bambini rivela svariate intuizioni
profonde sulla nostra mente. Punto primo: ci capitano cose che generano contrariet e avversione, due
termini che i buddhisti di alcune tradizioni amano usare e che penso descrivano molto accuratamente le
nostre emozioni quando le cose non vanno a modo nostro. Sbattiamo lalluce, non ci piace per
niente; in quel preciso momento e luogo ci sentiamo proprio contrariati, ostacolati, e cadiamo
nellavversione. Potremmo perfino dire: Odio sbattere lalluce!. In quel momento e in quel luogo ne
facciamo una questione, un problema, di solito un mio problema; e allora il problema bisogna
risolverlo. Se non stiamo attenti la soluzione pu essere di gran lunga peggiore del problema. Punto
secondo: la saggezza suggerisce che il luogo in cui applicare il rimedio sia il punto di contatto nel
momento stesso del contatto. Dunque evitiamo di sbattere gli alluci indossando una protezione sui
piedi, non ricoprendo tutto il mondo mossi dallignoranza, dal desiderio, dalla paura o dalla rabbia.
Possiamo difenderci in modo analogo dal seguito elaborato di pensieri e di emozioni a cascata,
spesso fastidiosi oppure affascinanti, che ogni singola, nuda impressione sensoriale innesca. Possiamo
farlo portando lattenzione al punto di contatto, nel momento del contatto con limpressione sensoriale.
E cos quando c una percezione visiva gli occhi sono momentaneamente in contatto con la nuda e
cruda realt di ci che si vede; nellattimo successivo irrompe ogni sorta di pensieri e sentimenti... Ah,
s, lo conosco. Non  carino. Non mi piace come mi piaceva quellaltro. Mi piacerebbe che
rimanesse cos. Mi piacerebbe che se ne andasse. Perch  venuto proprio adesso a darmi fastidio,
a ostacolarmi, a frustrarmi? eccetera.
La cosa, la situazione,  quel che . Riusciamo a vederla con attenzione aperta e nuda, nel
momento stesso in cui vediamo, e poi a portare la nostra consapevolezza a cogliere lo scatenarsi della
cascata di pensieri e sentimenti, di preferenze e avversioni, di giudizi, desideri, ricordi, speranze e
sensazioni di panico che seguono il contatto originale come la notte segue il giorno?
Se siamo capaci, anche solo per un momento, di limitarci a riposare nella visione di ci che c
da vedere e ad applicare con cura la consapevolezza al momento del contatto, possiamo lasciare che
questa ci avverta della cascata di pensieri e reazioni generata dalla piacevolezza o spiacevolezza o
indifferenza dellesperienza stessa. Posso scegliere di non lasciarmi intrappolare, quali che siano le sue
caratteristiche, ma di lasciare invece che si svolga cos com, senza correrle dietro se piacevole e senza
rifiutarla se spiacevole. In quel preciso momento pu darsi che vedremo dissolversi le contrariet,
perch le riconosciamo semplicemente come fenomeni mentali che sorgono nella mente. Applicando la
consapevolezza al punto di contatto nellistante del contatto possiamo restarcene tranquilli nellapertura
del vedere puro e semplice, senza lasciarci trascinare cos tanto nellabituale produzione di pensieri
condizionata e reattiva (la quale naturalmente non fa che portare ancora pi turbolenza e disturbo alla
mente togliendoci ogni possibilit di apprezzare la nuda e cruda realt di ci che  oppure, per quel che
conta, di reagirvi in modo personale ed efficace).
La consapevolezza dunque ci serve da scarpe, proteggendoci dalle conseguenze dellabitudine a
reagire emotivamente, a lasciarci distrarre, a farci del male senza saperlo;  unabitudine che affonda le
radici nel fatto di non riconoscere, non ricordare e non occupare la natura pi profonda del nostro
stesso essere nel momento stesso in cui si genera una qualunque impressione dei sensi.
Se applichiamo la consapevolezza in quel momento e in quel modo, nel momento in cui inizia,
la natura del nostro vedere  il miracolo della visione   libera di essere quello che  e la natura
essenziale della mente non ne viene disturbata. In quel momento noi siamo liberi da ogni cosa nociva,
liberi da ogni concettualizzazione e da ogni traccia di attaccamento: ci limitiamo a dimorare in pace
nella conoscenza di ci che viene visto, udito, annusato, gustato, percepito con il tatto oppure pensato,
che sia piacevole, spiacevole o neutro. Concatenare simili momenti di presenza mentale gli uni agli
altri ci permette di riposare sempre di pi in una consapevolezza non concettuale, non reattiva, pi
libera dallobbligo di scegliere, e ci permette di essere realmente quella conoscenza che  gi la
consapevolezza, di essere la sua spaziosit, la sua libert.
Mica male, per un paio di scarpe a buon mercato!
In realt non sono poi tanto a buon mercato, anzi: sono senza prezzo, dunque inestimabili. Non
possono nemmeno essere comperate, ce le possiamo solo fabbricare con fatica e con saggezza. Alla
fine risulteranno, per dirla con le parole di T.S. Eliot, costare nientemeno che tutto, tutto quanto.
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MEDITAZIONE: NON  QUEL CHE PENSI.
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Potrebbe essere utile chiarire fin da subito alcuni equivoci comuni sulla meditazione.
Innanzitutto,  meglio considerare la meditazione come un modo di essere, invece che una tecnica o
una collezione di tecniche.
Ripeto: la meditazione  un modo di essere, non una tecnica.
Questo non significa che non ci siano metodi e tecniche associati alla pratica della meditazione.
Ci sono, di fatto ce ne sono a centinaia, e faremo buon uso di alcune di esse. Ma, se non capiamo che
tutte le tecniche sono veicoli orientabili che si possono dirigere verso determinati modi di essere e di
porsi in relazione con il momento presente e con la propria mente e con la propria esperienza,  facile
che ci perdiamo nelle tecniche e nei tentativi maldestri (sia pure del tutto comprensibili) di usarle per
arrivare da qualche altra parte e per fare esperienza di qualche risultato o stato particolare che pensiamo
essere lo scopo di tutta la faccenda. Come vedremo, prendere questa direzione pu impedirci
seriamente di capire la piena ricchezza della pratica meditativa e quello che ci offre. Cos  utile tenere
a mente, soprattutto, che la meditazione  un modo di essere o, potremmo dire, un modo di vedere, un
modo di conoscere, perfino un modo di amare.
Altro equivoco: la meditazione non  un altro modo per dire rilassamento. Forse sar bene
che ripeta anche: meditazione non  un altro termine per rilassamento.
Ci non vuol dire che la meditazione non sia spesso accompagnata da totale rilassamento e da
profonde sensazioni di benessere; certo che lo , o a volte pu esserlo. Ma meditazione di
consapevolezza significa abbracciare con la consapevolezza tutti gli stati mentali, senza preferirne uno
allaltro. Dal punto di vista della pratica della consapevolezza il dolore o langoscia, o (poco importa)
la noia o limpazienza o la frustrazione o lansia o la tensione fisica sono oggetti di attenzione
ugualmente validi, se li scopriamo mentre nascono, nel momento presente: ognuno di questi stati  una
ricca opportunit di visione profonda e di apprendimento e, in potenza, di liberazione, non un segno
che la nostra pratica meditativa non sta riuscendo perch in quel momento non ci sentiamo calmi o beati.
Potremmo dire che la meditazione sia realmente un modo di essere appropriato, in armonia con
le circostanze in cui ci si trova, in ogni singolo momento. Quando siamo tutti presi nelle
preoccupazioni della mente non possiamo essere presenti in modo appropriato, o forse non possiamo
essere presenti e basta: in quel che diciamo o facciamo o pensiamo ci portiamo dietro un qualche
programma predefinito, magari anche senza accorgercene.
Non significa che se cominciamo ad allenarci a diventare pi consapevoli nella nostra mente
non continueranno a succedere svariate cose, molte anche caotiche, turbolente, dolorose, sconcertanti.
 naturale che ci siano. A volte  questa la natura della nostra mente e della nostra vita. Ma non
dobbiamo lasciarci intrappolare da quelle cose, per lo meno non al punto da lasciare che influenzino la
nostra capacit di percepire quel che sta succedendo nelle sue reali dimensioni e di intuire che cosa
servirebbe al momento (o non al punto da lasciare che influenzino la nostra capacit di sentire che non
abbiamo idea di quel che stia succedendo in realt, n di che cosa sarebbe utile fare). A costituire quel
modo di essere che chiamiamo meditazione  il non attaccamento, quindi la chiara percezione di tutte
le circostanze che si verificano e la volont di agire appropriatamente in quelle circostanze. Coloro che
sanno poco di meditazione, che ne hanno avuto solo una vaga idea dai media, spesso sono convinti che
la meditazione sia in sostanza una manipolazione interiore volontaria che sembra tirare una frustata al
cervello e il risultato  che la mente si svuota del tutto. Basta pensieri, basta preoccupazioni: si viene
catapultati nello stato meditativo, che  sempre uno stato di profondo rilassamento, di grande pace,
calma e visione profonda; quello stato che spesso lopinione pubblica associa allidea di nirvana.
Questo concetto, anche se del tutto comprensibile,  un totale fraintendimento. La pratica
meditativa pu essere appesantita da pensieri e preoccupazioni e desideri e da ogni altro stato mentale e
ogni altra afflizione che,  noto, circola tra gli esseri umani. Quel che conta davvero non  il contenuto
dellesperienza,  la nostra capacit di essere consapevoli di quel contenuto e, ancor di pi, dei fattori
che ne determinano la nascita e di come quei fattori ci liberino o ci imprigionino attimo dopo attimo,
anno dopo anno. Quindi, per essere chiari, non miriamo a raggiungere nessuno stato mentale.
Qualsiasi condizione o stato in cui ci troviamo in qualsiasi momento, comprese la rabbia, la paura o la
tristezza, possono essere mantenuti nella consapevolezza e quindi essere visti, incontrati, conosciuti e
accettati in quanto parte dellattualit di quel momento.
Certo,  fuori discussione che la meditazione possa condurre a un rilassamento profondo, alla
pace, alla calma, alla visione profonda e alla compassione; e di sicuro il termine nirvana18 in realt si
riferisce a una dimensione dellesperienza umana importante e verificabile e non solo al nome di un
dopobarba o di un magnifico yacht. Tuttavia la meditazione non  mai quel che si pensa. E quel che si
pensa di lei non  mai completo.  una delle sue misteriose attrattive, questa; eppure a volte perfino
meditanti di lunga data dimenticano che meditare non vuol dire cercare di arrivare da qualche parte
speciale, e magari lottano e spasimano per un determinato risultato che soddisfer i desideri e le
aspettative che nutrono. Anche se ne sappiamo un po di pi pu ancora succedere a volte; in quei
momenti ci dobbiamo ri-cordare, ossia richiamare al cuore,19 di lasciar andare simili concetti e
desideri trattandoli proprio come ogni altro pensiero che sorge nella mente, di non attaccarci a niente,
forse anche di vedere che sono intrinsecamente vuoti, pure costruzioni, per quanto comprensibili, di
quella che potremmo chiamare la mente che desidera.
Un altro equivoco comune sulla meditazione  che sia un modo di controllare i propri pensieri,
o un modo per avere pensieri specifici. Anche questa idea ha in s un certo grado di verit: di fatto ci
sono forme specifiche di meditazioni discorsive che mirano a coltivare determinate qualit dellessere
come la gentilezza amorevole e lequanimit ed emozioni positive come la gioia e la compassione.
Tuttavia le idee che abbiamo sulla meditazione spesso rendono la pratica pi difficile del necessario e
ci impediscono di accedere a cuore e a mente aperti allesperienza del momento presente cos com,
invece che come vorremmo che fosse.
Perch la meditazione, e specialmente la meditazione di consapevolezza, non  catapultarsi
altrove con una frustata, n significa intrattenersi in determinati pensieri e sbarazzarsi di altri. N  fare
tabula rasa della mente o costringersi a essere pacifici o rilassati. In realt  un gesto interiore che
volge il cuore e la mente (visti come ununit inscindibile) verso una consapevolezza del momento
presente nella sua interezza, cos com, che accetta qualunque cosa stia accadendo semplicemente
perch sta gi accadendo, senza accettarne una in particolare e senza fare attenzione a come la accetta,
ma lasciando che essa si realizzi nella consapevolezza. La psicoterapia a volte chiama questo
orientamento interiore accettazione radicale. In qualunque modo lo chiamiamo,  difficile, molto
difficile, specie quando ci che accade non si conforma affatto alle nostre aspettative, ai nostri desideri,
alle nostre fantasie. E aspettative, desideri e fantasie in noi sono onnipervasivi e sembrano infiniti;
possono influenzare tutto quanto, specie quelli sulla pratica della meditazione e su concetti come
progresso e raggiungimento.
Quindi, meditare non significa cercare di andare altrove: significa permettere a se stessi di
essere esattamente dove si  e permettere al mondo di essere esattamente com in questo momento.
Non  molto facile: se restiamo nella camera a eco del nostro pensiero riusciamo subito a trovare
qualcosa di sbagliato, sempre, dunque la mente e il corpo tendono a opporre una gran resistenza a
sistemarsi anche solo per un attimo nelle cose cos come sono. Quella resistenza a ci che  pu essere
ancora pi forte se meditiamo, perch speravamo che meditare potesse realizzare un cambiamento,
rendere diverse le cose, migliorarci la vita, contribuire a migliorare le sorti del mondo.
Ci non significa che le vostre aspirazioni a realizzare cambiamenti positivi, a far andare le cose
in un altro modo, a migliorare la vostra vita e a contribuire a migliorare le sorti del mondo siano
inappropriate: sono tutte possibilit molto reali. Voi potete cambiare voi stessi e il mondo, gi solo per
il fatto di meditare, di sedervi l e starvene tranquilli in silenzio. Di fatto, anche solo sedendovi a
meditare, tranquilli e in silenzio, lavete gi cambiato.
Il paradosso, per,  che potete cambiare voi stessi o il mondo soltanto se uscite per un attimo
dai vostri soliti percorsi, se vi abbandonate e vi fidate e lasciate che le cose siano come sono gi, senza
cercar di realizzare niente, meno che mai obiettivi che non sono altro che il prodotto della vostra mente.
Einstein  stato piuttosto convincente: I problemi che esistono nel mondo oggi non possono essere
risolti con lo stesso livello di pensiero che li ha generati. Il che sottintende: occorre che sviluppiamo e
raffiniamo la nostra mente e le sue capacit di vedere e conoscere, di riconoscere e trascendere
qualunque motivazione e concetto e inconsapevolezza abituale possano aver generato e messo in atto le
difficolt in cui ci troviamo impigliati; abbiamo bisogno di una mente che conosca e veda in modi
nuovi, che abbia motivazioni differenti.  come dire che abbiamo bisogno di ritornare alla nostra mente
originaria, intatta e incondizionata.
Come si fa? Precisamente, prendendoci un momento per cambiare direzione, per tirarci fuori
dal fiume del pensiero e sederci sulla sponda e riposarci per un po nelle cose cos come sono, al di
sotto dei pensieri o, per dirla con le parole di Soen Sa Nim, prima del pensiero. Questo significa stare
per un momento con ci che  e fidarci di quello che di pi profondo e di migliore c in noi stessi,
anche se per la nostra mente pensante questo non ha nessun senso. Dato che siamo molto di pi che non
la somma dei nostri pensieri e idee e opinioni  compresi i pensieri su chi siamo e sul mondo e sulle
storie, e le spiegazioni che ci andiamo raccontando su tutto quanto , lasciarci cadere nella nuda
esperienza del momento presente  in realt lasciarci cadere proprio nelle qualit che vorremmo
coltivare: esse provengono tutte dalla consapevolezza, ed  proprio nella consapevolezza che cadiamo
quando smettiamo di cercare di andare da qualche parte o di provare una sensazione speciale per
consentirci finalmente di essere invece l dove siamo, di stare con quello che proviamo proprio in
questo momento. La consapevolezza stessa  insieme il maestro, lo studente e la lezione.
Dunque dal punto di vista della consapevolezza ogni stato danimo  uno stato meditativo. La
rabbia o la tristezza sono interessanti e utili e valide da osservare quanto lentusiasmo e il piacere, e
molto pi preziose di una mente vuota, di una mente inerte e inanimata, fuori contatto. La rabbia, la
paura, il terrore, la tristezza, il rancore, limpazienza, lentusiasmo, il piacere, la confusione, il disgusto,
la soddisfazione, linvidia, il furore, la brama, perfino lo stordimento, il dubbio e il torpore, di fatto tutti
gli stati mentali e fisici sono occasioni di conoscere meglio noi stessi, se riusciamo a fermarci a
osservare e ad ascoltare, in altre parole se riusciamo a tornare a noi stessi e a stabilire una relazione di
intimit con ci che si presenta alla nostra consapevolezza in ogni singolo attimo. La cosa stupefacente,
contraria a quello che diremmo a intuito,  che non occorre che succeda nientaltro. Possiamo
rinunciare a cercare di far accadere qualcosa di speciale. Forse lasciando andare il desiderio che
succeda qualcosa di speciale riusciamo a renderci conto che qualcosa di speciale sta gi accadendo:  la
vita, che emerge in ogni momento sotto forma della consapevolezza stessa.
Due modi di considerare la meditazione: strumentale e non strumentale
Abbiamo detto che la meditazione non  una tecnica o una serie di tecniche per raggiungere un
determinato stato, quanto piuttosto un modo di essere; dunque potrebbe essere utile rendersi conto che
ci sono due modi, apparentemente contraddittori, di considerarla; la proporzione in cui sono mescolati
questi due modi  variabile, a seconda dei diversi maestri e delle varie tradizioni. In questo testo mi
coglierete, forse, a usare i termini di entrambi perch entrambi sono importanti e veri allo stesso modo,
e la relazione  estremamente utile e creativa.
Uno dei due approcci consiste nel ritenere la meditazione uno strumento, un metodo, una
disciplina che ci permette di coltivare, rifinire e approfondire la nostra capacit di prestare attenzione e
dimorare nella consapevolezza del momento presente. Pi pratichiamo il metodo, che in realt potrebbe
essere una quantit di metodi differenti, pi  probabile che con il tempo diventeremo capaci sempre
pi stabilmente di occuparci di ogni oggetto o avvenimento che sorge nel campo della consapevolezza,
in noi o fuori di noi. Quella stabilit pu essere percepita nel corpo come nella mente e spesso si
accompagna a una maggiore vivezza di percezione, a una calma nellosservazione; una pratica
sistematica come questa genera spontaneamente momenti di chiarezza e di visione profonda della
natura delle cose, anche di noi stessi. In questo modo di considerarla, la meditazione  vista come un
processo: risulta essere un vettore che mira in direzione della saggezza, della compassione e della
chiarezza, una traiettoria che ha un inizio, una parte centrale e una fine (anche se  difficile affermare
che si tratti di un processo lineare e alle volte sembra consistere di un passo avanti e sei indietro!). A
questo riguardo, la meditazione non  dissimile da qualunque altra competenza e abilit che si possa
sviluppare con lesercizio. Ci sono anche istruzioni e insegnamenti che fanno da guida lungo il
percorso. Questo modo di considerare la meditazione  necessario, importante e valido. Ma  ed  un
grosso ma , se  vero che il Buddha stesso si applic a fondo alla meditazione per sei anni e arriv a
realizzare una straordinaria libert e chiarezza, questo modo di descrivere il processo in base a un
metodo in s non  completo e pu dare unimpressione erronea di ci che implica in realt la meditazione.
I risultati dei loro calcoli ed esperimenti hanno costretto i fisici a descrivere la natura delle
particelle elementari in due modi complementari, come particelle e come onde, anche se in realt sono
ununica cosa; qui per il linguaggio ci tradisce, perch a quel livello non sono propriamente cose
ma piuttosto propriet dellenergia e dello spazio al nucleo centrale di ogni cosa, a livelli
impensabilmente piccoli. Ugualmente, c un secondo modo di descrivere la meditazione, altrettanto
valido, una descrizione che  essenziale per comprendere appieno che cosa sia in realt, quando la pratichiamo.
Questo secondo modo di descrivere la meditazione considera che, qualunque cosa sia la
meditazione in s, in ogni caso non  affatto uno strumento. Se  un metodo,  il metodo del senza
metodo. Non  un fare. Non si tratta di andare da nessuna parte, non c nulla da praticare, non c
inizio, parte centrale e fine, non c alcun ottenimento e niente da ottenere. Piuttosto  la realizzazione
e incarnazione diretta in questo preciso istante di quelli che si  gi, al di fuori del tempo e dello spazio
e di ogni tipo di concetti;  un riposarsi nella natura intrinseca del proprio essere, in ci che viene
chiamato stato naturale oppure mente originaria oppure pura consapevolezza, non-mente o
semplicemente vacuit. Si  gi tutto ci che si potrebbe sperare di diventare, dunque non sar
necessario alcuno sforzo di volont, nemmeno per riportare la mente al respiro, e non c nulla che si
possa ottenere: lo si  gi. Per parafrasare il grande poeta sufi indiano del XV secolo Kabir: non c
tempo, n spazio, n corpo, n mente. E non c scopo, nella meditazione:  lunica attivit umana
(lunica non-attivit, in realt) che intraprendiamo per se stessa, per nessun altro scopo se non quello di
essere svegli e presenti a ci che .
Per esempio, come potremmo mai raggiungere il nostro piede, visto che non ne siamo
separati? Non ci verrebbe neppure in mente di raggiungerlo:  gi qui. La mente razionale ne fa un
qualcosa, un piede, ma finch non lo si sega via dal corpo il piede non  una cosa separata dotata di
una propria esistenza intrinseca:  semplicemente la fine della gamba, fatta in modo da poterci reggere
ritti e da permetterci di camminare. Quando lo pensiamo  un piede, ma quando siamo in piena
consapevolezza, al di fuori, al di sotto e al di l del pensiero,  semplicemente quello che . E ce lhai
gi, o in altre parole non  e non  mai stato altro che te stesso. Lo stesso vale per gli occhi, le orecchie,
il naso, la lingua e tutte le altre parti del corpo. Per dirla con san Francesco: Quello che stai cercando 
il cercatore stesso.
In base allo stesso dato, come si pu raggiungere la coscienza, la conoscenza, la mente
originaria quando questa, per parafrasare Ken Wilber, sta leggendo queste parole? Come possiamo
riprendere i sensi se i nostri sensi sono gi pienamente funzionanti? Le orecchie odono gi, gli occhi
vedono gi, il corpo percepisce gi.  solo quando trasformiamo queste funzioni in concetti che le
separiamo di fatto dal corpo del nostro essere, che per sua stessa natura  gi integro, gi completo, gi
senziente, gi risvegliato.
Questi due modi di intendere la meditazione sono paradossalmente complementari proprio
come lo sono la natura particellare e ondulatoria della materia a livello quantico e subquantico. Questo
significa che nessuna delle due nature  completa in s; insieme, diventano vere entrambe.
Per questa ragione  importante conoscere e tenere a mente entrambi i modi di descrivere la
meditazione fin dai primissimi inizi della pratica. In questo modo  meno probabile che si resti
prigionieri dei due corni del pensiero dualistico, da una parte lottando troppo duramente per
raggiungere ci che si  gi e dallaltra rivendicando di essere gi ci che in realt non si  ancora
assaggiato n realizzato e non si sa dove andarlo a pescare, anche se tecnicamente parlando pu essere
vero che lo si  gi. Non si tratta solo di avere la potenzialit di diventarlo, sebbene dal punto di vista
strumentale  proprio cos. Noi lo siamo, ma non sappiamo di esserlo. Pu essere proprio davanti al tuo
naso, vicinissimo, e tuttavia rimane nascosto.
Queste due descrizioni si danno forma a vicenda. Quando le consideriamo vere entrambe, anche
solo concettualmente, allinizio, lo sforzo che facciamo per sederci a meditare  o per fare il body scan,
la meditazione di scansione, o per praticare lo yoga o per portare la consapevolezza in ogni aspetto
della vita  sar lo sforzo giusto; avremo latteggiamento giusto perch ricorderemo che in realt, in
termini della natura assoluta della vita e della mente, non c alcun luogo dove andare e non 
necessaria alcuna lotta. Di fatto lottare e darsi da fare pu diventare ben presto controproducente. Se lo
teniamo a mente ci ricorderemo pi volentieri di essere delicati con noi stessi, rilassati e sereni anche di
fronte alle turbolenze della mente o del mondo. Avremo meno la tendenza a idealizzare la nostra
pratica o a perderci in fantasie di vittoria sul punto a cui arriveremo se facciamo tutto giusto. Ci
lasceremo meno trascinare nelle contorsioni della nostra reattivit personale, saremo pi pronti a lasciar
andare e pi capaci di dimorare senza sforzo nel non-fare, nel non-combattere, nella nostra mente
originaria di principianti, senza rispettare un programma diverso da quello di essere semplicemente
presenti. Trovarsi nella consapevolezza con le cose esattamente come sono rientra nella prospettiva
strumentale, al di l di ogni sorta di istruzione che ci potremmo bisbigliare da soli allorecchio (cosa in
s legittima, dal punto di vista strumentale).
Dalla prospettiva relativa e temporale  assolutamente necessario quello che il Buddha
chiamava retto sforzo (retto nel senso di saggio): noi impariamo quella lezione e arriviamo a
conoscerla in prima persona quando pratichiamo giorno dopo giorno per settimane, mesi, anni, decenni.
Perch  fuori discussione che ci perdiamo nella perpetua agitazione di corpo e mente;  fuori
discussione che, quando ci sediamo a meditare, scopriamo tanto spesso che la nostra capacit di
mantenere lattenzione ha vita breve ed  difficilissima da sostenere, che la nostra consapevolezza 
tanto spesso offuscata, che la mente non  poi tanto luminosa e limpida, che gli oggetti dellattenzione
non sono poi tanto vividi, per quanti discorsi ci siamo fatti sullo stato naturale della mente e sulla sua
natura luminosamente vacua. Dunque  essenziale che ricordiamo a noi stessi di stare seduti, invece di
saltar su appena la mente si fa annoiata o agitata; di tornare al respiro, per esempio, o di lasciar andare
il concatenamento di pensieri che ci ha portato via; e di installarci di nuovo e sempre nella
consapevolezza stessa. In definitiva, qualunque cosa emerga nel momento presente diventa il vero
programma del momento, il vero programma della consapevolezza e della vita stessa.
Dopo aver convissuto per un po con queste descrizioni della meditazione, strumentale e non
strumentale, scoprirete che a poco a poco diventano vecchi amici e alleati familiari. La pratica
trascende, gradualmente o anche allimprovviso, ogni idea di pratica e di sforzo, e qualunque sforzo ci
si metta non  pi fatica ma vero amore. I nostri sforzi diventano lincarnazione della conoscenza di noi
stessi e quindi della saggezza. Ma, anche qui, non  niente di speciale: noi siamo pi di quanto
facciamo, perch non c differenza sostanziale fra noi e la consapevolezza che intercorre tra noi e il
nostro piede, da cui non ci separiamo mai.
Eppure... il piede di un Mikhail Barishnikov o di una Marta Graham nel pieno della forma non 
proprio lo stesso di noi gente comune. I loro piedi sanno qualcosa che i nostri forse non sanno, anche
se nella loro natura essenziale sono la stessa cosa. Ci possiamo meravigliare di questa identit come di
quella differenza. Possiamo amarla. E possiamo esserla, a nostra volta, perch essenzialmente lo siamo gi.
...
.
...
NE VALE LA PENA? LIMPORTANZA DELLA MOTIVAZIONE.
...
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...
Se dal punto di vista della meditazione tutto quel che cerchi c gi, anche se  difficile che la
mente razionale si adatti a questidea, se davvero non c nessun bisogno di acquisire nulla o di
migliorare se stessi, se sei gi integro e completo e hai le stesse virt di tutto il mondo, allora perch
mai prendersi la briga di meditare? Perch dovremmo voler coltivare la consapevolezza, prima di tutto?
E perch usare metodi ed esercizi particolari, se servono tutti per non arrivare da nessuna parte e
soprattutto visto che abbiamo appena finito di dire che la meditazione, in ogni caso, non si limita a
metodi ed esercizi?
La risposta  questa: finch il significato della frase tutto ci che cerchi c gi  solo un
concetto, rimane solo un concetto, solo un altro bel pensiero. Essendo solo un pensiero, ha capacit
estremamente limitate di trasformare la persona, di manifestare la verit dellaffermazione a cui si
riferisce, alla fin fine di cambiare il tuo comportamento e il tuo modo di agire nel mondo.
Sono arrivato a considerare la meditazione formale soprattutto un atto damore, un gesto
interiore di benevolenza e di gentilezza verso noi stessi e gli altri, un gesto del cuore che riconosce la
nostra perfezione anche nella nostra evidente imperfezione, con tutti i nostri difetti, le nostre ferite, i
nostri attaccamenti, le nostre contrariet e la nostra persistente abitudine allinconsapevolezza.  un
gesto molto coraggioso sedersi per un po e installarsi nel momento presente, senza fronzoli. Nel
momento in cui ci fermiamo a osservare e ascoltare e ci consegniamo attimo per attimo a tutti i nostri
sensi, compresa la mente, noi incarniamo ci che di pi sacro abbiamo nella vita. Il gesto di sederci 
che pu comprendere lassunzione di una determinata posizione per la meditazione formale, ma
potrebbe anche consistere nel prendere maggiore consapevolezza o maggiore capacit di perdono  ci
riporta nella nostra mente e nel nostro corpo; potremmo dire in un certo senso che ci rinnova, che rende
nuovo e fresco questo momento, lo libera, lo rende senza tempo, aperto e spalancato. In quei momenti
noi trascendiamo ci che crediamo di essere, andiamo al di l della nostra storia e di tutta la nostra
incessante attivit di pensiero, per quanto profonda e importante sia a volte, e dimoriamo nella visione
di ci che c da vedere, nella conoscenza diretta e non concettuale di ci che c da conoscere, che non
occorre cercare perch  gi presente, sempre. Ci fermiamo nella consapevolezza, nella conoscenza in
s. Diventiamo la conoscenza. E dato che siamo completamente avvolti nella trama e nellordito
delluniverso non c davvero nessun limite a questa conoscenza e non c limite a questo gesto
benevolo di consapevolezza, nessuna separazione dagli altri esseri, nessun limite al nostro essere o alla
nostra presenza disponibile e aperta. Detto a parole pu sembrare unidealizzazione; a farne esperienza,
invece,  semplicemente quello che ,  la vita che esprime se stessa,  la coscienza che vibra
nellinfinito insieme alle cose cos come sono.
Fermarsi nella consapevolezza in ogni attimo significa anche consegnarci a tutti i nostri sensi,
entrare o restare in contatto con il panorama interiore ed esterno come ununica incomparabile unit, e
quindi in contatto con tutta la vita che si dispiega nella sua pienezza in ogni momento e in ogni luogo in
cui mai ci possiamo trovare, nello spazio interiore come in quello esterno.
Thich Nhat Hanh, maestro Zen vietnamita, insegnante di pratica di consapevolezza, poeta e
attivo pacifista, sottolinea giustamente che una delle ragioni per cui potremmo aver voglia di praticare
la consapevolezza  che involontariamente pratichiamo lopposto, quasi sempre. Ogni volta che ci
arrabbiamo impariamo ad arrabbiarci sempre meglio e rinforziamo labitudine di arrabbiarci. Quando si
mette proprio male diciamo di vedere rosso, il che significa che non vediamo con chiarezza quel che
succede e cos, in quel momento, possiamo dire di avere perso la mente. Ogni volta che siamo assorti
in noi stessi impariamo sempre di pi a lasciarci assorbire e a perdere consapevolezza; ogni volta che
siamo ansiosi impariamo meglio a essere ansiosi: la pratica perfeziona. Se siamo inconsapevoli della
rabbia o dellassorbimento in se stessi o di ogni altro stato mentale che ci pu travolgere, rinforziamo
nel sistema nervoso quelle reti neuronali su cui si basano i nostri comportamenti condizionati e le
nostre abitudini inconsapevoli, il che poi ci rende sempre pi difficile sgrovigliarcene fuori, anche
ammesso che ci rendiamo conto di quello che sta succedendo. Ogni volta che un desiderio,
unemozione, un impulso cieco, unidea o unopinione data per certa ci catturano, noi finiamo
realmente imprigionati nella stretta del nostro modo abituale di reagire, che sia labitudine di battere in
ritirata e prendere le distanze o di cadere nellansia o nella rabbia. Queste abitudini si accompagnano
sempre a una stretta, a una contrattura della mente e del corpo.
Allo stesso tempo, per, abbiamo a disposizione anche una potenziale apertura, una possibilit
di non cadere in quella stretta o di uscirne pi in fretta: se riusciamo a portarci sopra la consapevolezza.
Perch  solo la nostra cecit, in quel momento, che ci rinchiude nei nostri automatismi di reazione, che
ci fa prigionieri delle sue conseguenze a cascata (cio di tutto ci che accade nel momento
immediatamente successivo, nel mondo e in noi stessi). Risolta la cecit, vediamo che la gabbia in cui
pensavamo di essere rinchiusi  gi aperta.
Ogni volta che riusciamo a riconoscere un desiderio come desiderio, la rabbia come rabbia,
unabitudine come abitudine, unopinione come opinione, un pensiero come pensiero, uno spasmo
della mente come spasmo della mente, una sensazione fisica intensa come sensazione intensa, ne siamo
liberati. Basta gi questo; non occorre neanche che rinunciamo al desiderio: vederlo e riconoscerlo
come desiderio  gi sufficiente. In ogni dato momento o stiamo praticando la consapevolezza o de
facto stiamo praticando linconsapevolezza. Vista in questo modo, forse, ci verr la voglia di assumerci
maggiormente la responsabilit del nostro modo di interagire con il mondo, a livello interiore come
esteriore, in ogni singolo momento, dato che non esistono momenti di intervallo, nel corso della vita.
La meditazione, quindi,  allo stesso tempo niente del tutto (perch non c nulla da fare e
nessun luogo dove andare) e anche il lavoro pi difficile al mondo (perch la nostra abitudine
allinconsapevolezza  sviluppatissima e oppone tanta resistenza a lasciarsi vedere e smontare dalla
consapevolezza). E ci vogliono metodo ed esercizio e sforzo per sviluppare e rifinire la nostra capacit
di consapevolezza in modo che riesca a domare la sregolatezza della mente, che alle volte la rende cos ottusa e insensata.
Questi due aspetti della meditazione, essere assolutamente niente e il compito pi duro al
mondo, fanno s che sia necessario un alto grado di motivazione perch si possa praticare lessere
estremamente presenti senza attaccamento n identificazione. Ma chi mai ha voglia di dedicarsi al
lavoro pi duro al mondo quando siamo gi travolti dalle cose da fare, pi di quante non si riesca a
portare a termine, cose importanti, necessarie, cose a cui magari teniamo molto, che ci permettono di
costruire ci che vogliamo costruire, qualunque sia, o di raggiungere quel che vogliamo raggiungere,
dovunque sia, o a volte cose che compiamo anche solo per togliercele di torno e poterle spuntare
dallelenco delle cose da fare? E perch mai meditare, visto che significa non fare niente e visto che
ogni inazione non porta mai da nessuna parte ma ti lascia al punto in cui ti trovi? Perch mai dovrei
dispiegare tutti i miei non-sforzi, i quali richiedono comunque cos tanto tempo ed energia e attenzione?
Posso rispondere solo questo: tutte le persone che ho incontrato che praticano la meditazione di
consapevolezza e che sono riuscite, in un modo o nellaltro, a mantenerla costante nella vita per un
periodo di tempo una volta o laltra mi hanno detto (in genere quando le cose per loro andavano nel
peggiore dei modi) di non riuscire neanche a immaginarsi come se la sarebbero cavata senza la pratica.
Una volta che pratichi, sai che cosa vuol dire. Se non pratichi non c modo di saperlo.
Naturalmente  probabile che la maggioranza delle persone si accosti per la prima volta alla
meditazione di consapevolezza spinta dalla sofferenza, da uno stress o da un dolore di qualche genere e
dallinsoddisfazione che prova per alcuni aspetti della propria vita; a farli muovere  la sensazione che
quei problemi possano trovare soluzione somministrando a se stessi una piccola dose di osservazione
diretta, di indagine e di comprensione per se stessi. In quel modo lo stress e il dolore diventano valide
spinte motivanti, porte attraverso le quali si entra nella pratica.
*
Unaltra cosa: dire che la meditazione  il lavoro pi duro al mondo non  proprio corretto
finch non si capisce che non intendo solo parlare di lavoro nel senso usuale, ma anche di gioco. La
meditazione  anche gioco. Tanto per cominciare,  esilarante osservare come funziona la nostra mente.
Essa  di gran lunga troppo seriosa per prenderla sul serio. Per una vera, giusta pratica di
consapevolezza sono essenziali elementi quali senso dellumorismo, giocosit, e sventare fin dallinizio
ogni sfumatura di atteggiamenti da santarellini. E poi il lavoro pi duro al mondo forse  essere
genitori: ma, se siete genitori, trovate che esserlo sia una cosa diversa dalla consapevolezza?
Di recente mi ha telefonato un collega medico vicino alla cinquantina che aveva subito un
intervento di protesi danca (piuttosto precoce, a quellet), prima del quale era stata necessaria una
risonanza magnetica. Mi ha raccontato quanto gli fosse stato utile avvolgersi nel respiro mentre il
macchinario lo inghiottiva; ha detto che non riusciva neanche a immaginare che effetto facesse su
pazienti che non sapevano niente di meditazione e delluso del respiro in consapevolezza per restare
centrati in una situazione cos difficile e di risonanze magnetiche se ne fanno tante, tutti i giorni.
Ha detto anche che era stupefatto dal grado di inconsapevolezza che aveva caratterizzato molti
aspetti della sua degenza ospedaliera. Si era sentito spogliato prima del suo status di medico (piuttosto
eminente, fra laltro) e poi della sua identit personale. Era stato oggetto di cure mediche, ma
nellinsieme quelle cure gli erano state propinate con ben poca cura. La cura richiede empatia e
consapevolezza, una presenza cordiale e aperta, ci che io chiamo heartfulness, consapevolezza della
mente e del cuore,20 e spesso  sorprendente quanto manchi proprio quando si pensa che dovrebbe
essere pi evidente. Dopotutto, le chiamiamo cure mediche! Sconcerta, turba e rattrista sapere che
queste osservazioni sono ancora frequentissime e che vengono perfino dai medici stessi quando
assumono il ruolo di pazienti.
Al di l della presenza, a volte straziante, dello stress e del dolore in ogni parte della mia vita, la
motivazione che mi spinge a praticare la consapevolezza  piuttosto semplice: ogni momento che mi
perdo  un momento che non vivo. Ogni momento che non vivo rende pi probabile il fatto che manchi
di vivere anche il momento successivo, che lo passi intabarrato nellabitudine inconsapevole a pensare,
sentire e agire in automatico, invece che a vivere immerso, motivato e guidato dalla consapevolezza.
Succede di continuo, a quanto vedo. Il pensiero al servizio della consapevolezza  il paradiso; il
pensiero in assenza di consapevolezza pu essere linferno. Perch lassenza di consapevolezza non 
semplicemente innocente, insensibile, pittoresca o sprovveduta: il pi delle volte  attivamente nociva
per se stessi come per gli altri con cui entriamo in contatto o condividiamo la vita, che ne siamo
coscienti o no. Fra laltro, quando ci esponiamo di tutto cuore alla vita e prestiamo attenzione ai
particolari, la vita stessa  di un interesse travolgente,  rivelatoria, suscita uno stupore reverenziale,
anche nei momenti pi difficili e indesiderati.
Se sommiamo tutti i momenti persi vediamo che la disattenzione pu davvero consumarci tutta
lesistenza e pu caratterizzare praticamente ogni nostra azione e ogni scelta che facciamo o non
facciamo.  per questo che viviamo, per mancare la nostra vita, per fraintenderla? Io preferisco entrare
nellavventura tutti i giorni con gli occhi aperti e prestare attenzione alle cose pi importanti, anche se
di tanto in tanto mi ritrovo davanti alla debolezza dei miei sforzi (quando penso che siano miei), alla
tenacia delle mie abitudini e dei miei automatismi pi radicati (quando penso che siano miei). Trovo
utile andare incontro a ogni momento con freschezza, come a un nuovo inizio; trovo utile tornare di
continuo alla consapevolezza del momento presente e lasciare che la disciplina della pratica generi una
perseveranza delicata ma ferma che mi mantenga aperto, almeno un po, a tutto quel che si presenta,
che me lo faccia contemplare, imparare, osservare a fondo, accettare fino al livello che riesco a gestire
in quel momento e che mi insegni tutto ci che posso imparare quando la natura della situazione mi si
svela perch le ho prestato attenzione.
Quando si fa cos, che altro resta da fare? Se non siamo radicati nel nostro essere, se non siamo
radicati nella presenza vigile non ci stiamo perdendo, in realt, il dono della nostra stessa vita e
lopportunit di essere realmente di beneficio agli altri?
Mi  utile ricordare a me stesso di chiedere al mio cuore, ogni tanto, che cosa sia davvero
importante, in questo preciso istante, e ascoltare molto attentamente la risposta.
Per dirla con le parole di Thoreau alla fine di Walden: Albeggia e nasce soltanto il giorno che
accogliamo da svegli.
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PRENDERE LA MIRA E MANTENERLA.
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Alla fine di un ritiro, una collega disse che pensava che la pratica meditativa consistesse
sostanzialmente nel dare attenzione a un oggetto su cui concentrarsi e poi mantenervi sopra la
concentrazione, attimo dopo attimo. Allepoca liquidai la sua definizione come ovvia, quasi banale; fra
laltro, pensavo criticamente, dava un po troppo limpressione di azione, di fare qualcosa, e quindi
dava troppo peso a quel qualcuno che stava facendo quella cosa. Ci sono voluti anni perch il valore
di quellintuizione mi si depositasse dentro e si rivelasse fondamentale qual era.
Proprio come per concentrarsi sul respiro non c bisogno di qualcuno che sia sostanziale
considerare il respirante (anche se possiamo generare il pensiero che lo riguarda, tipo: Il respirante
devo essere io, naturalmente, visto che sto respirando), neanche rivolgere lattenzione a qualcosa e poi
mantenerla necessita per forza di qualcuno che rivolga e mantenga lattenzione; certo, anche qui
possiamo crearlo artificialmente, e anzi allinizio siamo piuttosto inclini a farlo, data la nostra tenace
abitudine a riferire ogni cosa a un s. In realt, per, sia il rivolgere sia il mantenere lattenzione
vengono piuttosto naturali a mano a mano che riusciamo a dimorare con pi agio e pi familiarit nella
presenza mentale, in ci che potremmo chiamare essere la conoscenza.
Prendiamo a esempio il respiro. Respirare  essenziale per la vita. Il respiro accade,
semplicemente. Di norma non gli diamo molta attenzione, a meno che non stiamo soffocando o
annegando o abbiamo un attacco di allergia o un brutto raffreddore. Immaginiamo per di starcene
quieti nella consapevolezza del respiro: per farlo occorre innanzitutto che percepiamo il respiro, che gli
diamo un posto nel campo della consapevolezza, sempre mutevole a seconda di quel che la mente o il
corpo o il mondo ci offrono per attrarre e deviare la nostra attenzione. Magari saremo anche capaci di
percepire il respiro ma subito dopo lo dimentichiamo, in favore di qualcosa daltro: c un oggetto a cui
rivolgere lattenzione ma non c costanza nel mantenerla. Dunque dobbiamo riprendere la mira di
continuo, tornando e ritornando e ritornando al respiro di nuovo e ancora e ancora. Notando, notando,
notando ogni volta quello che porta via la nostra attenzione.
Il mantenere viene insieme allintenzione di permettere che si mantenga. Mantenere la
concentrazione sulle sensazioni del respiro richiede una notevole capacit di attenzione, visto che la
nostra attenzione  cos labile e si lascia attirare altrove con tanta facilit. Per giorni e giorni, settimane,
mesi e anni, tuttavia, prestando unattenzione saggia e gentile al fatto stesso di mantenere lattenzione,
perseverando nella pratica mossi dallamore per quellautenticit superiore che sentiamo possibile e
forse vagamente carente nella nostra vita, arriviamo a fermarci con pi facilit nel respiro, nel suo
riconoscimento, di attimo in attimo, a mano a mano che accade.
Questo mantenere  quella qualit concentrata della mente quando si focalizza in un unico
punto ed  almeno relativamente stabile, se non totalmente immobile  in sanscrito si chiama samadhi.
Samadhi si sviluppa e si approfondisce quando lattivit della nostra mente, di norma agitata, si
acquieta; questo avviene perch esercitiamo di continuo la capacit di accorgerci che la mente se n
andata, si  allontanata dalloggetto dellattenzione stabilito  in questo caso il respiro  e di riportarla
indietro ogni volta, senza giudicare, reagire o perdere la pazienza. Si tratta semplicemente di dirigere e
mantenere lattenzione, accorgendosi quando il suo mantenimento  svaporato via e allora riprendendo
la mira e mantenendola di nuovo. E di nuovo e di nuovo e di nuovo e di nuovo. Come gli stabilizzatori
di un sottomarino o la deriva di una barca a vela, samadhi assesta e rende stabile la mente anche in
presenza delle sue onde e dei suoi venti; poco a poco questi si riducono, non pi alimentati dalla
disattenzione e dalla vera e propria dipendenza dalla loro presenza e ai loro contenuti. Con la mente
relativamente stabile e ferma, qualunque oggetto manteniamo nella consapevolezza si fa pi vivido e
viene conosciuto con chiarezza maggiore.
Negli stadi iniziali,  pi facile che samadhi si riveli come possibile condizione della mente
mentre partecipiamo a un corso o a un seminario; ancor di pi lo  in un ritiro di meditazione
prolungato, dove per un certo tempo ci si isola volontariamente dal solito trambusto della vita e dai suoi
infiniti obblighi, dalle sue infinite preoccupazioni e occasioni di distrazione per affrontare lattualit di
ci che  nella nostra mente quando, da un punto di vista relativo, si viene lasciati soli. Anche solo
lesperienza di questa semplice, prolungata quiete esterna e del silenzio interiore e della relativa calma
a cui si pu accompagnare  di per s un motivo pi che sufficiente per organizzarsi la vita in modo da
poter coltivare questa possibilit e da potervisi immergere, una volta ogni tanto. Potremmo arrivare a
scoprire che le onde e i venti della mente non sono fondamentali, sono solo schemi meteorologici da
cui ci lasciamo prendere dabitudine e in cui usiamo perderci, convinti che la cosa pi importante sia il
loro contenuto invece che la consapevolezza nella quale il contenuto della nostra mente si pu dispiegare.
Una volta che avete assaporato un certo grado di concentrazione e la sapete mantenere con una
certa stabilit diventa un po pi facile entrare in quello stato di stabilit e dimorarvi anche in situazioni
altre da un ritiro, nel bel mezzo di una vita indaffarata. Naturalmente questo non significa che nella
mente ogni cosa sar calma e pacifica: nel tempo ci viene a trovare ogni sorta di stati danimo e di stati
fisici, alcuni piacevoli altri spiacevoli, altri tanto neutri che quasi non li si nota. Ma a essere pi calma e
pi stabile  la nostra capacit di applicazione;  la piattaforma da cui osserviamo le cose che si fa pi
stabile. E con un certo grado di calma costante, nella nostra pratica (a condizione di non aggrapparci
alla calma per se stessa),  inevitabile che si sviluppi la visione profonda, alimentata e rivelata dalla
nostra consapevolezza, dalla presenza mentale in s, dalla capacit intrinseca della mente di conoscere
ogni singolo oggetto dattenzione in ogni singolo attimo cos com, al di l della mera conoscenza
concettuale che si avvale di etichettature e che utilizza il pensiero per attribuire un senso alle cose.
La consapevolezza discerne: identifica come profondo il respiro quand profondo, come
superficiale quand superficiale. Ne conosce lentrare e luscire. Ne conosce la natura impersonale,
perch sappiamo, in un qualche modo profondo, che non siamo noi a respirare, che ci che accade 
qualcosa di pi che non il semplice respiro. La consapevolezza conosce la natura impermanente di ogni
respiro. Conosce ogni singolo pensiero, sentimento, percezione e impulso nel momento in cui sorge
dentro, fuori e intorno a ogni respiro. Perch la consapevolezza  la qualit conoscente dello stato di
coscienza, la caratteristica centrale della mente stessa. Mantenerla accesa la rafforza; si rafforza da se
stessa. La consapevolezza  il campo in cui avviene la conoscenza; quando quel campo  reso stabile
dalla calma e dalla concentrazione su un punto, quello che si mantiene  il continuo sorgere della
conoscenza, e la sua qualit ne  rafforzata.
Questo conoscere le cose cos come sono si chiama saggezza. Proviene dalla fiducia nella
propria mente originaria, che non  altro che una consapevolezza stabile, infinita e aperta.  un campo
di conoscenza che sa istantaneamente quando una cosa compare o si sposta o scompare nel suo vasto
spazio. Il campo della luce solare  sempre presente, ma spesso  oscurato da una copertura di nuvole;
lo stesso vale per la mente, dove le nuvole (di produzione propria) sono la sua abitudine a distrarsi, la
sua infinita proliferazione di immagini, pensieri, storie e sensazioni, molte delle quali non del tutto pertinenti.
Pi pratichiamo il rivolgere lattenzione e il mantenerla, pi impariamo a fermarci senza sforzo
nel suo mantenimento, come quando si abbassa il pedale dellespressione nel pianoforte: la nota
continua a risuonare a lungo anche dopo che si  abbassato il tasto.
Pi rimaniamo in questo stato di attenzione mantenuta, pi ci si rivela la naturale radiosit della
nostra natura intrinseca, espressione di saggezza e damore insieme localizzata e infinita, non pi
offuscata dagli altri n, ci che pi conta, da noi stessi.
...
.
...
PRESENZA.
...
.
...
Se ti capita di imbatterti in una persona che medita sai subito di essere entrato nellorbita di
qualcosa di insolito e di particolare. Conduco corsi di meditazione e ritiri, dunque ho fatto abbastanza
spesso questa esperienza: alle volte osservo centinaia di persone sedute in silenzio, intente, mentre non
succede niente se non ci che accade nei vari paesaggi interiori della vita stessa che si svolge in ogni
singola persona presente, attimo dopo attimo. Uno che passasse di l troverebbe che  ben strano:
centinaia di persone sedute in una stanza, in silenzio, a non fare niente e non per un attimo, ma per
svariate decine di minuti, alle volte perfino per unora di seguito. Allo stesso tempo potrebbe anche
essere colpito dalla sensazione di intensa presenza che emanano quelle persone, unesperienza
rarissima per tutti noi. Se tu fossi quella persona che passa, anche se non avessi alcuna idea di ci che
accade in quella sala,  probabile che ti troveresti inspiegabilmente invogliato a fermarti a osservare
con grande attenzione e curiosit quel gruppo di persone, a unirti a loro nel campo energetico del
silenzio. Gi di per s, percepire lattenzione sveglia e senza sforzo che si trova alla base di quello
starsene seduti immobili in silenzio  una cosa che attrae e armonizza e che trasmette una grande forza,
data lintenzionalit che un gruppo del genere incarna.
Attenzione e intenzione. Cento persone presenti in un silenzio consapevole, immobili, senza
altro programma che essere presenti sono a pieno titolo una manifestazione stupefacente della bont
umana.  profondamente commovente, questa presenza immobile. In realt per mi commuove lo
stesso anche la presenza di una persona sola seduta in meditazione.
In un dato momento, in una sala con parecchi meditanti alcuni possono essere distratti o in
difficolt, intenti a sforzarsi di essere presenti (che  diverso dallessere presenti e basta), lontani
magari anche solo di un filo, che pure pu sembrare una distanza infinita quando si pensa o si combatte
o si soffre. E cos in ognuno pu esserci un bel viavai dentro e fuori dalla consapevolezza, specie
quando la stabilit dellattenzione  ancora poco sviluppata e mette a dura prova. Di solito questo si
traduce in irrequietezza fisica, in un dimenarsi e aggiustare o allentare la postura.
Per contro, coloro che hanno sviluppato un certo livello di concentrazione o che sono
spontaneamente pi concentrati emanano davvero un senso di presenza. Una persona pu sembrare
irradiare una luce sottile. A volte la tranquillit di un viso mi pu commuovere fino alle lacrime; a volte
c il pi lieve dei sorrisi, che rimane in una quiete assoluta al passare del tempo, non un sorriso di
trionfo, non un sorriso di qualcosa o su qualcosa. E quella persona non  neanche pi solo una persona
o una personalit:  diventata un essere, puro e semplice essere. Solo essere. Solo attenzione. Sola pace.
E in quellessere pace, in quel momento, la persona in quanto puro essere  di una bellezza
inconfondibile.
In realt non occorre che veda queste cose per saperle. Le sento con gli occhi chiusi. Seduto di
fronte o accanto a qualcuno insieme a cui insegno, o a mia volta in ritiro, circondato da altre persone
sedute in silenzio in una stanza per circa unora, sento la presenza e la bellezza di coloro che ho intorno
o di fronte molto pi che non se stessimo conversando. Forse molti stanno lottando o hanno dolore,
eppure la loro stessa determinazione a restare nel dolore e ad aprirsi a esso li porta in quel campo di
presenza, nel campo della consapevolezza, dellilluminazione silenziosa.
Nelle scuole di tutto il mondo quando gli insegnanti fanno lappello i bambini rispondono, nella
loro lingua, lequivalente di presente: in quel modo tutti concordano tacitamente che, s, il bambino 
in classe, non c dubbio. Il bambino lo sa, i genitori lo sanno, linsegnante lo sa. Ma per gran parte del
tempo nella classe c solo il corpo del bambino: il suo sguardo pu vagare a lungo fuori dalla finestra,
a volte anche anno dopo anno, intento a vedere cose che nessun altro vede. La psiche del bambino pu
essere nel paese dei sogni e della fantasia o, se il bimbo  sostanzialmente felice, incarnarsi in classe
solo di tanto in tanto perch ha compiti karmici pi importanti da portare a termine. Oppure se il bimbo
vive in un mondo in cui subisce violenze ed  regolarmente disprezzato e trascurato  o anche solo ogni
tanto, per quel che conta  forse se ne resta nascosto, allinsaputa di tutti, in un incubo di ansia,
tormentato dai demoni dellinsicurezza o del disgusto di s o da turbolenze che lo stordiscono che non
pu neanche pensare di esprimere a parole in quel tipo di contesto (ammesso che sia possibile,
comunque) e che gli rendono impossibile essere presente e concentrarsi sui compiti.
I tibetani, a proposito del Dalai Lama, usano il termine kundun, che significa la presenza.
Non  n una definizione erronea n unesagerazione: in sua presenza si diventa pi presenti. Ho avuto
loccasione di osservarlo per un certo numero di giorni che ho passato in una stanza con il Dalai Lama
e poche altre persone, mentre si succedevano complesse conversazioni e relazioni scientifiche
naturalmente di volta in volta pi o meno interessanti: lui sembra esserci tutto il tempo, non solo con le
facolt intellettive, ma anche come livello di percezione.21 Si interessa degli argomenti trattati e la sua
presenza, ho notato, basta a rendere tutti intorno a lui non solo pi presenti, ma anche pi aperti e pi
amorevoli a loro volta. Quando non capisce, interrompe; riflette a fondo, lo si vede dallespressione. A
stretto contatto con scienziati e monaci e studiosi anziani e autorevoli, durante le loro relazioni pone
regolarmente domande acute a cui  frequente la risposta: Sua Santit, questa  esattamente la
domanda che ci siamo posti a questo punto, ed  questo lesperimento successivo che abbiamo deciso
di fare. Alle volte pu apparire distratto ma di solito mi sbaglio, perch poi si attiene strettamente
allargomento. Spesso appare profondamente assorto nel pensiero, sorpreso, intento a riflettere su
questo o quel punto; lattimo dopo pu essere molto giocoso e irradiare divertimento e gentilezza. Si
direbbe che  nato cos, e questa  tutta unaltra storia, naturalmente; queste doti per sono anche il
risultato di anni di un determinato tipo di addestramento rigoroso della mente e del cuore. Egli 
lincarnazione di quelladdestramento, anche se in tutta modestia poi dice di non essere niente, il che
fra laltro  anche pi che corretto.
Una volta gli chiesero perch le persone reagissero a lui in una maniera tanto calorosa ed egli
rispose: Io non ho nessuna qualit particolare. Forse  perch ho meditato per tutta la vita sullamore e
la compassione con tutta la forza della mente. A quanto pare lo fa per quattro ore tutte le mattine,
quali che siano gli impegni che dovr affrontare nella giornata che viene, e di nuovo per un po di
tempo anche alla fine della giornata. Pensateci: pi di quattro ore!
Essere presenti  tuttaltro che banale: forse  il compito pi difficile al mondo. Anzi,
dimentichiamoci quel forse:  sicuramente il compito pi difficile al mondo. Per lo meno lo 
mantenere la presenza. Ed  il pi importante. I bambini sani vivono buona parte del loro tempo in un
ambiente di vera presenza. Quando ci si imbatte nella presenza lo si sa allistante, ci si sente
immediatamente a casa; ed essendo a casa si pu lasciare la presa, si pu lasciar andare, dimorare nella
quiete nel proprio essere, nella consapevolezza, nella presenza stessa, in buona compagnia di se stessi.
Kabir, il poeta indiano dellestasi selvaggia vissuto nel XV secolo, ugualmente stimato da ind
e da musulmani, descrive il richiamo della presenza e la facilit con cui ci pu sfuggire in toni quasi
feroci:
Oh, amico! Confida in Lui
mentre vivi, conosci mentre vivi,
comprendi mentre vivi. Perch
la liberazione  di questa vita.
Se non spezzi i ceppi durante la tua vita,
quale speranza di liberazione nella morte?
 vano sogno credere che lanima
si unisca a Lui solamente perch
ha abbandonato il corpo.
Se Lo trovi ora, Lo troverai dopo.
Altrimenti la Citt della Morte
sar la nostra sola dimora.
Se ora raggiungi lunione,
lavrai anche dopo.
Immergiti nella verit,
conosci il vero Maestro,
abbi fede nel vero Nome!
Kabir dice:  lo spirito di ricerca
che aiuta. Io sono schiavo
di questo Spirito di ricerca.
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KABIR.
...
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...
UN RADICALE ATTO DAMORE.
...
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...
Nelle sue manifestazioni esteriori la meditazione formale sembra comprendere sia il fermarsi,
parcheggiando il corpo in una quiete che sospende ogni attivit, sia il dedicarsi al fluire del movimento.
In entrambi i casi  una saggia attenzione incarnata, un gesto interiore che si intraprende quasi sempre
in silenzio, uno spostamento dal fare al semplice essere. A prima vista pu essere considerato un atto
innaturale, ma ben presto, se continuiamo a dedicarci a esso, scopriamo essere atto di puro amore per la
vita che si svolge in noi e intorno a noi.
Quando guido una meditazione con un gruppo di persone spesso mi ritrovo a incoraggiarle a
liberarsi del pensiero sto meditando e a limitarsi a stare svegli, senza sforzi, senza programmi, senza
idee, neanche su come mi dovrei sentire o che aspetto dovrei avere o su che cosa dovrei
concentrare lattenzione. Le invito a essere semplicemente sveglie e attente a quel che c in questo
preciso istante senza ornamenti n commenti. Uno stato di veglia come questo non  tanto facile da
assaporare, allinizio, a meno che non si abbia davvero una mente di principiante;22 ma  una
dimensione fondamentale della meditazione, da conoscere fin dai primi inizi, anche se in ogni
momento lesperienza di quella consapevolezza aperta, spaziosa e libera dallobbligo di scegliere ci
pare difficile da cogliere.
Abbiamo bisogno di diventare pi semplici, non pi complicati; per questo allinizio ci 
difficile uscire dai nostri percorsi abituali abbastanza da poter assaporare questa sensazione di non-fare
(che  a nostra totale disposizione), da rilassarci nellessere, senza alcun programma ma pienamente
risvegliati.  per questa ragione che esistono tanti diversi metodi e tecniche per meditare e tante diverse
direttive e istruzioni, che alle volte io chiamo impalcature. Possiamo considerarli modi antichi e utili
per riportarci indietro intenzionalmente e volutamente da una miriade di direzioni, da luoghi differenti
nei quali, forse, ci eravamo bloccati nello stupore o nella confusione; modi utili per riportarci a un
silenzio assoluto e aperto, a ci che potremmo chiamare il nostro stato originario di veglia, che in realt
c sempre stato, c sempre, proprio come il sole splende sempre e loceano  sempre calmo, nei suoi
abissi.
Ho la sensazione che la mia barca
abbia urtato, l sotto nel profondo,
contro qualcosa di grosso.
E non succede niente!
Niente... silenzio... onde...
 Non succede niente? O non  gi successo tutto,
e noi ora ce ne stiamo tranquilli nella nuova vita?
JUAN RAMON JIMENEZ, Oceani.
...
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...
A mano a mano che il ritmo della nostra vita continua ad accelerare, guidato sempre pi da una
moltitudine di forze apparentemente al di fuori del nostro controllo, un numero sempre maggiore di noi
si ritrova a impegnarsi nella meditazione, in questo atto radicale dellessere, in questo atto radicale
damore, per quanto possa sembrare stupefacente dato lorientamento materialistico da posso farcela,
ossessionato dalla velocit, dal progresso, dalla celebrit, dallorientamento dei social media che sono
propri della nostra cultura. Sono tante le ragioni per le quali ci stiamo rivolgendo verso la meditazione
di consapevolezza, non ultima forse lintenzione di conservare la nostra salute mentale individuale o
collettiva, o di recuperare il senso delle proporzioni e il significato delle cose, o anche solo di tener
testa al tremendo stress e alla grande insicurezza del nostro tempo. Questo fermarci e cadere
risvegliati intenzionalmente alle cose cos come sono in questo momento, risoluti, senza soccombere
alle nostre reazioni o al giudizio e lavorandoci sopra saggiamente se nascono, con la giusta dose di
comprensione per noi stessi quando invece soccombiamo, disposti a prendere dimora per un certo
tempo nel momento presente a dispetto di tutti i nostri piani e di tutte le nostre attivit finalizzate ad
arrivare da qualche altra parte o a portare a termine un progetto o a perseguire oggetti di desiderio o
scopi, finisce per rivelarsi un atto immensamente difficile, quasi scoraggiante eppure estremamente
semplice, profondo, dopotutto decisamente possibile, che d ristoro alla mente e al corpo, allanima,
allo spirito proprio in quel momento.
In effetti limitarsi a sedersi e a starsene tranquilli per un po di tempo per conto proprio  un
atto radicale damore. Sedersi in questo modo in realt  un modo di prendere posizione nella propria
vita cos com, come che sia, proprio ora. Prendiamo posizione qui e ora, mettendoci seduti a meditare
con la schiena dritta e a testa alta.23
Restare sani di mente in un mondo sempre pi folle  la sfida del nostro tempo. Come si fa, se
siamo presi di continuo dal chiacchiericcio della nostra mente, se siamo spaventati dalla sensazione di
esserci persi, di essere rimasti isolati, di non essere in contatto con ci che ha un minimo di significato
e con quel che siamo realmente, quando sentiamo che tutto il nostro darci da fare  vuoto, quando ci
rendiamo conto di quanto sia breve la vita? Alla fine,  solo lamore a poterci far intuire che cosa 
davvero reale, che cosa conta davvero. E dunque, s, ha senso un atto radicale damore, amore per la
vita e per lemergere del proprio vero s.
Limitarci a sederci e a lasciarci affondare nella presenza  un modo potente e incisivo di
affermare che stiamo riprendendo i sensi, lentamente ma sicuramente; che, dietro a tutto il pensare e il
rimuginare su se stessi, dietro tutte le reazioni mentali ed emotive, quel mondo di esperienza diretta 
ancora intatto e decisamente disposto a venirci in soccorso, a farci guarire, a farci sapere come essere e
che cosa fare (quando poi torniamo a fare), o per lo meno da che parte cominciare di nuovo.
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CONSAPEVOLEZZA E LIBERT.
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Avete mai notato che la vostra consapevolezza del dolore non sente dolore, anche se voi s?
Sono sicuro che lavete notato.  unesperienza molto comune, specie da bambini, ma di quelle che di
solito non si prendono in esame e di cui non si parla, perch  cos transitoria e il dolore invece, quando
ci arriva addosso,  tanto pi pressante.
Avete mai notato che la vostra consapevolezza della paura non ha paura, anche se voi siete
terrorizzati? O che la vostra consapevolezza della depressione non  depressa? Che la consapevolezza
che avete delle vostre cattive abitudini non ne  schiava? O forse persino che la consapevolezza che
avete di chi siete non  ci che pensate di essere?
Potete mettere alla prova ognuna di queste proposizioni ogni volta che volete, semplicemente
osservando a fondo la consapevolezza: rendendovi consapevoli della consapevolezza stessa.  facile,
ma ci si pensa molto di rado perch la consapevolezza, come il momento presente,  una dimensione
virtualmente nascosta della nostra vita, che la pervade tutta e dunque piuttosto difficile da identificare
in un punto preciso.
La consapevolezza  immanente e sempre a disposizione, ma si nasconde e si mimetizza come
un animale timido. Di solito ci vuole un certo grado di sforzo e di calma, se non di furtivit, anche solo
per darle unocchiata, per non parlare di osservarla apertamente e a lungo, anche se magari 
interamente allo scoperto: bisogna essere attenti, pronti, curiosi, motivati a vederla. Con la
consapevolezza bisogna essere disponibili a lasciare che la sua conoscenza vi arrivi vicino, invitarla, in
silenzio e con cura, nel mezzo di quello che state sperimentando e pensando. Dopotutto state gi
vedendo; state gi ascoltando: c consapevolezza in tutto ci che entra attraverso le porte dei sensi,
compresa la mente, proprio qui, proprio ora.
Se nel mezzo del dolore entrate nella pura consapevolezza anche per un attimo brevissimo, in
quel preciso momento la vostra relazione con il dolore cambia.  impossibile che non cambi, perch il
gesto stesso di mantenerla, anche se non a lungo, anche solo per uno o due secondi, rivela sempre le
proprie dimensioni pi ampie. E quel cambiamento della relazione con lesperienza che vivete vi d un
grado maggiore di libert di atteggiamenti e di azioni, in quella data situazione, quale che sia... anche se
non sapete che cosa fare. Non sapere  gi un modo di sapere, quando si abbraccia lo stesso non
sapere in consapevolezza. Suona strano, lo so, ma con una pratica costante  probabile che comincer
ad avere senso per voi a livello viscerale, della pancia, che  un bel po pi profondo di quello del pensiero.
La consapevolezza trasforma il dolore emotivo proprio come trasforma il dolore che
attribuiamo pi al territorio delle sensazioni fisiche. Quando siamo immersi in un dolore emotivo, se
facciamo molta attenzione notiamo che sul dolore che proviamo si sovrappone sempre uno strato di
pensieri e una pletora di sentimenti diversi; cos di nuovo possiamo dare il benvenuto allintera
costellazione di quello che pensiamo essere dolore emotivo e abbracciarla con la consapevolezza, per
quanto folle possa sembrare di primo acchito.  stupefacente quanto poco siamo abituati a fare una
cosa del genere, e quanto possa essere profondamente rivelatore e liberatorio affrontare in questo modo
emozioni e sentimenti, anche quando infuriano o ci portano alla disperazione, specialmente quando
infuriano o ci portano alla disperazione.
Non occorre certo che ci infliggiamo un dolore solo per avere loccasione di mettere alla prova
la singolare caratteristica della consapevolezza di essere pi grande del dolore, e di natura diversa;
basta che siamo attenti allarrivo del dolore quando si affaccia, in qualunque sua forma. La nostra
prontezza fa nascere la consapevolezza al momento stesso del contatto con levento scatenante, che sia
una sensazione o un pensiero, uno sguardo, una cosa detta, qualcosa che accade in un momento
qualsiasi. La saggezza si applica proprio l, al punto di contatto, nel momento del contatto (ricordate la
principessa che and a sbattere con lalluce su una radice?), che vi siate appena pestati il pollice con il
martello o che il mondo di colpo si sia messo a girare in un modo inaspettato e voi vi siate ritrovati di
fronte a una delle tante facce della catastrofe e allimprovviso vi sembra che il dolore, il lutto, la rabbia,
la paura abbiano preso dimora permanente nel vostro mondo.
 in quel momento, e in quelli successivi, che possiamo portare consapevolezza alla condizione
in cui ci troviamo, la condizione del corpo e della mente e del cuore; e poi facciamo un giro in pi:
prendiamo consapevolezza della consapevolezza stessa, notando se la nostra stessa consapevolezza
provi dolore, o sia arrabbiata o spaventata o triste.
Non lo sar. Non pu esserlo. Ma bisogna sperimentarlo da s. Non c alcuna libert nel
limitarsi a pensarlo. Il pensiero serve solo a ricordarci di osservare, di abbracciare quel momento
particolare in consapevolezza e poi a portare la consapevolezza sulla nostra consapevolezza.  l che
facciamo la prova. Si potrebbe dire addirittura che  la prova stessa, perch la consapevolezza conosce
allistante: pu durare solo un attimo, ma in quellattimo si trova lesperienza della libert. La porta
della saggezza e della pienezza, le qualit naturali del nostro essere quando sperimentiamo la libert, si
apre proprio in quellattimo. Non c altro da fare: la consapevolezza lapre e vi invita a gettare uno
sguardo dentro, anche solo per un secondo, e a verificare di persona.
Tutto questo non vuole suggerire che la consapevolezza sia una strategia fredda e senza
sentimenti per voltare le spalle alla profondit del dolore nei momenti di angoscia e di perdita, o nei
tempi lunghi che seguono. Perdita e angoscia, deprivazione e lutto, ansia e disperazione, come anche
tutta la gioia che ci  disponibile stanno al nocciolo stesso della nostra umanit; ci chiamano a
incontrarli a viso aperto, quando sorgono, e a conoscerli e accettarli quando ci sono. Quello che occorre
cercare di fare, ci che la consapevolezza rappresenta,  precisamente volgersi verso i sentimenti,
abbracciarli, invece di voltare loro le spalle o negarli o reprimerli. La consapevolezza magari non
ridurr lenormit del nostro dolore proprio in tutte le circostanze, n dovrebbe farlo, per ci fornisce
un canestro pi ampio nel quale contenere con tenerezza e conoscere intimamente la nostra sofferenza
in tutte le circostanze; e questo, si scopre, ha un potere trasformante e pu fare la differenza tra restare
allinfinito prigionieri nel dolore e nella sofferenza ed essere liberi dalla sofferenza stessa, sia pure non
immuni dalle varie forme di dolore a cui, in quanto esseri umani, siamo inesorabilmente soggetti.
Naturalmente abbondano le occasioni, grandi e piccole, di portare consapevolezza a tutto ci
che accade nella nostra vita quotidiana, e cos la nostra vita nel suo insieme pu diventare un unico
incomparabile campo per la coltivazione della consapevolezza. Il fatto di accogliere la sfida di
risvegliarci alla nostra vita e di lasciarci trasformare dallo stato di risveglio  di per s una forma di
yoga, lo yoga della vita quotidiana, applicabile in ogni singolo momento: al lavoro, nelle relazioni,
allevando i figli se si  genitori, nelle relazioni con i genitori, che siano vivi o morti, nella relazione con
i nostri pensieri sul passato e sul futuro, nella relazione con il nostro corpo. Possiamo portare
consapevolezza a tutto ci che avviene, ai momenti di conflitto e ai momenti di armonia e ai momenti
cos neutri da passare inosservati. In ogni momento potete verificare da voi stessi se, portandovi sopra
la consapevolezza, il mondo si apre o no in risposta al vostro gesto di consapevolezza, per dirla con la
bella frase della poetessa Mary Oliver se si offre alla vostra immaginazione, se vi fornisce o no modi
nuovi e pi ampi di vedere e di essere con ci che ; questo forse vi pu liberare dai pericoli di una
visione parziale, e anche dallattaccamento solitamente forte che potreste nutrire per qualunque modo
parziale di vedere le cose, semplicemente perch  il vostro e quindi siete parziali nei suoi riguardi.
Come sempre affascinato da quella storia di me stesso che vado creando di continuo, senza volerlo, per
pura abitudine, anche se in preda a grande dolore ho unopportunit, ho infinite opportunit di vederla
svolgersi e fermarmi, smettere di alimentarla (se necessario formulando una diffida formale), girare
quella chiave che era sempre stata nella toppa e uscire dalla prigione e incontrare il mondo in modi
nuovi e pi espansivi e pi appropriati, abbracciandolo pienamente invece di contrarmi, di arretrare o di
voltargli le spalle. Questa disponibilit ad abbracciare ci che  e poi di utilizzarlo per lavorarci sopra
richiede grande coraggio e molta presenza mentale.
Dunque in ogni momento, qualunque cosa accada, possiamo sempre verificare da noi stessi. La
consapevolezza si preoccupa? La consapevolezza si perde nella rabbia, nellavidit, nel dolore? O non
si limita piuttosto, quand portata su ogni momento, anche il pi minuscolo, a conoscere e, nella
conoscenza, a liberarci? Verificatelo. La mia esperienza  che la consapevolezza ci restituisce a noi
stessi.  lunica forza che conosco a esserne in grado.  la quintessenza dellintelligenza fisica, emotiva
e morale. Sembra che abbia bisogno di essere evocata, ma in realt  sempre disponibile, tutto il tempo,
deve solo essere scoperta (alla lettera: dis-coperta), ritrovata, abbracciata, abitata.  qui che entra in
causa il processo di raffinazione, nel ricordarsi e poi nel lasciar andare e nel lasciar essere, nel
rimanervi tranquilli, per dirla con le parole del grande poeta giapponese Ryokan: Solo questo, solo
questo. Questo  ci che si intende con pratica di consapevolezza.
Come abbiamo visto, la sfida  duplice: primo, portare consapevolezza nei momenti che
viviamo al meglio delle nostre possibilit, anche se in modo sottile o transitorio. Secondo, mantenere la
nostra consapevolezza e arrivare a conoscerla meglio e a vivere nella sua interezza pi ampia che non
conosce riduzioni. Quando lo facciamo vediamo che i pensieri si liberano, anche nel mezzo del
dispiacere, come quando allunghiamo un dito e tocchiamo una bolla di sapone: puff,  andata. Vediamo
il dolore che si libera da solo, anche quando facciamo qualcosa per alleviarlo negli altri, e ci fermiamo
nellintensit di ci che .
In questa libert possiamo andare incontro a qualsiasi cosa con apertura maggiore; possiamo
affrontare le sfide che ci troviamo davanti con maggiore solidit, pazienza e chiarezza. Viviamo gi in
una realt pi ampia, una volta che riusciamo ad abbracciare il dolore e il dispiacere che sorgono con
una presenza amorevole e saggia, con la consapevolezza, con gesti spontanei di gentilezza e di rispetto
per noi stessi e per gli altri che non vanno pi perduti cadendo nel baratro immaginario tra il dentro di
noi e il fuori di noi.
In pratica, per impegnarci ad agire cos nel corso di tuttuna vita di solito occorre una cornice
dinsieme che ci dia un punto di partenza; occorrono ricette da provare, mappe da seguire, saggi segnali
di richiamo alla memoria a cui ricorrere, tutto quel che di utile ci pu venire dallesperienza e dalla
conoscenza che altri si sono conquistati a caro prezzo. E questo include anche, quando necessario,
svariate vie daccesso alla consapevolezza e alla libert che sono a nostra disposizione in ogni
momento e che pure, paradossalmente, alle volte ci sembrano lontanissime e al di l della nostra
comprensione.
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LEREDIT DELLA TRADIZIONE.
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Se sono riuscito a vedere pi lontano  solo perch stavo sulle spalle di giganti.
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SIR ISAAC NEWTON.
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Tutti noi sappiamo bene, anche senza dircelo, che ci  di enorme vantaggio utilizzare quel che 
venuto prima di noi, costruire basandosi sul genio creativo e sul duro lavoro di altri, precursori
nellesplorazione, che hanno spinto pi in l i limiti dello sforzo e della dedizione per scrutare a fondo
la natura delle cose: scienziati, poeti, artisti, filosofi, artigiani o yoghi. In tutti i campi che
comprendono lapprendimento noi ci ritroviamo sulle spalle di coloro che sono venuti prima di noi, ad
allungare il collo per cogliere quello che loro, con grande sforzo e dedizione, sono stati capaci di
comprendere. Se siamo saggi faremo ogni sforzo per leggere le loro mappe, percorrere le loro strade,
esplorare i metodi che hanno utilizzato, confermare le loro scoperte; in questo modo forse sapremo da
dove incominciare e che cosa potremmo fare da soli, su che base costruire, dove si trovano nuove
intuizioni, opportunit, possibili innovazioni. Spesso dimentichiamo del tutto il terreno su cui
poggiamo i piedi, la casa in cui viviamo, le lenti attraverso cui vediamo, tutti doni che ci hanno fatto
altri, in genere anonimi. William Buttler Yeats riconobbe il debito sconfinato che abbiamo verso la
creativit e la fatica di coloro che sono venuti prima di noi e hanno raggiunto traguardi profondi e
incomparabili (anche se transitori, evanescenti), senza i quali non potremmo andare avanti a costruire
n a conoscere nulla; li chiam sconosciuti istruttori e dedic loro quattro versi di una gratitudine ora
divenuta immortale:
Ci che intrapresero
lo trasmisero avanti:
ogni cosa sta appesa
come una goccia di rugiada a un filo derba.
La nostra capacit di parlare e pensare in parole  un esempio della nostra incapacit di
raggiungere le vette delle nostre capacit biologiche, sia pure innate, con le nostre sole forze. Tutti
abbiamo in noi la potenzialit del linguaggio parlato, ma, a quanto pare, in un essere umano che cresca
in isolamento fin da piccolo e non impari il linguaggio (verbale o dei segni) per esposizione, quella
capacit non si pu sviluppare appieno in un secondo tempo: si formano grandi lacune nelle funzioni
mentali, cognitive ed emozionali e la parola ne  seriamente impedita, e con essa anche la capacit di
ragionamento.
In questo caso bisogna cominciare dalla cornice in cui poi si svilupper la facolt: occorre che
sia impostata, scolpita, formata, alimentata dallimmersione nei suoni prodotti dagli esseri umani,
dallesposizione ai visi di coloro che producono quei suoni, dai contatti di sguardi, dalle inflessioni,
dalle relazioni con gli altri esseri umani, dai loro odori come dai loro suoni, da una connessione
multimodale ricca di elementi sensoriali ed emozionali. Gran parte dello sviluppo del cervello, infatti,
avviene come risultato dellesperienza, e a quanto pare tutto ci deve accadere entro una determinata
finestra temporale, nel corso dello sviluppo della persona, come condizione perch questa possa
sviluppare il linguaggio. Se per qualche ragione non viene centrata quella finestra, restiamo in sostanza
muti: la nostra capacit naturale e il suo potenziale sviluppo resteranno semplicemente irraggiungibili
perch la dimensione interpersonale, relazionale non era presente a sorreggere e a dar forma a quella
capacit innata.
Per fare un altro esempio, forse anche pi importante: la biologia stessa  altamente storica.
La vita nuova proviene da quella vecchia. La vita si costruisce su se stessa. Le cellule non saltano fuori
gi complete da ambienti non cellulari, sebbene si ritenga molto probabile che in origine, qualcosa
come tre miliardi di anni fa, le loro forme pi rudimentali si siano evolute in un ambiente prebiotico in
condizioni molto differenti da quelle che ci sono oggi. Le strutture cellulari crescono, aggiungono
qualcosa a se stesse di continuo, si ampliano, sempre mantenendo una propria integrit di
organizzazione; questo processo si chiama autopoiesi. Alcuni scienziati la considerano il primo,
rudimentale legame fra vita e funzioni cognitive, se volete la conoscenza originaria del s. Che lo sia o
no, non avremmo nuova vita se non ci fosse una struttura precedente da cui possa emergere, nella sua
straordinaria architettura molecolare tridimensionale. In effetti la vita  estremamente storica.
Per questo a ogni livello  biologico come psicologico, sociale come culturale  c la necessit
fondamentale di quella che io chiamo impalcatura: anche se a volte ci allontaniamo dai sentieri
battuti per tracciarci la nostra via personale attraverso territori ancora inesplorati, noi dipendiamo da
istruzioni, da linee-guida, da un contesto, da una relazione, da un linguaggio, per avventurarci senza
perderci nei territori selvaggi della nostra mente e della natura e del cosmo in cui ci troviamo. Quel
corpus di conoscenze  stato sviluppato, raffinato e distillato per secoli e millenni dalle generazioni di
coloro che ci hanno preceduti: le generazioni specializzate nella raccolta e nella caccia, le generazioni
degli addomesticatori di piante e animali selvatici, le generazioni degli scienziati, degli ingegneri, degli
architetti, degli artisti, anche dei praticanti di tradizioni meditative. Queste generazioni ci hanno
tramandato un patrimonio storico di conoscenze dellambiente altamente sviluppate, conquistate a duro
prezzo, insieme con le doti necessarie a muoverci in esso con efficacia, distillate e organizzate in modi
che ci permettono di costruirci sopra a nostra volta, ma solo dopo che abbiamo penetrato e compreso i
sentieri che altri avevano tracciato, le loro istruzioni per fare quello che hanno fatto loro e andare
doverano andati loro, solo dopo che abbiamo fatto conoscenza intima, almeno a un certo livello, con il
terreno e con le sfide che ci avevano descritto e le soluzioni a cui erano arrivati per superarle.
Questa  la nostra eredit, quando ci affacciamo alla pratica della meditazione. Perch le
pratiche meditative non piovono dal nulla nel nostro presente, da unepoca di vuoto: coloro che sono
venuti prima di noi, i lignaggi diretti e ramificatissimi dei maestri che risalgono su su fino ai tempi del
Buddha e ancora ben prima di lui ci hanno fornito una mappa, un dono che abbiamo a disposizione per
esplorare il territorio e renderci conto della sua estensione. Queste carte possono ampliare e arricchire
le nostre possibilit nellesplorazione interiore della mente umana e del suo potenziale in cui ci siamo
imbarcati.  una fortuna straordinaria per noi esseri umani avere a disposizione una simile eredit,
avere spalle cos alte e robuste sulle quali montare.
Le pratiche di meditazione possono sembrare a un primo sguardo ben semplici e dirette, e forse
benefiche a un livello perfino ovvio; ma il potere pieno e totale della ricerca meditativa, il bisogno di
una disciplina rigorosa, lutilizzo della propria vita e della propria mente e del proprio corpo come
laboratorio per la ricerca di ci che di pi fondamentale c per la nostra umanit, il potere intrinseco in
una comunit di individui che riconoscono la loro fondamentale interconnessione in un mondo di
continui cambiamenti e di incertezze e di vulnerabilit, tutto ci costituisce un patrimonio a cui non
saremmo potuti arrivare per conto nostro: ci  stato regalato, invece, come scienza della mente e del
cuore.  un dono a cui possiamo partecipare, su cui possiamo costruire proprio come in altri campi
della conoscenza e della comprensione del mondo noi costruiamo (a livello individuale e collettivo) su
quel che c stato prima di noi.
Certo, sappiamo che ci sono rari, rarissimi casi di geni che si sono formati da s. Ma perfino
Mozart studi con suo padre. Anche il Buddha pratic le tradizioni meditative dei suoi tempi, prima di
tracciare la mappa del suo sentiero personale al di l di quello che aveva appreso da altri, costruendo su
quello che veniva prima, ispirato (racconta la leggenda) dalla vista di un asceta itinerante che un giorno
gli pass davanti nel suo portamento radioso e pieno di pace.
Quasi tutti gli scienziati hanno mentori, a loro volta, persone che, a un certo punto del percorso,
li hanno spinti a osservare e a mettere in discussione le cose a fondo, in un modo magari diverso e
nuovo. Anche James Clerk Maxwell, scopritore di quella che ora  nota come equazione di Maxwell
dellelettromagnetismo, una delle massime conquiste della fisica del XIX secolo, ancor i suoi sforzi
allopera di Michael Faraday che laveva preceduto e che con lui condivideva molte delle intuizioni
istintive, se non il suo virtuosismo matematico. Per arrivare a quellintuizione mozzafiato, ossia a
descrivere con precisione la propagazione nello spazio dei campi elettromagnetici con quattro originali
equazioni, Maxwell utilizz unanalogia meccanica, un modello mentale di ingranaggi rotanti con cui
spiegare a se stesso in quale relazione reciproca potessero trovarsi quelle forze elettromagnetiche
incorporee, misteriose, mai visualizzate prima. Il modello era del tutto sbagliato, ma gli serv come una
sorta di impalcatura che gli permise di arrampicarsi l dove finalmente riusciva a vedere, facendogli
raggiungere un punto dal quale ebbe accesso alla visione profonda della vera natura delle forze che
stava cercando di comprendere. Le quattro equazioni a cui arriv arrampicandosi sullimpalcatura di
pensiero che aveva montato, invece, erano e sono del tutto corrette e complete.
Maxwell fu abbastanza furbo da non pubblicare mai il suo modello meccanico: ne aveva
trasceso lutilit, dopo che era servito allo scopo. Le leggi degli invisibili, intangibili campi magnetici
erano state descritte con estrema funzionalit, dunque limpalcatura non aveva pi nessuna importanza.
Lo stesso vale per la meditazione. Anche noi possiamo fare buon uso di impalcature di vario
genere, sia le tante che ci creiamo da soli sia le tante che adottiamo da coloro che ci hanno preceduto,
in entrambi i casi per darci motivazioni e assistenza nel processo di conoscere e comprendere i territori
della mente e del corpo e la loro intima relazione con il territorio che chiamiamo mondo. Eppure a
un certo punto dobbiamo trascendere limpalcatura, la piattaforma che abbiamo eretto per riuscire a
vedere pi lontano, se vogliamo andare al di l dei modelli noti ed ereditati e muoverci verso
lesperienza diretta di ci a cui si riferivano quelle istruzioni e parole, quei concetti.
A parte rare eccezioni, limitarsi a sedersi per un po a meditare, una volta ogni tanto oppure
con regolarit per anni, probabilmente non basta da solo ad alimentare la visione profonda, la
trasformazione o la liberazione, anche se limpulso stesso a meditare ha un valore inestimabile (e la
fiducia in se stessi e nella propria onest  determinante per intraprendere questa avventura): di regola
abbiamo bisogno di contestualizzare in tal senso i nostri sforzi, per senza lasciarci imprigionare nelle
storie che solitamente si accompagnano a strutture e contesti codificati.
Ci che si dice della meditazione di solito implica anche il concetto di una destinazione
prefissata; nella meditazione, invece, quel che conta  il viaggio in s. Pu sembrare un clich, lo
abbiamo gi dichiarato mettendo lenfasi sul momento presente e sulla presa datto che  gi tutto qui e
non c alcun luogo da raggiungere. La destinazione  gi presente, in maniera molto reale, come le
cose che la scienza non aveva ancora scoperto cerano da sempre, anche prima di essere state viste,
conosciute, descritte, sperimentate, confermate, capite. Ricordiamoci che Michelangelo diceva di
limitarsi a togliere quel che andava tolto dal blocco di marmo, rivelando la figura che egli vedeva gi
presente l dentro  con lo sguardo profondo dellartista  in un certo senso fin dagli inizi. Eppure
qualunque cosa possa esserci, da rivelare, nei campi della nostra mente e del nostro cuore, anche se 
gi l, senza un vero lavoro rimane invisibile e inutilizzabile da parte nostra. C solo in potenza;
perch si riveli occorre che partecipiamo a un processo volto alla sua rivelazione, occorre che siamo
disposti a lasciarci formare e trasformare, a nostra volta, da quello stesso processo.
Per questo sicuramente aiuta avere una mappa del terreno in cui entreremo quando
cominceremo la pratica della meditazione, tenendo ben presente questo importante e assai significativo
promemoria, che alcuni potrebbero invece definire clich, ossia che la mappa non  il territorio. Il
territorio dei paesaggi interiori ed esteriori della nostra esperienza come esseri umani e delle nostre
menti appare virtualmente senza limiti. Senza una mappa per orientarci nella nostra pratica meditativa,
potremmo benissimo vagare in tondo per giorni o decenni senza mai assaporare momenti di chiarezza,
pace o libert dalle nostre idee oppressive, opinioni e desideri. Senza una mappa che ci orienti,
potremmo anche essere facilmente catturati da questa immensit, forse idealizzando la promessa di un
risultato speciale, deducendolo dalle illusioni e dagli autoinganni riguardo allarrivare da qualche
parte. Lapparente paradosso della conquista della chiarezza, della pace e della libert potrebbe
suggerire che ci sia veramente un luogo speciale da raggiungere o a cui arrivare. C. E non c. Questo
 il motivo per cui abbiamo bisogno di una mappa e perch dobbiamo seguire le indicazioni di coloro
che ci hanno preceduti. Anche perch, o soprattutto perch, come vedremo meglio pi avanti, alcuni di
quei percorsi meditativi stanno rivelando che non c alcuna mappa, non c una direzione, non c
nessuna visione, nessuna trasformazione, nessun risultato e nulla da raggiungere. Inoltre, per quanto
possa sembrare strano, per non perderci in un atteggiamento aggressivo, avido e combattivo che causi
involontariamente danni a noi stessi o agli altri, anche la nostra motivazione per la pratica deve essere
inserita nellequazione. Vi sentite confusi adesso? Non  un problema. Per ora considerate solo che vi 
sufficiente conoscere qualcosa sul percorso che state per intraprendere e sugli imprevisti che potete
incontrare. Prima di avviarvi sulla strada della meditazione  opportuno conoscere la descrizione di chi
ci  gi passato, ne ha fatto una mappa spiegandone i dettagli, e ha descritto come ha gestito i brevi
incontri con linfinito, cos come  una buona idea sapere in che modo  stato gi scalato lEverest o
altre montagne, piuttosto che arrampicarsi semplicemente fidandosi della fortuna, dei propri buoni
propositi e del proprio giudizio. Aiuta, anzi,  fondamentale essere equipaggiati e attrezzati, ma non
con i soli strumenti, anche con le informazioni e le conoscenze che provengono dallesperienza degli
altri e dalle loro mappe. Al di l di questo, ci che non possiamo dedurre dallesperienza di chi ci ha
preceduto  almeno intuitivo, e quindi  essenziale essere dotati di una certa saggezza innata oltre che
informata. Altrimenti,  fin troppo facile illudersi e morire inutilmente sulla montagna.  abbastanza
difficile rimanere vivi anche con tutte le impalcature per sostenerci ed  fondamentale non lasciare che
tutti gli accorgimenti adottati per arrivare alla meta e sopravvivere al viaggio ci impediscano di
abbeverarci della pienezza della bellezza e della presenza della montagna mentre siamo l.
Persino perdersi non  necessariamente un problema. In realt, pu costituire un aspetto
importante del viaggio, e pu succedere di smarrirsi anche quando si  in possesso delle migliori
mappe. Perdersi, confondersi e commettere errori fanno parte integrante dellapprendimento.
Rappresentano come rendiamo nostro il territorio, come lo conosciamo intimamente, in prima
persona.24
La pratica della meditazione richiede costantemente un certo tipo di impalcatura, soprattutto
allinizio (ma in realt, sempre, almeno fino al punto in cui, sviluppandosi, non sembri una seconda
natura che non necessiti pi di alcuna volont, prova o richiamo), sotto forma di istruzioni di
meditazione e una variet di metodi e tecniche. Tale impalcatura include anche il pi ampio contesto in
cui si intraprende la strana avventura di affinare la propria capacit di dimorare nella quiete, di
guardare profondamente nella natura della propria mente e di realizzare in questo momento e in tutti i
momenti che si presentano la dimensione liberativa della consapevolezza.  unavventura che dura
tutta la vita.
Proprio come abbiamo bisogno di unimpalcatura per costruire un edificio, proprio come
limpalcatura era necessaria a Michelangelo e ai suoi apprendisti per dipingere gli affreschi sul soffitto
della Cappella Sistina, abbiamo bisogno di un certo tipo di struttura per portarci allessenza di questo
lavoro interiore, al limite della respirazione e della espirazione, al limite di questo corpo, di questo
momento.
Ma proprio come quando ledificio  costruito o il soffitto completato limpalcatura non  pi
necessaria e viene smantellata, non avendo mai fatto parte dellessenza dellimpresa, essendo
semplicemente un mezzo necessario e utile per agevolarla, anche per la meditazione limpalcatura delle
istruzioni e del contesto viene smantellata. Viene smontata del tutto e rimane solo lessenza
impalpabile e inespressa, ossia quello stato di veglia che si trova al di l e al di sotto, prima, che
sorga anche il pensiero.
Ma  interessante sapere che limpalcatura meditativa  necessaria in ogni momento e che, per
lo stesso motivo, deve essere smantellata in ogni momento, non pi tardi, alla fine di una grande opera,
come la Cappella Sistina, ma momento dopo momento. Ci si comprende sapendo che si tratta
semplicemente di impalcature, per quanto necessarie e importanti, e che non si attaccano a essa. Vanno
erette e smantellate, momento dopo momento. Nel caso della Cappella Sistina, limpalcatura potrebbe
essere stata conservata e recuperata per qualche ritocco, per un restauro, una riparazione o una messa a
punto successiva. Ma, nel caso della meditazione, il capolavoro  sempre in fase di lavorazione e allo
stesso tempo  sempre completo in ogni momento, come la vita stessa.
In altre parole, unistruzione corretta consente alla meditazione di servire come punto di
partenza, fin dal principio, in ci che i tibetani chiamano la non-meditazione, anche se allinizio
potrebbe essere solo uno strumento misteriosamente oscuro, un semplice suggerimento da tenere a
mente per dopo. Perch anche il solo pensiero che stiamo meditando  unimpalcatura. Limpalcatura
vi  utile per orientare e sostenere la pratica, ma per esercitarvi davvero  anche importante che vediate
attraverso essa. Le due cose operano simultaneamente, momento per momento, mentre vi sedete,
mentre riposate nella consapevolezza, mentre praticate in qualsiasi modo, al di l della portata della
mente concettuale e delle sue incessanti proliferazioni e storie; anzi, potremmo dire, soprattutto al di l
delle vostre storie sulla meditazione.
Questo stesso libro, e tutti i libri sulla meditazione e gli insegnamenti di meditazione, tutte le
stirpi e tradizioni, per quanto venerabili, tutti i CD, download, app, podcast e gli altri sussidi da
praticare sono fondamentalmente solo impalcature o, per cambiare metafora, dita che puntano alla luna,
ricordandoci non solo dove guardare ma che c qualcosa da guardare, da vedere. Possiamo fissare il
nostro sguardo sul ponteggio o sul dito, oppure possiamo riorientarci per comprendere direttamente ci
che viene indicato. La scelta  sempre nostra.
 estremamente importante per noi sapere questo e ricordarlo fin dal nostro primo incontro con
la meditazione, in modo da non perderci o trovarci aggrappati alla sola teoria, a un ideale o a un
particolare insegnante o insegnamento o metodo o istruzioni, per quanto allettanti e soddisfacenti
possano apparire. Il rischio  che potremmo costruire una storia convincente sulla meditazione e quanto
sia importante per noi e cadere in quella narrativa piuttosto che realizzare lessenza di chi e di ci che
realmente siamo nellunico momento in cui dovremmo rendercene conto, che non  mai un altro
momento.
...
.
...
ETICA E KARMA.
...
.
...
Naturalmente, anche le impalcature necessitano di una base su cui poggiare. Non  molto saggio
erigerne una sulle sabbie mobili o su terra o argilla che facilmente potrebbero trasformarsi in fango.
La base per la pratica della consapevolezza, per tutte le ricerche e le esplorazioni meditative, si
trova nelletica e nella moralit e, soprattutto, nella motivazione del non-danno. Perch? Perch non
possiamo sperare di conoscere la quiete e la tranquillit nella nostra mente e nel nostro corpo  per non
parlare di percepire lattualit delle cose al di sotto delle apparenze superficiali usando la nostra stessa
mente come strumento per conoscere o per incorporare quelle qualit nel mondo  se le nostre azioni
stanno continuamente appannando, turbando e destabilizzando lo strumento attraverso il quale stiamo
guardando, cio la nostra stessa mente.
Tutti sappiamo che quando trasgrediamo in qualche modo, quando non siamo onesti, mentiamo,
rubiamo, uccidiamo, provochiamo danni agli altri, anche attraverso una cattiva condotta sessuale,
quando parliamo male delle persone, quando eccitiamo, istupidiamo o corrompiamo le nostre menti
abusando di sostanze come lalcol e le droghe, spinti dalla nostra infelicit e dal desiderio di dare un
sollievo al nostro dolore, le conseguenze sono sempre distruttive, causano un danno enorme agli altri e
a noi stessi, che lo sappiamo o no, che ce ne preoccupiamo o no. Tra le conseguenze di queste azioni
c la certezza che offuschino la mente e la riempiano di varie energie che ostacolano la calma, la
stabilit e la lucidit mentale e la percezione sempre pi intensa che pu accompagnare questultima.
Prendono il loro tributo anche sul corpo perch tendono a tenerlo perennemente contratto, teso,
aggressivo, sempre sulla difensiva, pervaso dagli effetti della rabbia, paura, agitazione e confusione, in
definitiva, isolato e, con ogni probabilit, anche invaso dal dolore e dal rimorso.
Gi solo per questo motivo  fondamentale esaminare come stiamo conducendo le nostre vite,
che cosa stiamo facendo in realt, quale sia il nostro comportamento attuale, ma anche per essere
consapevoli degli effetti a valle dei nostri pensieri, parole e azioni, nel mondo e nei nostri stessi cuori.
Se creiamo continuamente agitazione nelle nostre vite causando danni agli altri e a noi stessi, nella
nostra pratica di meditazione incontreremo quellagitazione e quel danno, perch questo  ci che
stiamo alimentando in noi. Se vogliamo raggiungere un livello di serenit nella nostra mente e nel
nostro cuore, il buonsenso deve indurci a smettere di nutrire quelle tendenze e quei comportamenti
deleteri. In questo modo, con il proposito di riconoscere e di allontanarci da tali impulsi, possiamo
cominciare a passare dal malsano, che i buddhisti chiamano in modo pittoresco ma preciso, non
salutare  gli stati mentali dannosi  a stati della mente e del corpo meno offuscati.
Generosit, affidabilit, gentilezza, empatia, compassione, gratitudine, gioia per la buona sorte
degli altri, disponibilit, accoglienza ed equilibrio sono qualit della mente e del cuore che favoriscono
le possibilit di benessere e di chiarezza in se stessi, per non dire dei benefici effetti che hanno nel
mondo. Costituiscono le fondamenta per una vita etica e morale.
Lavidit, il tentativo, a tutti i livelli, di impossessarci di ci che non ci viene spontaneamente
offerto, linaffidabilit e la mancanza di onest, limmoralit e il vizio, la crudelt e la cattiva volont,
indirizzati dal nostro egocentrismo a danno degli altri, la rabbia e lodio, la confusione, lagitazione,
larroganza e la dipendenza da sostanze tossiche, tutte queste sono qualit della mente che rendono
difficile condurre una vita di soddisfazione interiore, equilibrio e pace, per non dire delle ripercussioni
nocive che hanno nel mondo. La mindfulness ci permette di lavorare con tali stati mentali piuttosto che
semplicemente negarli o reprimerli, o continuare a dar loro sfogo. Quando siamo pervasi da tali
energie, possiamo in realt dirigere la nostra consapevolezza verso loro e, piuttosto che esserne
completamente consumati, esaminarle e imparare da loro riguardo alle fonti della nostra sofferenza,
sentire e vedere in prima persona le vere conseguenze dei nostri atteggiamenti e azioni su noi stessi e
sugli altri, e sperimentare la possibilit di lasciare che questi stati mentali diventino i nostri insegnanti
di meditazione e ci mostrino come vivere e come non vivere, dove trovare e dove non trovare la felicit.
Ci che in Oriente  noto come karma  fondamentalmente il mistero di come le nostre azioni
nel presente influenzino ci che si manifesta a valle nel tempo e nello spazio, per noi stessi e per gli
altri. Qualunque cosa abbiamo fatto in passato, la legge del karma, della causa e delleffetto, dice che
avr inevitabili conseguenze qui e ora. Alcune saranno minime, altre macroscopiche, alcune
comprensibili, altre no, alcune persino impercettibili, tutte modulate dalla nostra motivazione e
intenzione originale, dalla qualit della mente che ha dato origine allazione stessa. Ovviamente ci pu
includere quello che facevamo o dicevamo non avendo idea, come spesso succede, di quale fosse la
nostra vera motivazione perch in quel momento eravamo in uno stato mentale cos agitato che davvero
non sapevamo quello che stavamo facendo.
Il passato  alle nostre spalle, ma portiamo con noi le conseguenze accumulate di quanto  gi
accaduto, qualunque esse siano, compreso forse il rimorso per le decisioni e azioni di un tempo, o il
risentimento per ci che ci  capitato e che non siamo stati in grado di prevenire o controllare. Tuttavia,
con uno sforzo appropriato e un sostegno e unimpalcatura adeguati, possiamo anche cambiare il nostro
karma giungendo al momento presente in modo aperto e consapevole nel miglior modo possibile, e con
il proposito di passare da stati della mente e del corpo pi dolorosi e magari distruttivi a stati pi
salutari. Modifichiamo il nostro karma in modo positivo solo portando consapevolezza alle nostre
motivazioni, quelle che stanno alla base delle nostre azioni esterne, ma anche a quelle azioni interiori
espresse nella mente e nel corpo attraverso i pensieri e le parole. Sostenendo la consapevolezza della
motivazione nel tempo, coltivando motivazioni benefiche ed evitando attivamente di reagire di riflesso,
in poche parole, impegnandoci a vivere realmente una vita etica e morale interiore ed esteriore,
momento per momento piuttosto che solo in linea di principio, prepariamo il terreno per una
trasformazione e una guarigione profonde e continue. Senza il fondamento etico, n la trasformazione
n la guarigione potrebbero mettere radici. La mente sar semplicemente troppo turbata, troppo
coinvolta nei suoi stessi condizionamenti, nellillusione e nelle emozioni distruttive per fornire un
terreno adeguato alla coltivazione di quanto  pi profondo, migliore e pi sano di noi.
In pratica, ognuno di noi  sempre moralmente responsabile delle proprie azioni e delle
conseguenze delle proprie azioni. Nel giudicare i crimini contro lumanit, come quelli perpetrati dai
nazisti nella Seconda guerra mondiale, o il massacro di My Lai in Vietnam, o quello di Srebrenica, i
tribunali internazionali per i crimini di guerra hanno dichiarato che, in sostanza, la responsabilit di
salvaguardare lumanit risiede in ciascuno di noi, indipendentemente dal ceto a cui apparteniamo o dal
nostro status sociale. Ci sono momenti in cui persino nellesercito disobbedire agli ordini ha la
precedenza sullobbedire. Un pilota di elicottero da ricognizione, Hugh Thompson Jr., sorvol My Lai
al tempo del massacro e, vedendo quello che stava succedendo, atterr con il suo velivolo nel centro
del villaggio e ordin ai suoi mitraglieri di sparare su qualsiasi soldato americano avesse continuato a
uccidere donne, bambini e anziani. In definitiva, sono solo gli individui  ciascuno di noi  che possono
prendere posizioni umanamente buone e gentili dinanzi alla mancanza di principi morali. A volte
questo pu richiedere azioni forti, come quella presa da quellufficiale dellesercito di venticinque anni
e dai suoi due membri dellequipaggio.25 Altre volte lazione non  visibile, semplicemente  la scelta
di agire in maniera etica, e voi sarete le uniche persone che mai lo sapranno. Oppure pu assumere la
forma di atti di disobbedienza civile per ragioni di coscienza, come quando si decide di infrangere
pubblicamente una piccola legge (ed essere disposti a subire le conseguenze legali delle proprie azioni)
per attirare lattenzione e protestare contro azioni o politiche che consideriamo immorali e dannose.
Sia Gandhi sia Martin Luther King Jr. hanno fatto ricorso alla disobbedienza civile non violenta
con risultati notevoli promuovendo la causa dei diritti umani di fronte alla crudelt e allingiustizia
endemiche e istituzionalizzate. Di solito, contestatori virtuosi come loro sono visti dal governo in quel
momento al potere e spesso da molti osservatori come dei sobillatori, come persone irrispettose della
legge e dellordine, forse anche sleali, antipatriottiche o, addirittura, come nemici dello stato. Ma si pu
dire pi precisamente che sono dei patrioti e non dei nemici. Possono essere nemici solo
dellingiustizia. Possono marciare per un diverso ideale, ascoltare e fidarsi dellintelligenza della
propria coscienza, manifestare il loro dissenso non votando alle elezioni: la loro presenza morale
testimonia una verit pi ampia. Nellambito di una generazione di solito sono riveriti, persino santificati.
Ma per chiunque  sempre pi difficile incarnare letica e la moralit nel momento presente,
piuttosto che celebrarle negli altri e di solito solo dopo che sono morti da molto tempo e spesso assassinati.
In definitiva letica e la moralit non riguardano eroi, leader e casi brillanti. Riguardano, giorno
per giorno e momento per momento, i modi in cui conduciamo le nostre vite e qual  la nostra
posizione di base verso quelle tendenze nelle nostre menti che ci spingono verso lavidit, lodio e
lillusione, quando invece basta attingere alle risorse pi profonde del nostro cuore per essere gentili,
generosi, compassionevoli e di buona volont. Questo non  il sentimentalismo a cui tutti possiamo
abbandonarci il giorno della vigilia di Natale, ma  veramente un modo di vivere, una pratica a s
stante, ed  il fondamento della guarigione, della trasformazione e delle possibilit di cui disponiamo
attraverso la meditazione e la mindfulness.
Vale la pena sottolineare che, sebbene sia un fatto positivo che questi problemi vengano
sollevati fin dallinizio della pratica della meditazione,  anche fin troppo facile cadere in una sorta di
retorica moralistica che pu sembrare molto simile a una paternale e che solleva sempre domande
legittime riguardo al fatto che la persona che professa tali valori vi aderisca effettivamente, soprattutto
dal momento in cui ci sono stati numerosi casi, inclusi alcuni nei centri di meditazione, dove soggetti
autorevoli o di prestigio  figure religiose, politici, terapisti, medici o avvocati  infrangevano i precetti
e i codici etici professionali. Questi codici etici possono spesso essere trascurati sul luogo di lavoro,
dove a volte labuso sfrenato del potere  la norma, come nei casi di molestie sessuali venuti alla luce e
denunciati dalle donne per quanto riguarda i magnati di Hollywood, le stelle del cinema, i dirigenti televisivi e gli opinionisti.
Nella Clinica per la riduzione dello stress, quando spieghiamo che cos MBSR riteniamo pi
valido e autentico incarnare la presenza sincera e il non-danno, laffidabilit, la generosit e la
gentilezza nel miglior modo possibile come parte essenziale della nostra pratica, del modo in cui
viviamo, insegniamo e ci comportiamo, lasciando che gli argomenti pi espliciti riguardanti la moralit
e letica sorgano naturalmente quando le persone condividono nel dialogo le loro esperienze con la
pratica di meditazione, ossia con la vita stessa. La presenza sincera e il non-danno e la chiara visione
di stati mentali e abitudini reattivi e distruttivi sono parte intrinseca delle istruzioni di meditazione, e
frequentarli con attenzione mentre pratichiamo insieme tende a coinvolgere tutti in una maggiore
consapevolezza dei benefici di certi pensieri, flussi e azioni e i pericoli di altri.
Letica e la moralit sono viste, conosciute e riconosciute vivendole molto pi di quanto lo
siano attraverso le parole, per quanto eloquenti. E in un certo senso, come di certo vedrete, proverete e
sperimenterete voi stessi, riguardano la coltivazione della consapevolezza. Vedrete e sentirete in prima
persona (in altre parole riconoscerete su voi stessi) gli effetti interni ed esterni delle vostre azioni, delle
vostre parole e persino dei vostri pensieri, delle vostre emozioni e delle vostre espressioni facciali,
qualunque esse siano, letteralmente momento per momento, respiro per respiro e giorno per giorno.
...
.
...
LA MINDFULNESS.
...
.
...
Quindi, dopo tutti questi discorsi sulla mindfulness, che cos veramente? Secondo lo studioso e
monaco buddhista Nyanaponika Thera, la mindfulness 
linfallibile passe-partout per conoscere la mente ed  quindi il punto di partenza; lo strumento
perfetto per modellare la mente, ed  quindi il punto focale; la nobile manifestazione della libert
raggiunta dalla mente, ed  quindi il punto culminante.
Non male per qualcosa che in pratica si riduce a prestare attenzione e a essere svegli. La
mindfulness pu essere pensata come consapevolezza momento per momento. Viene coltivata
prestando attenzione in un modo specifico, cio nel momento presente e in modo non reattivo, non
giudicante e pi aperto possibile. Il fatto che non sia giudicante non significa che non avremo alcun
giudizio! Al contrario, significa che scopriremo di avere tonnellate di giudizi, ma che saremo pi
inclini a riconoscerli per quello che sono, vale a dire preferenze di ogni tipo, giudizi, simpatia,
antipatia, desiderio, avversione. Essere non giudicante  quindi un invito a sospendere
intenzionalmente il giudizio nel modo migliore possibile, pur accorgendoci che continua.
Quando viene coltivata di proposito, la mindfulness viene a volte definita deliberate
mindfulness, consapevolezza volontaria. Quando sorge istintivamente, tende a fare sempre di pi e
viene coltivata di proposito, a volte viene indicata come effortless mindfulness, consapevolezza
spontanea. Alla fine, comunque, la mindfulness  consapevolezza.  veglia, pura e semplice. 
presenza mentale.  una presenza sincera.
Di tutte le pratiche di saggezza meditativa che si sono sviluppate nelle culture tradizionali in
tutto il mondo e nel corso della storia, la mindfulness  forse quella fondamentale, la pi autorevole, la
pi universale, la pi facile da comprendere e in cui impegnarsi, e probabilmente  quella di cui
abbiamo il pi disperato bisogno adesso. Perch la mindfulness non  altro che la capacit che tutti noi
abbiamo gi di sapere che cosa sta realmente accadendo mentre sta accadendo. Linsegnante di
Vipassana Joseph Goldstein la descrive come quella qualit della mente che nota ci che  presente
senza giudizio, senza interferenze.  come uno specchio che riflette chiaramente ci che accade prima
di esso. Larry Rosenberg, un altro insegnante di Vipassana, la definisce come il potere osservante
della mente, un potere che varia con il livello di maturit di chi la pratica. Ma, potremmo aggiungere,
se la mindfulness  uno specchio,  uno specchio che conosce non concettualmente ci che rientra nel
suo scopo. E, non essendo bidimensionale, potremmo dire che  pi simile a un campo
elettromagnetico o gravitazionale di uno specchio, un campo di conoscenza, un campo di
consapevolezza, un campo di vuoto, nello stesso modo in cui uno specchio  intrinsecamente vuoto e
quindi pu contenere qualsiasi cosa e tutto ci che viene prima di esso. La consapevolezza  senza
limiti, o almeno cos viene avvertita interiormente, sconfinata come lo spazio stesso, senza centro n periferia.
Se la consapevolezza  una qualit innata della mente,  anche quella che pu essere
perfezionata attraverso la pratica sistematica. E per la maggior parte di noi deve essere affinata proprio
attraverso la pratica. Abbiamo gi detto che tendiamo a fallire quando si tratta di esercitare la nostra
innata capacit di prestare attenzione. E questo  ci che accade con la meditazione... la coltivazione
sistematica e intenzionale della presenza consapevole e, attraverso di essa, del discernimento, della
saggezza, della compassione e di altre qualit della mente e del cuore che conducono alla liberazione
dai vincoli della nostra persistente cecit, del nostro egocentrismo e delle nostre illusioni.
Latteggiamento attentivo che chiamiamo consapevolezza  stato descritto da Nyanaponika
Thera come lessenza della meditazione buddhista.  fondamentale per tutti gli insegnamenti del
Buddha e per tutte le tradizioni buddhiste, dalle svariate correnti dello Zen in Cina, Corea, Giappone e
Vietnam, alle varie scuole di Vipassana o di meditazione profonda della tradizione Theravada
originaria della Birmania, della Cambogia, della Thailandia e dello Sri Lanka, a quelle del buddhismo
tibetano (Vajray?na) in India, Tibet, Nepal, Ladakh, Bhutan, Mongolia e Russia. In pratica tutte queste scuole e le loro rispettive tradizioni hanno impiantato solide radici nelle culture dellOccidente, dove attualmente sono fiorenti.
Il loro relativamente recente arrivo in Occidente nelle ultime due generazioni circa  una
notevole estensione storica di uno sviluppo emerso dallIndia nei secoli successivi alla morte del
Buddha e infine diffuso in tutta lAsia in queste numerose correnti e ritornato non molto tempo fa in
India, dove era caduto in declino per centinaia di anni.
A rigor di termini, da una prospettiva strumentale, la coltivazione della mindfulness fornisce un
accesso affidabile alla nostra consapevolezza innata. Ci che stiamo perfezionando  laccesso alla
consapevolezza piuttosto che la consapevolezza stessa. Pi siamo in grado di partecipare momento per
momento e senza giudizio, pi possiamo dimorare nella consapevolezza stessa, essere la veglia della
consapevolezza. Allo stesso tempo, da una prospettiva non strumentale, la mindfulness e la
consapevolezza sono identiche. Nessuno sviluppo  necessario. Paradossalmente, abbiamo gi quello
che stiamo cercando o speriamo di coltivare. Tutto ci che serve  uscire dalla nostra strada, che spesso
richiede un po di lavoro. Dora in poi, useremo le parole mindfulness e consapevolezza come
sinonimi, riconoscendo che la prospettiva strumentale e quella non strumentale non sono elementi
compenetranti ma complementari di una pi ampia totalit. Inoltre, poich non c niente di
particolarmente buddhista nel prestare attenzione o nella consapevolezza, lessenza della mindfulness
sia come pratica sia come sinonimo della consapevolezza stessa  veramente universale. Concerne pi
la natura della mente umana che qualsiasi ideologia, credenza o cultura. Riguarda la nostra capacit di
conoscere (come abbiamo gi osservato, ci che denominiamo facolt di sentire) piuttosto che una
particolare religione, filosofia o visione. In definitiva, la mindfulness  un modo di essere. Non  una
tecnica, una filosofia o una dottrina.
Tornando alla similitudine dello specchio,  la virt cardinale di ogni specchio, piccolo o
grande, che pu contenere qualsiasi paesaggio, a seconda di come  inclinato, di quanto  lucido,
coperto di polvere o opaco perch vecchio. Non  necessario ancorare lo specchio della consapevolezza
e limitarlo a una visione particolare, escludendo altri paesaggi interni ed esterni altrettanto validi. Ci
sono molti modi di sapere. La mindfulness classifica e li include tutti, proprio come potremmo dire che
c una verit, non molte, ma ci sono molti modi in cui viene compresa ed espressa nella vastit del
tempo e dello spazio e nella pienezza delle condizioni e dei luoghi culturali.
Tuttavia, lo specchio per certi aspetti  una similitudine o una metafora limitata per la
mindfulness, anche se a volte  estremamente utile. Perch non solo  bidimensionale,  anche
unimmagine riflessa, e quindi sempre invertita. Quando guardiamo il nostro viso nello specchio, non 
il nostro viso come  visto dal mondo, ma limmagine speculare di esso, dove sinistra  destra e destra
 sinistra. Essendo una superficie, non riflette le cose come sono in realt, ma le rende semplicemente illusorie.
La mindfulness viene apprezzata, forse non con questo nome ma con le sue qualit,
praticamente in tutte le culture contemporanee e antiche. In effetti, si potrebbe dire che le nostre vite e
la nostra stessa presenza sono dipese dalla chiarezza della mente come specchio e dalla sua raffinata
capacit di riflettere, contenere, incontrare e conoscere con grande fedelt le cose come realmente sono.
Per esempio, i nostri antenati avevano bisogno di effettuare valutazioni immediate e corrette delle
situazioni, virtualmente in ogni circostanza. In qualsiasi momento, la loro capacit di farlo bene poteva
costituire la differenza tra la sopravvivenza di un individuo, o anche di unintera comunit, e
lestinzione. Quindi, ogni persona oggi sulla Terra  esclusivamente il risultato di generazioni di
sopravvissuti.  chiaro che cera un vantaggio evolutivo per una mente che poteva prestare attenzione a
quello che stava accadendo in tempo reale e sapere allistante che poteva fare appello a ci che
conosceva e agire di conseguenza. Coloro i cui specchi erano forse in qualche modo imperfetti
potrebbero non aver preso decisioni che assicurassero efficacemente la loro sopravvivenza abbastanza a
lungo da trasmettere i loro geni. In questo modo, cera un chiaro vantaggio selettivo a sbarazzarsi degli
specchi che potevano subito riconoscere e riflettere in modo preciso qualsiasi problema che avrebbe
potuto interferire con la sopravvivenza di tutti i messaggi che arrivavano attraverso le porte dei sensi.
Siamo gli eredi di questo processo di selezione che si  di continuo autoperfezionato. In questo
senso, siamo tutti sopra la media. Molto al di sopra della media. Esseri davvero miracolosi, se ci pensiamo.
Nel corso dei secoli, la capacit innata universale che tutti abbiamo per la consapevolezza e
lintuizione splendidamente sintonizzate fra loro  stata esplorata, descritta, custodita, sviluppata e
affinata non tanto dalle societ di caccia e raccolta  che purtroppo, insieme alle loro conoscenze, si
sono estinte a causa dei successi del flusso della storia umana, come lagricoltura, la divisione e la
specializzazione del lavoro, la nascita delle citt e lo sviluppo di tecnologie sempre pi avanzate  ma
nei monasteri. Questi ambienti volutamente solitari sorsero allinizio dellantichit e hanno resistito a
millenni di vicissitudini. Hanno rinunciato per sempre alle preoccupazioni mondane per dedicare
meglio le loro energie esclusivamente alla coltivazione, al perfezionamento e allapprofondimento della
mindfulness e poterne cos disporre per indagare la natura della mente con lintenzione di raggiungere
una realizzazione completa e incarnata di ci che significa essere pienamente umani e liberarsi dalla
consueta prigione dellafflizione mentale e della sofferenza. Nei loro periodi migliori, questi monasteri
erano veri e propri laboratori per investigare la mente e i monaci che li abitavano e continuano a farlo
anche oggi usavano se stessi sia come studiosi sia come oggetto di ricerca delle loro indagini.
Questi monaci e monache e gli sporadici abitanti dei monasteri considerarono come loro stella
polare lesempio del Buddha e dei suoi insegnamenti. Il Buddha, come abbiamo visto, per varie ragioni
karmiche, si assunse la responsabilit di sedersi e dirigere la propria attenzione sulla questione centrale
della sofferenza, sullindagine della natura della mente e sul potenziale di liberazione dal male, dalla
vecchiaia e dalla morte, quella che potrebbe essere definita la malattia fondamentale dellumanit. Lo
ha fatto non negando nessuno di questi settori o tentando di eluderli. Piuttosto, lo ha fatto guardando
direttamente alla stessa natura dellesperienza umana, usando come strumento la capacit che tutti noi
condividiamo ma che difficilmente miglioreremo mai a tal punto, di guardare innanzitutto lattenzione
risoluta, la consapevolezza e il potenziale che ne deriva per avere una visione profonda e
chiarificatrice. Quando gli  stato chiesto, si  descritto non come un dio, come qualcuno avrebbe
voluto, intimorito dalla sua saggezza, dalla sua evidente luminosit e dalla sua semplice presenza, ma
solo come sveglio. Il suo essere sveglio  derivato direttamente dalla sua esperienza di vedere
profondamente nella condizione e nella sofferenza umana e dalla sua scoperta che era possibile uscire
dai cicli apparentemente infiniti di autoillusione, falsa percezione e afflizione mentale e svegliarsi alla
libert innata, allequilibrio e alla saggezza.
Durante il nostro lavoro insieme in questo volume e in quelli successivi torneremo alla
mindfulness pi e pi volte, a quello che  e ai diversi modi, sia formali sia informali, con cui 
possibile coltivarla, sperando al tempo stesso di non restare intrappolati nelle nostre storie anche se
siamo noi a generarle. Esamineremo la mindfulness da molti diversi punti di vista, percependo il nostro
percorso allinterno delle sue varie energie e propriet e come potrebbero essere adeguate per le
caratteristiche della nostra vita quotidiana a tutti i livelli, per il nostro benessere a breve e lungo termine
e per la nostra felicit.
Inizieremo dando unocchiata pi da vicino al motivo per cui lattenzione , in primo luogo,
fondamentale per il nostro benessere e come si inserisce nel pi ampio schema di guarigione e
trasformazione sia delle nostre vite sia del mondo.
...
.
...
Parte seconda.
...
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...
IL POTERE DELLATTENZIONE E IL DISAGIO DEL MONDO.
...
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...
La facolt di riportare indietro pi e pi volte unattenzione vagante  la radice stessa della capacit di giudizio, del carattere e della volont. Nessuno  compos sui se non la possiede. Unistruzione che migliorasse questa facolt sarebbe listruzione per eccellenza; ma  pi facile dare una definizione di questo ideale che non istruzioni pratiche per realizzarlo.
.
WILLIAM JAMES, Principi di psicologia (1890).
...
.
...
Lattenzione: perch  tanto importante?
.
Quando scrisse il passaggio citato nella pagina precedente, William James ovviamente non
sapeva niente delle pratiche di consapevolezza; sono sicuro che gli sarebbe piaciuto moltissimo
scoprire che esisteva gi, di fatto, un tipo di istruzione volta a migliorare la facolt di riportare indietro
volontariamente di continuo unattenzione che tende a vagare. Perch  esattamente questo che i
praticanti buddhisti, basandosi sugli insegnamenti originari del Buddha, hanno sviluppato nei millenni
sino a farne unarte raffinata, arte che  piena di istruzioni pratiche per realizzare questa sorta di
auto-educazione. James, fondatore della moderna psicologia americana, lamentava dunque lassenza di
qualcosa che esisteva gi in quel momento ma in un universo a cui egli non aveva accesso; comunque
aveva chiaramente delineato le dimensioni del problema. Capiva quanto sia connaturato alla mente il
vagabondare, e quanto sia determinante avere in mano le redini della propria attenzione, se si spera di
vivere una vita connotata da capacit di giudizio, carattere e volont, per dirla con le sue parole.
Prestare attenzione  una cosa che facciamo cos selettivamente e cos a caso che spesso non
vediamo quello che abbiamo dritto davanti agli occhi, non sentiamo neanche i suoni che ci arrivano
dallaria e con evidenza ci entrano nelle orecchie. Lo stesso si pu dire anche degli altri sensi. Forse
lavrete notato in voi stessi.
Capita facilmente di mangiare senza assaporare, di perdersi il profumo della terra umida dopo la
pioggia, perfino di toccare gli altri senza sapere quali sentimenti si trasmettono loro. Questi esempi
comunissimi di tutte le cose che manchiamo di percepire anche se sono l, che riguardino gli occhi, le
orecchie o gli altri sensi, usiamo definirli esempi di fuori contatto.
Usiamo il contatto come metafora della relazione che si stabilisce tramite tutti i nostri sensi
perch di fatto il mondo stabilisce un contatto, letteralmente, attraverso i nostri sensi: gli occhi, le
orecchie, il naso, la lingua, il corpo e anche la mente.
Per gran parte del tempo noi tendiamo a essere specialisti del fuori contatto: siamo fuori
contatto anche con il fatto stesso di essere fuori contatto.
Esaminiamo questo fenomeno anche solo osservando di tanto in tanto la nostra vita interiore ed
esteriore: ben presto ci appare piuttosto chiaro che siamo quasi sempre fuori contatto. Siamo fuori
contatto rispetto ai sentimenti, alle percezioni, agli impulsi e alle emozioni che proviamo, ai nostri
pensieri, a quello che diciamo, perfino al nostro corpo. In genere questo  dovuto al fatto che siamo
perennemente preoccupati, persi nella mente e nei pensieri, ossessionati dal passato o dal futuro,
consumati dai progetti e dai desideri, distratti dal nostro bisogno di essere intrattenuti, manovrati dalle
aspettative, paure e brame del momento, e tutto questo per abitudine e senza esserne consci. Ecco
perch siamo di solito incredibilmente fuori contatto con il momento presente, lattimo che realmente
ci si sta presentando, ora.
Questo essere fuori contatto non si limita al non vedere le cose che abbiamo proprio davanti, a
non sentire quello che arriva forte e chiaro alle nostre orecchie, a mancare elementi del mondo dei
profumi e dei sapori e dei contatti tattili perch siamo cos preoccupati e distratti. Quante volte, senza
volerlo, paradossalmente, siete andati a sbattere proprio contro la porta che stavate aprendo o avete
urtato inavvertitamente una mano o un gomito o qualche altra parte del corpo, o avete fatto cadere
qualcosa che non sapevate di avere in mano perch in quel momento in realt non ceravate del tutto,
dunque eravate momentaneamente fuori contatto anche con lorientamento spazio-temporale del corpo
che di solito padroneggiamo senza neanche dargli troppa attenzione specifica?
E non  vero forse che alle volte siamo ugualmente, grossolanamente, fuori contatto anche con
quello che chiamiamo il mondo esterno, con gli effetti che produciamo su altre persone, con le cose a
cui tengono e magari stanno passando e provando, anche se ce lhanno scritto in faccia o nel linguaggio
corporeo, se solo fossimo presenti a noi stessi e in grado di prenderne nota?
Eppure lunico modo di essere in contatto con ognuno di loro  tramite i nostri sensi: sono gli
unici mezzi che abbiamo per conoscere sia il mondo interiore del nostro essere sia il panorama esterno
che chiamiamo il mondo.
Noi abbiamo pi sensi di quanti non pensiamo. Lintuizione  una sorta di senso. La
propriocezione  la conoscenza che il corpo ha della propria collocazione e posizione nello spazio  
un senso. Linterocezione  la sensazione interiore del corpo come di un unicum intero   un senso. La
mente stessa pu essere considerata un senso, e infatti, come abbiamo gi notato, gli insegnamenti
buddhisti la definiscono la sesta porta dei sensi, perch la maggior parte di ci che proviamo e
veniamo a conoscere, sia del panorama interiore sia di quello esterno, si completa nei processi di
elaborazione della mente. Senza la mente anche gli organi di senso perfettamente intatti  gli occhi, le
orecchie, il naso, la lingua e la pelle  non ci darebbero immagini utilizzabili del mondo in cui
abitiamo. Ci che vediamo, udiamo, gustiamo, odoriamo, tocchiamo va conosciuto e noi lo conosciamo
solo nellinterazione fra lorgano di senso stesso e ci che chiamiamo mente, quella misteriosa
funzione cognitiva senziente o cosciente che include il pensiero ma non si limita al mero pensiero.
Dunque non sarebbe sbagliato se definissimo il nostro sesto senso consapevolezza, invece che
mente: in un certo senso la consapevolezza e lessenza della mente sono due modi di dire la stessa cosa.
In realt, veniamo a conoscere gran parte di quel che conosciamo con modalit non concettuali.
Il pensiero e la memoria entrano in campo un po dopo, molto velocemente, seguendo di un soffio il
momento iniziale di pura sensazione di contatto.  facile che pensiero e memoria influenzino la nostra
esperienza originaria al punto da distorcere la nuda esperienza in s o da distoglierci da essa.  per
questo che i pittori preferiscono tanto spesso cominciare un nuovo dipinto lasciandosi portare
dallimpulso personale, invece che facendolo scaturire dal mondo concettuale. Certo, il mondo
concettuale occupa il suo posto ben preciso, ma spesso arriva dopo e si limita a dare una forma a quelle
sensazioni primarie e grezze che spingono i sensi a risvegliarsi in modi nuovi e sorprendenti. La nuda
percezione  grezza, elementare, vitale e quindi creativa, immaginativa, rivelatrice. Con i sensi intatti e
il tramite della consapevolezza stessa possiamo essere presenti in questo modo al mondo. Farlo
significa essere pi vivi.
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Ora, come chiamare questa nuova forma di osservatorio che si  aperta nella nostra citt, in cui la gente siede in quiete e lancia intorno sguardi come fossero luce, come a dare risposte?
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RUMI.
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Nessuno spazio per la forma.
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Per spiegare limportanza che ha lattenzione per la salute e il benessere, ho trovato utile e
illuminante mostrare il modello a cui diede forma per primo lo psicologo Gary Schwartz che appunto
enfatizza il ruolo determinante dellattenzione nello stato di salute o di malattia. Consideriamo gli
effetti che produce la mancanza di attenzione su quello che il nostro corpo e la nostra mente vanno
dicendoci di continuo. Certo, possiamo continuare a lungo a non dar loro alcuna attenzione, specie se
stiamo piuttosto bene, o per lo meno cos ci sembra. Ma se si ignorano vari segni e sintomi, anche i pi
sottili, se li si trascura a lungo e se le condizioni in cui ci si trova sono troppo pesanti da sopportare per
il corpo e per la mente, questa dis-attenzione pu portare alla dis-connessione, allatrofia o alla
distruzione di certi determinati percorsi neuronali la cui integrit e perfetta taratura sono indispensabili
per la conservazione dei processi dinamici che stanno alla base della buona salute. Questa
dis-connessione pu finire per portare alla dis-regolazione:  l che le cose cominciano ad andare
proprio male, si allontanano di molto dal naturale equilibrio omeostatico. A sua volta la dis-regolazione
pu portare dritto al dis-ordine a livello cellulare, dei tessuti, degli organi, o dellintero sistema: un
crollo verso processi biologici sregolati e caotici. Questo disordine a sua volta conduce o si manifesta
apertamente come dis-agio o vera e propria malattia.26
Potremmo considerare praticamente tutte le condizioni, perch lapproccio si applica a tutte le
circostanze. Ma per semplificare procediamo con un esempio: non prestiamo attenzione, diciamo, a un
dolore alla nuca che allinizio ci sembra solo una sensazione di rigidit, di contrattura muscolare. Se
persiste, sarebbe il primo segno, la prima indicazione di qualcosa che richiede attenzione e cura: andare
dal medico, cominciare una terapia fisica o un corso di yoga o entrambi. Se lo si ignora pu diventare
sempre pi frequente e grave e finire per diventare un problema cronico, segno forse di qualcosa che
sta succedendo pi nel profondo. A quel punto potremmo esserci abituati; se il dolore non  troppo
forte e siamo molto occupati potremmo magari bollarlo come tensione o stress e continuare a ignorarlo.
Per settimane, mesi, persino anni, quella condizione trascurata pu andare avanti per conto proprio o
tendere a peggiorare, specie in situazioni di stress, esponendoci a incidenti, come capita per esempio se
giriamo la testa troppo di scatto quando guidiamo o perfino se stiamo sdraiati a letto in una posizione
sbagliata. A quel punto il problema pu essersi trasformato in una sorta di sindrome, a cui siamo cos
abituati da ignorarla del tutto o tollerarla, forse negando che sarebbe davvero importante fare qualcosa
a riguardo. Questo scollegamento da parte nostra pu portare a un graduale stiramento muscolare del
collo che assumer la forma di tensione cronica e anche di compensazione posturale; questa a sua volta,
con il tempo, per compensare la situazione pu influire sulle ossa e sul tessuto connettivo. Le cose
possono andare fuori posto al punto da alterare la funzionalit del collo e da peggiorare il disagio e le
limitazioni motorie e posturali. Questo insieme di cose ci pu predisporre allinfiammazione, come
reazione a una irritazione o lesione, il che  unulteriore alterazione a cui pu seguire unaumentata
disposizione allartrite, condizione patologica pi seria che porta con s molto disagio e dolore.
A partire dallo stesso presupposto possiamo dire che lattenzione, e in particolare lattenzione
saggia (non lipocondria, la preoccupazione nevrotica per se stessi), ripristina e rafforza la connessione.
Essa a sua volta conduce a una maggior regolazione, che porta a uno stato di ordine dinamico, che 
sinonimo di agio, di benessere, di salute, come opposto di dis-agio e malattia. Perch si instauri tutto
questo, naturalmente, occorre che lattenzione sia mantenuta e alimentata dallintenzione, cos
attenzione e intenzione insieme giocano un ruolo reciproco, di intimo sostegno: sono lo yin e lo yang
alla base della salute e della guarigione, come anche della chiarezza e della compassione.
Nellesempio di prima, fare attenzione pu significare prendersi cura del collo andando a un
corso di yoga o facendosi fare un buon massaggio ogni tanto, oppure allenandosi a notare come lo
stress e la tensione si possano accumulare nel collo in determinati periodi e come anche la
consapevolezza personale dello stress possa influire su quelle situazioni e magari persino ridurle al
minimo. In altre parole entriamo pi in contatto con il collo, con quello che gli succede, con quello di
cui  pi capace; questa capacit di connessione porta a una migliore regolazione, in quanto il collo a
sua volta reagisce alla nostra attenzione. Unattenzione continua ai messaggi del corpo potrebbe anche
comprendere la frequenza di un programma MBSR per imparare a far fronte alla tensione accumulata
nella nostra vita in modo che non ci si attorcigli intorno al collo: cose semplici, anche, come portare pi
consapevolezza alle sensazioni nel collo cos da essere in contatto con quei primi segni e sintomi e
saperli riconoscere, invece di ignorarli; o come imparare a dare al respiro consapevole il compito di
disperdere un po della tensione accumulata. In questo modo potremmo accorgerci al volo, appena si
manifesta, della concatenazione di circostanze che ci predispongono a un peggioramento ed evitarla,
trovandoci sempre pi in una condizione di agio in cui ci sentiamo a posto, liberi dal dolore al collo e
alla nuca, anche in situazioni di stress.
Comunque, quando facciamo davvero attenzione a qualcosa, possiamo sempre cadere, senza
volerlo, in una percezione erronea: per una ragione qualunque magari non vediamo con chiarezza ci
che succede in quel particolare momento, dunque non riusciamo a instaurare un vero contatto e
manchiamo il nesso che porta dallattenzione alla maggior connessione fino allagio e quindi alla
salute, alla chiarezza, perfino a un certo grado di saggezza (in relazione al collo) e alla compassione
(maggior gentilezza verso se stessi e il proprio collo). Quel momento di percezione erronea, se
trascurato, pu condurre a unapprensione fuori luogo, a una valutazione sbagliata della situazione o
della circostanza e quindi a un possibile errore di identificazione della sua causa specifica.
A sua volta questo pu portarci a un vero e proprio qui pro quo, a prendere per reale quello che
crediamo essere vero: si forma la catena causale che a partire dalla percezione erronea porta
allapprensione fuori luogo, alla valutazione sbagliata, allattribuzione erronea della causa fino
allequivoco vero e proprio. Accade, nella vita quotidiana, questa concatenazione di sbagli, di solito
provocati da uniniziale percezione erronea e da unerrata attribuzione di causa. Se non lo si prende in
esame, questo fatto pu diventare unaltra via, parallela, verso il disagio e la malattia sul piano
psicologico, sociale e anche fisico.
Nel nostro esempio del mal di collo, una percezione erronea potrebbe prendere la forma di una
preoccupazione ossessiva per quelle sensazioni nel collo che vanno e vengono; quelle preoccupazioni
potrebbero crescere esageratamente fino a diventare dolore, facendo di un bruscolino una montagna,
per cos dire, e portandoci allipocondria, magari anche a indossare un collare ortopedico senza
leffettivo bisogno e a evitare di fare con il collo esercizi che potrebbero rinforzarlo e insieme renderlo
pi flessibile. Potremmo andare in giro identificandoci con quello che definiamo un problema cronico
al collo, mancando tutte le occasioni di osservare pi a fondo di che cosa si tratti. Questa potrebbe
essere definita una forma di attenzione non saggia, che affonda le radici in una preoccupazione reattiva
per noi stessi e che ci blocca in un altro tipo di disconnessione da noi stessi.
 proprio unattenzione non saggia di questo genere a muovere gli eventi, troppo spesso, in
campo politico e amministrativo, nel quale frequentemente ci si precipita a formulare nuove strategie o
a prendere decisioni in base a informazioni sbagliate, incomplete, mal interpretate o guidate da motivi
sottostanti, spesso non esaminati, che pongono il proprio interesse personale al di sopra della saggezza
di considerare il benessere o il miglioramento nel complesso. Le conseguenze possono essere tuttaltro
che banali: pu venirne fuori una sequela di mancate opportunit di ogni tipo. Spesso errori del genere
conducono a innescare inutilmente situazioni pericolose, incendiarie, che si sarebbero potute percepire
con pi chiarezza fin dallinizio se si fosse posta attenzione alle lenti attraverso le quali si vedevano le
cose e alla loro maggiore o minore trasparenza. Per queste ragioni, una percezione accurata e un
apprendimento corretto sono elementi chiave della nostra capacit di riprendere i sensi, letteralmente
e metaforicamente.
Quando impariamo, con la pratica della consapevolezza, ad ascoltare il corpo attraverso tutte le
porte dei sensi e anche a prenderci cura del flusso dei pensieri e dei sentimenti diamo inizio dentro di
noi al processo di recupero e di rafforzamento della nostra capacit di connessione. Questa attenzione
alimenta in noi la familiarit e lintimit con la nostra vita, a livello del cosiddetto corpo e della
cosiddetta mente, e queste approfondiscono e aumentano il benessere e il senso di agio davanti a
tutto quello che si presenta nella nostra vita, attimo dopo attimo. E cos passiamo dal disagio e dalla
vera e propria malattia a un maggiore agio, a una maggiore armonia e, come vedremo, a una salute
migliore.
Questo vale non solo per il corpo e per la mente individuale, ma anche per le istituzioni e per lo
Stato; ne parleremo pi avanti.
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DISAGIO E MALATTIA.
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Il mio cuore si consuma a poco a poco; malato di desiderio, legato a un animale destinato a morire, non sa di che si tratti...
W.B. YEATS, Verso Bisanzio.
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A proposito di malattia e disagio, si pu affermare forse che il disagio pi grande che nasce
dalla disattenzione, dalla sconnessione, dalla percezione e attribuzione erronea di cause  langoscia
tipica della condizione umana: la piena catastrofe, quando la si evita e non la si esamina.
La frase che apre la brochure del nostro Centro sulla meditazione per i dirigenti dazienda parla
dei desideri appena sussurrati del cuore (citata nel primo capitolo) suggerendo che tutti, in pratica,
hanno qualche desiderio appena sussurrato pi o meno forte che proviene dal profondo della psiche,
tutti hanno una vera vita segreta, una vita piena di sogni e di possibilit che di solito tengono nascosta.
Purtroppo di solito anche a noi stessi. Ne consegue una grande sofferenza: spesso manteniamo il
segreto per tutta la vita, senza neanche immaginare di essere complici di un autoinganno che pu essere
gravemente autodistruttivo e rovinarci la vita.
Il vero segreto qual ? Che in realt non sappiamo chi o cosa siamo, tante sono le
preoccupazioni e finzioni in superficie, tanti sono gli atteggiamenti costruiti interiori ed esteriori dietro
ai quali ci nascondiamo per mantenere alloscuro noi stessi e tutti gli altri.
Perch non  vero, forse, che in certi periodi ci si riempie il cuore di una quantit
apparentemente infinita di desideri insoddisfatti che lo manovrano, perfino lo tormentano? Desideri
grandi e piccoli, a prescindere da quanto successo e agio ci si possa attribuire da fuori? E non  vero
che siamo vagamente consapevoli, a un livello sotterraneo della psiche, di essere davvero legati a un
animale destinato a morire? E che non sappiamo chi e che cosa siamo, in realt?
In tre righe, Yeats cattura tre aspetti fondamentali della condizione umana: uno, che siamo
insoddisfatti e che ne soffriamo; due, che siamo soggetti a malattia, vecchiaia e morte, la legge
inesorabile dellimpermanenza e del continuo cambiamento; tre, che ignoriamo la vera natura del nostro stesso essere.
Non  arrivato il momento di scoprire che siamo gi pi vasti di quel che ci consentiamo di
credere? Non  tempo di scoprire che  possibile abitare questa conoscenza pi ampia e magari
liberarci dallangoscia profonda dellabitudine persistente a ignorare ci che pi conta? Io direi che 
tempo gi da un bel po e quindi adesso  il momento migliore per questa scoperta.
 vero, ogni tanto potremmo percepire i segni del nostro disagio sotto forma di vaghi
turbamenti interiori; ogni tanto (di rado) potremmo perfino averne una visione momentanea, quando ci
svegliamo disorientati e spaventati nel cuore della notte o quando una persona cara soffre molto o
muore, o quando la nostra vita nel suo insieme ci si rivela allimprovviso in tutta la sua evidenza come
se fino a quel momento lavessimo sempre e solo immaginata. Ma non  vero anche che appena
possiamo ci rimettiamo a dormire, letteralmente e metaforicamente, e ci anestetizziamo con un
diversivo qualunque?
Questo disagio umano di fondo di cui parla Yeats, questo non sapere chi siamo, sembra troppo
enorme per poterlo sopportare; dunque lo seppelliamo nel fondo pi segreto della psiche, ben lontano
dalla luce della piena coscienza. Come abbiamo visto, spesso ci vuole una crisi acuta per risvegliarci a
esso e alle possibilit di guarire davvero, di liberarci dal buio della paura e della rimozione.
Lallontanamento dai segni pi profondi della nostra umanit ci fa soffrire molto nel corpo e
nella mente: possiamo sentirci consumati, per usare il termine di Yeats, letteralmente divorati, e
quindi rimpiccioliti (in tanti modi diversi), perch trascuriamo la piena realt di ci che siamo o magari
non la conosciamo neanche o non ne abbiamo convinzione n chiarezza.
In sostanza questo dis-agio, questa malattia dellinconsapevolezza, del non sapere ci ch
davvero essenziale nella nostra natura di esseri viventi, influisce sulla nostra vita di individui in ogni
momento e anche nel corso dei decenni. Pu produrre effetti a breve e a lungo termine sulla salute
fisica e mentale; influenza inevitabilmente la vita familiare e lavorativa, in modi che spesso non si
vedono n si scoprono se non dopo anni, quando si  gi prodotto un certo tipo di danno e si sono
seguite senza volerlo vie poco sagge. La sua presenza si riversa anche sulla societ e la influenza,
tramite i modi collettivi di considerare se stessi e agire nella professione; pervade le nostre istituzioni e
le forme che scegliamo di dare agli ambienti, interiori ed esteriori, in cui viviamo.
Tutto ci che facciamo  influenzato, in un modo o nellaltro, dal fatto che ignoriamo il
malessere di non sapere chi siamo e come siamo.  lafflizione suprema, questa, la malattia suprema. In
quanto tale d origine a molte varianti, a molte diverse manifestazioni di angoscia e sofferenza a livello
del corpo, della mente e del mondo.
DUKKHA.
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Nel buddhismo si usa un termine specifico, utilissimo, per indicare il dis-agio che proviene dal
fatto di essere pieni di desiderio, di essere legati a un animale morente e non sapere chi si : dukkha,
vocabolo della lingua pali in cui sono stati trascritti per la prima volta gli insegnamenti del Buddha. 
difficile tradurre il significato di dukkha con una parola sola, nelle lingue europee; gli studiosi lo
rendono di volta in volta con sofferenza, angoscia, stress, malessere, disagio o insoddisfazione.
Negli insegnamenti del Buddha, la Prima Nobile Verit  la centralit, luniversalit e
linevitabilit di dukkha: la sofferenza innata, quel disagio che invariabilmente colora e condiziona la
struttura profonda della nostra vita in modi pi o meno sottili. Tutte le pratiche meditative del
buddhismo ruotano intorno al riconoscimento di dukkha, allidentificazione delle sue cause prime e alla
descrizione, allo sviluppo e al dispiegamento dei sentieri che ci conducono alla possibile liberazione
dalle sue influenze oppressive e accecanti che ci imprigionano. Le vie verso la libert dalla sofferenza,
da dukkha, in realt sono una via sola, un metodo che ha lo scopo di risvegliarci a quel che abbiamo
tenuto segreto o nascosto a noi stessi. Come? Prestando una saggia attenzione a tutto ci che si presenta
alla nostra esperienza, invece di fare quel che facciamo di solito, ossia non darle alcuna attenzione,
oppure sguazzarci dentro, conferirgli un alone romantico o sopportarlo quietamente e senza alcuna
speranza o combatterlo o affogarci dentro o continuare a distrarci allinfinito per sfuggirlo. Quel
sentiero ci offre la possibilit di condurre una vita molto pi soddisfacente e autentica. La verit
delluniversalit di dukkha, dunque, non  una recriminazione passiva e piagnucolosa per la natura
inevitabile del disagio: quellinsoddisfazione, a volte quellangoscia, non  n persistente n
intrinsecamente limitante, e ci si pu fare qualcosa perfino quando si presenta nei suoi aspetti pi
terrificanti. Pu divenire il nostro maestro. Pu servire a mostrarci il modo in cui liberarci dalla sua presa.
Inoltre, cosa importante, noi non ci mettiamo a esplorare soltanto per noi stessi le possibilit di
liberarci dalla sofferenza, da dukkha, e di vivere una vita pi autentica e soddisfacente, anche se gi di
per s sarebbero conquiste non da poco e potrebbero costituire la spinta immediata che ci motiva alla
pratica della consapevolezza: lo facciamo, in maniera molto reale e tuttaltro che romantica, a beneficio
di tutti gli esseri con i quali la nostra vita  inesorabilmente intrecciata. Una gran quantit di esseri:
luniverso intero, in realt.
Al cuore di queste pratiche meditative per riconoscere dukkha, per liberarcene e smettere di
generarla c la coltivazione della presenza mentale, che  un modo del tutto diverso di mettersi in
relazione con quella condizione pervasiva di dis-agio, un modo che consiste nellabbracciarla ed essere
disposti a lavorarci sopra, a osservarla senza distacco nelle sue caratteristiche pi intime. Come gi
detto, la presenza mentale si pu insegnare come forma aperta, sincera, non giudicante di
consapevolezza del momento presente, come conoscenza diretta e non concettuale dellesperienza cos
come si svolge: come nasce, si trattiene per un po e poi scompare. A coloro che si dedicavano a
realizzarne gli insegnamenti con una pratica intensiva e sistematica il Buddha ha rivolto queste parole:
Questa  la via, o monaci, lunico sentiero per la purificazione degli esseri,
per la vittoria sulla pena e sul lamento,
per la distruzione del disagio e dellangoscia, per raggiungere lottuplice sentiero,
per realizzare la liberazione:
esso consiste nei quattro fondamenti della presenza mentale.
Unaffermazione da niente!
Nel buddhismo ogni cosa  volta al risveglio dalle illusioni che ci tessiamo intorno e da quelle
che ci condizionano in seguito alle esperienze passate. Risvegliandoci, noi ci liberiamo dalla sofferenza
e dallangoscia che nasce dai fraintendimenti sulla natura della realt causati dalla nostra visione
limitata e autoreferenziale, dalla nostra tendenza ad afferrare ci che desideriamo e attaccarci a esso e a
respingere le cose che ci fanno paura.
Nei passati ventisei secoli, le svariate tradizioni meditative del mondo buddhista hanno
sviluppato, esplorato e raffinato un repertorio di metodi sofisticati ed efficaci per coltivare la presenza
mentale, dunque anche la saggezza e la compassione che la sua pratica genera spontaneamente. Ci sono
molte porte nella stanza della consapevolezza. Mentre, sotto alcuni aspetti, ciascuno pu vederla in un
modo abbastanza diverso, limportante  entrare nella stanza. La porta da scegliere  quella che ci  pi
congeniale, o la pi conveniente, per qualsiasi ragione. Ma soprattutto linvito  a entrare, entrare,
entrare, piuttosto che restare sulla soglia a commentare.
Thomas Cahill ha affermato che gli irlandesi hanno salvato la civilt occidentale perch i
monaci irlandesi hanno copiato i manoscritti antichi per tutto il Medioevo, e che il dono degli ebrei 
stato dare al mondo la sua prima articolazione del tempo storico e con essa il senso delle potenzialit di
sviluppo dellindividuo nel corso del tempo, nella connessione personale con il divino. Analogamente
potremmo dire che il personaggio storico del Buddha e coloro che ne hanno seguito gli insegnamenti
hanno dato al mondo un algoritmo ben definito, una via di indagine che loro stessi hanno percorso alla
ricerca di ci che pi conta per la natura dellumanit: la possibilit di essere pienamente consci,
pienamente risvegliati e liberi dai legami dei condizionamenti, comprese le nostre stesse abitudini di
pensiero e percezioni indiscusse e le emozioni afflittive indesiderate che tanto spesso li accompagnano
da vicino.
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LE CALAMITE DI DUKKHA.
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Fateci caso: nella nostra societ  abbastanza evidente che gli ospedali funzionano come grandi
calamite di dukkha (o comunque lo si voglia chiamare, stress o disagio o malessere). Il loro campo
magnetico attira coloro, fra noi, che pi soffrono di malattia o disagio o di entrambi, di stress, dolori,
traumi, patologie di ogni genere. La gente va in ospedale o vi viene portata quando non c proprio
nessuna alternativa, quando ha esaurito ogni altra possibilit e risorsa. Di regola, gli ospedali non sono
posti dove si va per divertirsi o per essere intrattenuti o illuminati: in genere ci andiamo quando
cerchiamo qualcuno che ci curi e possibilmente ci ripari, ci aggiusti, se non addirittura ci guarisca. Ci
andiamo con laspettativa di essere accolti, in modo adeguato, e che ci si occupi di noi con cura e
attenzione; e, se siamo molto fortunati, che magari ci si illumini su quel che ci sta succedendo e su
quello che dobbiamo fare.
Dato il grado di sofferenza che gli ospedali attraggono, uno potrebbe pensare: Quale posto
migliore di questo per offrire formazione alla presenza mentale, visto che unautorit come il Buddha,
nientemeno, ha detto che essa  lunico sentiero verso la vittoria sulla pena e sul lamento e verso
leliminazione del malessere e dellangoscia, in una parola verso il sollievo dalla sofferenza? Esporsi
alla pratica della presenza mentale, quindi, se davvero  tanto potente, fondamentale e universale come
dichiarava il Buddha, non potrebbe portare notevole beneficio a molte delle persone che si ricoverano
in ospedale?. Certo, unofferta del genere sarebbe da considerarsi non tanto sostitutiva di unefficace e
compassionevole cura medica, ma come complemento, potenzialmente vitale, di qualunque terapia si
possa ricevere in ospedale. Quale posto migliore per offrire quelladdestramento, non solo ai pazienti
ma anche allo staff, che in molti casi  altrettanto stressato?
Ecco come  nato il Programma per la riduzione dello stress (MBSR). Si  cominciato a offrirlo
essenzialmente a quei pazienti che, diciamo, filtravano fuori dalle crepe del sistema medico, che non
ricevevano un aiuto completo dalle terapie a cui erano sottoposti. Venne fuori che erano ben tanti! Fra
loro ce nerano parecchi che non erano migliorati con le terapie mediche tradizionali o che soffrivano
di condizioni incurabili per le quali la medicina ha da offrire poche proposte e nessuna guarigione. E
noi eravamo ben contenti di poter offrire loro unopportunit di esplorare i confini delle proprie possibilit.
Il programma, comunque, cominci ben presto ad attirare un numero maggiore di pazienti
ospedalieri. Dopo tutto il termine riduzione dello stress  in s piuttosto attraente. La risposta quasi
universale ai nostri annunci nei corridoi sul programma di riduzione dello stress era Potrebbe
servirmi, naturalmente seguito, in molti casi, da ma di certo non ne ho il tempo. Al giorno doggi,
quasi quarantanni dopo, sono sempre pi numerosi i pazienti e ancor di pi i medici che si rendono
conto di non potersi permettere di non seguire il programma e che cominciano a prestare maggiore
attenzione e cura a quel che hanno trascurato tanto a lungo.
Fin dagli inizi, MBSR ha dato un nuovo strumento terapeutico ai medici, nellambito di un
ampio spettro di discipline e di specialit. La Clinica per la riduzione dello stress era una sede, interna
allospedale, in cui i pazienti potevano imparare a fare per se stessi qualcosa di complementare a tutti i
trattamenti e metodi che gli altri facevano per loro, qualcosa che poteva essere estremamente efficace e
anche raro, prezioso.
Al tempo stesso, la possibilit di indirizzare i propri pazienti a MBSR dava modo anche ai
medici di alleviare lo stress personale che generava in loro il fatto di non avere pi nessuna possibile
cura da offrire a quelle persone che continuavano a tornare con i loro problemi e che in molti casi erano
sostanzialmente insoddisfatte dei trattamenti a cui venivano sottoposte o dalla loro mancanza.
Finalmente cera un luogo dove mandarle, nellospedale, in un ambiente altamente strutturato, solidale
ed emotivamente sicuro, dove sarebbero state invitate ad assumersi un grado pi alto di responsabilit
nei confronti della propria esperienza e dei propri stati mentali e fisici, dolorosi, problematici o cronici
che fossero; cera un programma che avrebbe offerto loro una guida per poter ricorrere a risorse
interiori fino ad allora ignorate ma molto profonde e universali, a loro disposizione per apprendere,
crescere, guarire e trasformarsi, e non solo nelle otto settimane di durata del programma, ma  si
sperava  per il resto della loro vita.
In quel procedimento, coloro che spesso si erano sentiti recettori passivi di cure mediche
avrebbero avuto lopportunit di diventare partecipanti a pieno titolo, partner vitali nella cura costante
di se stessi verso il benessere. E sarebbero stati in grado di affrontare quel procedimento essendo
pienamente accolti e sostenuti dal docente in aula, tenuti in considerazione semplicemente in quanto
esseri umani, perch erano quelli che erano e perch avevano passato quel che avevano passato, e nel
corso dellintero processo di otto settimane sarebbero stati abbracciati da tutta la comunit che a quanto
pare nasce spontaneamente quando la gente pratica insieme la presenza mentale, caratterizzata da
gentilezza e benevolenza (i buddhisti la chiamano sangha). Era questa la visione alla base di ci che
pensavamo sempre di pi come una medicina partecipativa, che implicava il coinvolgimento delle
risorse interiori del paziente come complemento vitale di qualsiasi trattamento medico o chirurgico a
cui sarebbe stato sottoposto.
Le parole medicina e meditazione condividono la stessa radice etimologica, dunque
nemmeno nel lontano 1979, quando si avvi MBSR, sembrava poi tanto astruso (come potrebbe
apparire a prima vista) che un centro medico e una facolt di medicina offrissero ai propri pazienti la meditazione.
Medicina e meditazione vengono entrambi dal verbo latino mederi, che significa curare;
tuttavia la radice pi antica indoeuropea di mederi porta in s il significato di misurare. Non si tratta
del nostro solito concetto di misurare come contare, prendere atto della relazione quantitativa rispetto a
uno standard prestabilito per una determinata misura come la lunghezza, il volume o larea; si riferisce
piuttosto al concetto platonico che ogni cosa possiede la propria giusta misura intrinseca, le propriet
che ne fanno quella che . La medicina dunque pu essere intesa come ci che ripristina la giusta
misura intrinseca quand alterata, e la meditazione pu essere vista come la percezione diretta della
giusta misura intrinseca e la profonda conoscenza empirica della sua natura.
Gli ospedali non sono le sole calamite di dukkha, nella nostra societ, ne sono solo le pi ovvie;
anche le carceri sono calamite di dukkha, luoghi in cui si convogliano troppe esistenze caratterizzate
proprio da dukkha e per ci stesso destinati a innescare sofferenza continua e inespressa sugli altri e su se stessi.
Per fortuna, sempre pi spesso nelle carceri vengono proposti programmi di consapevolezza.27
Anche altre istituzioni come le scuole e i posti di lavoro producono o attraggono i loro
particolari tipi di dukkha. Sempre pi frequentemente in questi luoghi vengono introdotti vari tipi di
ottimi programmi basati sulla consapevolezza. A dirla tutta, come ha insegnato il Buddha dukkha 
onnipresente:  un dato di fatto della vita. Non  che la vita sia sofferenza, una diffusa
interpretazione errata della Prima Nobile Verit (si veda il capitolo seguente).  lattualit della
sofferenza che deve essere riconosciuta e presa in considerazione per liberarsene. Lunica via duscita,
ha osservato saggiamente Helen Keller,28  passarci attraverso. Lunica via per attraversare dukkha 
riconoscerla quando appare e arrivare a conoscerne intimamente la natura, attimo dopo attimo.
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DHARMA.
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La qualit della relazione che abbiamo con le esperienze e con i diversi panorami interiori ed
esteriori nei quali le viviamo dipende innanzitutto da noi stessi,  ovvio.
Per esempio, se desideriamo che il mondo sia pi in pace, possiamo dare unocchiata se noi per
primi sappiamo essere pacifici? Siamo preparati a notare quanto spesso, forse, non lo siamo affatto e a
capire il perch? Riusciamo a notare quanto possiamo essere bellicosi, alle volte, o belligeranti, quanto
autoreferenziali e attenti al nostro tornaconto, nel microcosmo della nostra vita e della nostra mente? Se
desideriamo che gli altri vedano le cose con pi chiarezza, riusciamo noi per primi a far attenzione al
nostro modo di vedere le cose, a capire se sappiamo realmente percepire, imparare e comprendere quel
che succede in ogni momento, senza giudizi affrettati e senza pregiudizi? E siamo disposti ad
ammettere con noi stessi quanto possa essere difficile, e quanto possa essere importante?
Se desideriamo conoscere almeno un po quelli che siamo (nello spirito dellingiunzione
socratica conosci te stesso e dellaffermazione di Yeats che ebbene, no, non ci conosciamo), non c
modo di aggirare la necessit di osservarci a fondo. Se vogliamo cambiare il mondo forse dovremmo
dar inizio al cambiamento partendo da noi stessi, oltre che dal mondo, specialmente vista la resistenza,
la riluttanza e la cecit che opponiamo al cambiamento; specialmente quando ci troviamo a
confrontarci con le leggi dellimpermanenza e dellinevitabilit del cambiamento, condizioni a cui
siamo soggetti in quanto individui (e poco importa se a quelle leggi opponiamo resistenze e proteste o
se cerchiamo di avere il controllo delle loro conseguenze). Se desideriamo fare un salto quantico verso
una maggiore consapevolezza non disponiamo di alcuna scorciatoia che ci eviti la necessit di essere
disposti a risvegliarci e a prenderci cura a fondo di quel risveglio.
Allo stesso modo, se vogliamo che al mondo ci sia pi saggezza e gentilezza forse dovremmo
imparare ad abitare il nostro corpo con un po pi di saggezza e gentilezza, magari anche solo accettare
con gentilezza e comprensione di essere quelli che siamo, per un momento, invece di sforzarci di
corrispondere a un qualche ideale impossibile. Il mondo sarebbe immediatamente diverso. Se
desideriamo fare la differenza per questo mondo, forse dovremmo prima imparare a entrare in
relazione stabile con la nostra vita e con la conoscenza di noi stessi, o almeno imparare via via, che alla
fine  la stessa cosa, visto che il mondo non sta l ad aspettarci ma va avanti insieme a noi in unintima
relazione di reciprocit. E se desideriamo crescere o cambiare o guarire in qualche modo, magari essere
meno conflittuali o meno avidi o pi fiduciosi o pi generosi, forse prima dobbiamo assaporare il
silenzio e la quiete, sapendo che gi abbeverarci a fondo alle loro sorgenti  di per se stesso fonte di
guarigione e di trasformazione perch ci fa abbracciare in consapevolezza tutto ci che troviamo qui in
questo momento, quale che sia, comprese le nostre tendenze pi radicate e pi inconsce.
Tutto ci  noto da secoli. Ma le pratiche di liberazione come la meditazione sono rimaste in
gran parte confinate nei monasteri, per secoli, sotto le insegne delle diverse tradizioni culturali e
religiose. Svariate ragioni fecero s che quei monasteri tendessero a rimanere isolati  le grandi distanze
geografiche e culturali che li separavano, e la distanza che separava dal mondo coloro che avevano
rinunciato al mondo stesso  e a volte tendessero a conservare il segreto sulle pratiche che vi si
svolgevano, in alcuni casi a mantenere una visione localistica ed esclusiva invece che universalistica.
Per lo meno in passato.
Oggi, nella nostra epoca, tutto ci che gli esseri umani hanno scoperto  a disposizione delle
nostre ricerche come non lo  mai stato prima. In particolare, la meditazione buddhista e la tradizione
sapienziale che vi si associa, variamente nota come Buddhadharma o semplicemente il Dharma,  a
nostra disposizione come non lo  mai stata e sta toccando la vita di milioni di americani e di europei in
modi che ancora quaranta o cinquantanni fa sarebbero stati inimmaginabili.
Ci che i buddhisti chiamano il Dharma  una forza antica, a questo mondo, come lo  il
Vangelo, eccetto che non ha nulla a che fare, in sostanza, con la conversione religiosa o con la religione
organizzata, per quel che conta, e nemmeno con il buddhismo in quanto tale, ammesso che lo si
voglia considerare una religione. Ma, proprio come il Vangelo,  letteralmente una buona novella.
La parola dharma in s ha vari significati: gli insegnamenti del Buddha, le leggi delluniverso,
il modo in cui stanno le cose; ha trovato la propria strada nella lingua inglese tramite la famosa
definizione di vagabondi del Dharma che diede di s e dei propri amici beatnik il poeta Jack
Kerouac, lappellativo attribuito al poeta Allen Ginsberg di Leone del Dharma e anche per un po per
la sua commercializzazione, nel nome femminile di uno dei personaggi di uno spettacolo televisivo che
 apparso sui cartelloni pubblicitari, soprattutto nelle stazioni della metropolitana e sulle fiancate degli
autobus, come succede spesso in America.
Il Dharma in quanto insegnamento,29 in origine, venne formulato dal Buddha in riferimento alle
Quattro Nobili Verit. Questo insegnamento fondamentale venne elaborato nel corso di una vita intera
di insegnamenti. Continua a essere tramandato ed elaborato fino ai nostri giorni da un fiume
ininterrotto di generazioni, dalle tante correnti delle svariate tradizioni buddhiste. In qualche modo 
appropriato, dunque, definire il Dharma come qualcosa di simile a una conoscenza scientifica in
continua crescita, in continuo mutamento ma dotata di un corpus centrale di metodi, osservazioni e
scoperte di leggi naturali che vennero distillati nel corso di millenni di esplorazione interiore condotta
tramite una disciplina serissima di autosservazione e di autoindagine, unaccurata e precisa annotazione
e cartografia delle esperienze incontrate investigando la natura della mente, e prove dirette ed
empiriche per confermarne i risultati.
Tuttavia il carattere di legge universale del Dharma  tale che, perch sia vero Dharma, esso
non pu essere esclusivamente buddhista, proprio come la legge di gravit non  inglese per via di
Newton n italiana per via di Galileo, o le leggi della termodinamica non sono austriache per via di
Boltzmann. I contributi di questi e altri scienziati che hanno scoperto e descritto le leggi naturali
trascendono sempre le loro specifiche culture, perch riguardano la natura pura e semplice, e la natura 
un unicum misterioso, una totalit da cui noi non siamo esclusi, ma in cui siamo fortemente collocati.
Anche lelaborazione che il Buddha fece delle leggi del Dharma trascende il suo tempo e la sua
cultura dorigine, anche se da essa poi si  sviluppata una religione (sia pure particolare, dal punto di
vista occidentale, non essendo basata sulladorazione di una divinit suprema). Consapevolezza e
Dharma sono da considerarsi, meglio, come descrizioni universali del funzionamento della mente
umana e del cuore nellaspetto dellattenzione della persona riguardo allesperienza della sofferenza e
al suo potenziale di felicit (eudemonia) e saggezza. Queste descrizioni si applicano ugualmente
dovunque ci siano menti umane, proprio come le leggi della fisica si applicano ugualmente in ogni
parte del nostro universo (a quanto ne sappiamo) o come la grammatica generativa universale di Noam
Chomsky, che studia i processi di elaborazione dellespressione verbale umana,  applicabile a tutte le lingue.
Dal punto di vista delluniversalit del Dharma sar utile ricordare che il Buddha, lui, non era
buddhista: era un terapeuta e un rivoluzionario, sia pure di quelli tranquilli e dediti alle rivoluzioni
interiori. Diagnostic il nostro disagio umano collettivo e prescrisse una medicina efficace e benevola
per la salute mentale e il benessere. Con questo presupposto si potrebbe dire che il buddhismo, per
avere massima efficacia come veicolo di Dharma e come medicina (purtroppo quanto mai necessaria in
questo stadio dellevoluzione del pianeta), dovrebbe rinunciare forse a essere un ismo, nel senso di
religione formale, o almeno rinunciare a ogni attaccamento al suo nome o alla sua forma. Dato che il
Dharma tratta sostanzialmente di non-dualit, le distinzioni fra il Buddhadharma e il Dharma
universale, oppure fra buddhisti e non buddhisti non possono essere essenziali, e infatti da questa
prospettiva le particolari tradizioni e forme in cui si manifesta sono vive e vibranti, molteplici e in
continua evoluzione; allo stesso tempo ci che rimane in comune  lessenza, come sempre priva di
forma, illimitata e unica, senza distinzioni.
Di fatto in origine nemmeno la parola buddhismo  buddhista: a quanto pare fu coniata nel
XVII o XVIII secolo da etnologi, filologi e studiosi religiosi europei che cercavano di indovinare da
fuori, partendo dai propri presupposti indiscussi e osservando attraverso i propri occhiali religiosi e
culturali un mondo esotico che in gran parte restava indecifrabile per loro. Per pi di duemila anni,
coloro che praticavano gli insegnamenti del Buddha in qualunque scuola e lignaggio (e ce nerano
molti, perfino allinterno di una stessa nazione, ognuno con uninterpretazione un po differente degli
insegnamenti originari) si sono definiti con lespressione seguaci della Via, o del Dharma ma non
si sono mai detti buddhisti.
Per tornare al Dharma come insegnamenti del Buddha, la prima delle Quattro Nobili Verit da
lui formulate dopo unintensa ricerca sulla natura della mente  la prevalenza universale di dukkha, il
disagio di fondo della condizione umana. La seconda sono le cause di dukkha, che il Buddha attribu
direttamente allattaccamento e ai desideri non messi in discussione. La terza  laffermazione, basata
sulla sua esperienza di ricercatore sperimentale nel laboratorio della propria pratica meditativa, che 
possibile arrivare alla cessazione di dukkha, in altre parole che  possibile guarire completamente dal
disagio generato dallattaccamento. Infine la Quarta Nobile Verit traccia un approccio sistematico,
noto come Nobile Ottuplice Sentiero, alla cessazione di dukkha, alla dispersione dellignoranza e
quindi alla liberazione. Insieme, le Quattro Nobili Verit riflettono in realt un antico ordine usato in
medicina: diagnosi (Prima Nobile Verit); eziologia (Seconda Nobile Verit); prognosi (Terza Nobile
Verit); piano di trattamento (Quarta Nobile Verit). Se la prognosi  positiva, la liberazione dalla
sofferenza, dallavidit, dallodio e dallillusione sono possibili e il piano di trattamento delinea
lapproccio raccomandato.
La presenza mentale  una delle otto pratiche dellOttuplice Sentiero, quella che unifica e d
forma a tutte le altre. Le otto pratiche sono: la saggia o retta visione, la retta concentrazione, il retto
pensiero, la retta azione, la retta sussistenza, il retto sforzo, la retta presenza mentale e la retta
concentrazione. Sono aspetti differenti di ununit senza discontinuit alcuna; per dirla con le parole di
Thich Nhat Hanh:
Quando c la Retta Presenza Mentale sono presenti anche gli altri sette elementi
dellOttuplice Sentiero.
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THICH NHAT HANH30.
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La clinica per la riduzione dello stress.
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Ripensando a dukkha e al malessere: mi erano noti fin da prima, dato che nella mia personale
pratica meditativa osservavo la tendenza continua a perdermi via e a lasciarmi catturare e impastoiare
totalmente dalle turbolenze della mente pensante e delle reazioni emotive. Se mai non lo fossero stati,
comunque, il lavoro in una Clinica per la riduzione dello stress mi avrebbe confermato ben presto
quanto sia diffuso in realt il disagio dellinconsapevolezza, quanta voglia abbiamo di eliminarlo, anzi
che fame mortale abbiamo di unesperienza consistente, autentica e piena dellessere vivi, unificati, che
fame disperata di pace della mente abbiamo, quanto sia grande la voglia di trovare qualche sollievo da
quello che spesso ci sembra un mulino che macina allinfinito dolore fisico ed emotivo.
Tutte queste e infinite altre facce di dukkha sono sempre venute fuori nelle conversazioni con le
persone che arrivavano al colloquio dammissione al corso. Io mi limitavo ad aprire con la domanda:
Che cosa la porta alla Clinica per la riduzione dello stress?, poi me ne stavo zitto ad ascoltare. Se la
persona si sente riconosciuta e accettata, una domanda del genere invita a parlare dal cuore: induce a
riconoscere che la sofferenza della persona pu avere profondit insondate, o per lo meno cos pu
sembrarle.
Ascoltando i nostri pazienti ho appreso che venivano alla Clinica per molte diverse ragioni, ma
che alla fine erano tutte la stessa, unica ragione: per tornare a essere integri, per catturare di nuovo una
scintilla che un tempo sentivano di avere, o che sentivano di non avere mai avuto ma avrebbero voluto
avere. Venivano perch desideravano imparare a rilassarsi, ad alleviare un po del loro stress, a ridurre
il dolore fisico o a imparare a conviverci meglio, a trovare la pace della mente e recuperare una
sensazione di benessere.
Venivano perch volevano prendere in mano la propria vita e smettere di assumere
antidolorifici o ansiolitici e non essere pi, dicevano spesso, cos tesi e nervosi. Venivano alla clinica
perch avevano malattie cardiache, tumori, condizioni di dolore cronico o una pletora di altri problemi
medici che esercitavano uninfluenza nefasta sulla loro vita e sulla loro libert di perseguire i propri
sogni. Venivano perch finalmente erano disposti, spesso per disperazione, a fare qualcosa per se stessi,
qualcosa che nessun altro al mondo avrebbe potuto fare in vece loro, compresi i dottori: farsi carico
della propria vita e fare quel che potevano in prima persona, a complemento vitale di ci che poteva
offrir loro la medicina allopatica tradizionale, nella speranza di diventare pi forti, pi sani, in qualche
modo forse anche pi saggi dentro e fuori.
Venivano perch cerano aspetti della loro vita o del loro corpo (o di entrambi) che non
funzionavano pi e sapevano che per loro la medicina poteva arrivare solo fino a un certo punto, e che
non bastava, che fino a quel momento non era stato sufficiente. Venivano perch i loro medici avevano
conferito un marchio di legittimit allo stress e al dolore che pervadeva la loro vita, anche solo
nominandolo e prendendolo in considerazione, e avevano cominciato a fare qualcosa per questo stress
per il fatto stesso di mandarli da noi. Venivano perch la nostra clinica era l nellospedale e quindi
potevano considerare parte integrante della corrente principale della medicina e delle cure mediche
tutto il lavoro interiore a cui sarebbero stati invitati a dedicarsi (pratica della presenza mentale e
riduzione dello stress, meditazione, yoga) quasi sempre in silenzio, e per questo considerarli approcci
legittimi per trattare i loro problemi.
E forse, soprattutto, venivano e poi restavano perch noi facevamo in modo di creare nella
stanza unatmosfera che invitava a un ascolto a cuore aperto, unatmosfera che i partecipanti
riconoscevano subito come benevola, empatica, piena di rispetto e di accettazione. Quel genere di
sensazione, purtroppo, pu essere unesperienza rarissima nelle istituzioni mediche, sempre cos sotto
pressione.
Davamo a ognuno tutto il tempo necessario a rispondere a quellunica domanda Che cosa la
porta qui?, quindi la maggior parte di loro era disposta, perfino felice di parlare con onest e
apertamente, spesso con grande intensit espressiva, del proprio disagio e malessere, del fatto di
sentirsi perduti o travolti, vittima degli eventi, o di provare una qualche carenza ben al di l della
diagnosi di cancro o di dolore cronico o di cardiopatia che compariva al primo posto nella diagnosi e
nella prescrizione con cui li si mandava da noi. Spesso la loro storia rivelava lintensa pena del cuore
che accompagna il fatto di essere stati trascurati e non riconosciuti da piccoli e di arrivare allet adulta
senza la percezione della propria intrinseca bont o bellezza o dignit. E naturalmente parlavano di
dolore fisico in un modo che stringeva il cuore... di dolori cronici alla schiena, al collo, al viso, alle
gambe, di molte diverse forme di cancro, di sieropositivit e di AIDS, di mal di cuore, e di una miriade
di malattie psicosomatiche, in molti casi aggravate dalla mente che a sua volta soffriva di ansie
croniche e attacchi di panico, di irritabilit e tensioni croniche, e di un mucchio di stati emotivi negativi
a volte travolgenti.
La buona notizia  che ognuno di noi pu finalmente essere aiutato da MBSR a scoprire e ad
abbracciare la pienezza di ci che  in quanto essere umano; ognuno di noi pu affermare che,
chiunque siamo, abbiamo la possibilit di risvegliarci a ci che di nascosto e poco leggibile c in noi,
di spaventato e spaventoso, ci che d forma alla nostra vita, a nostra insaputa oppure no, e pu
risvegliarsi anche ad altri desideri pi sani e salutari che lo attraggono dalle profondit del cuore, e
lasciarli fiorire nella propria vita in modi capaci di dare ristoro e guarigione, in molti casi con
unevidente riduzione dei sintomi. Lo hanno scoperto su di s (e non solo nellimmediato, ma anche nel
corso degli anni) molte persone che hanno seguito il programma, e lo documenta anche un numero
sempre crescente di ricerche medico-scientifiche effettuate non solo nella nostra clinica ma anche in
programmi di riabilitazione basati sulla meditazione di consapevolezza effettuati negli ospedali e nelle
cliniche di tutto il mondo. I miei colleghi e io, nelle tante cliniche di MBSR in giro per gli Stati Uniti e
per il mondo, labbiamo visto succedere a uninfinit di persone che soffrivano di impensabili livelli di
stress, dolore, malattia, in circostanze di vita e con storie personali inimmaginabili, che vivevano quella
catastrofe totale che  lintensit pi piena della condizione umana in tutta la sua enorme pressione,
infinitamente complessa e distintiva.
Non smette mai di stupirmi la trasformazione (grande o piccola, grossolana o sottile) che pu
verificarsi nelle persone in un periodo di tempo relativamente breve. A volte la vedo accadere anche in
me stesso, quando non perdo i sensi o loro non perdono me. E a volte riesco perfino a fare in modo
di cogliere lattimo in cui li perdo   stupefacente  e a ripristinare cos un certo livello di equilibrio e
di chiarezza, momentaneo o anche duraturo.
Abbracciare la catastrofe totale della condizione umana e affrontare ci che forse  pi
indesiderato fanno parte del processo di risveglio alla propria vita personale e vivere la vita che in
realt ci  dato di vivere. In parte implica il rifiuto di permettere a dukkha, sottile o evidente che sia, di
passare inosservata e innominata. Implica la disponibilit a volgersi verso tutto ci che si presenta alla
nostra esperienza e a lavorarci sopra, sapendo che  malleabile (o avendo fiducia che lo sia), specie se
siamo disposti a fare noi stessi il lavoro della consapevolezza: riportarci delicatamente e di continuo al
momento presente e a tutto ci che ha da offrirci, imparare a fermarci in quella consapevolezza (e
ricordarci di farlo), a dimorarvi tranquilli e ad attingere alle sue considerevoli energie, nel corso della
nostra vita proprio cos com, proprio come ce la ritroviamo.
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UNINTERA NAZIONE IN DEFICIT DATTENZIONE.
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Una delle manifestazioni di dukkha e dis-agio che prevale sempre di pi nel nostro tempo  il
disturbo da deficit di attenzione, noto con lacronimo inglese di ADD. LADD  una seria
alterazione del processo dellattenzione che si presenta in bambini come in adulti. Quarantanni fa
nessuno aveva mai sentito parlare di deficit dattenzione: di fatto, una diagnosi del genere non esisteva;
ora sembra essere un problema sempre pi diffuso.
Poich la meditazione riguarda proprio lo sviluppo della capacit di prestare attenzione, si
potrebbe ritenere che lottica meditativa sia in grado di far luce sui possibili modi di prevenire o curare
quella condizione, e in effetti  proprio cos. Ma forse vale anche la pena di dichiarare che, dal punto di
vista delle tradizioni meditative, la societ intera soffre di ADD  c di che gloriarsene!  e della sua
variante di gran lunga pi diffusa, il disturbo da deficit di attenzione/iperattivit (ADHD). E sta
peggiorando di giorno in giorno. Imparare ad affinare la nostra capacit di prestare attenzione e di
sostenerla nel tempo potrebbe essere non pi un lusso, ma un canale vitale che ci riporta a quanto di pi
significativo c nella nostra vita, quanto di pi facilmente mancato, ignorato, negato o attraversato cos
velocemente da essere impossibile notarlo.
Ho la sensazione che noi americani tendiamo tutti a soffrire di deficit dattenzione in un altro
modo, pi sottile e sotterraneo, dovuto alla particolare direzione che ha preso la nostra cultura
nellultimo mezzo secolo. Ci manca e ci sentiamo privati della vera attenzione premurosa degli altri.
Mi spiego: siamo soggetti a sentirci sempre pi soli e invisibili in questa cultura dellintrattenimento
cos ossessionata dalla celebrit, unisola che isola; pensiamo a chi guarda da solo, sera dopo sera, la
sua dose di sitcom e di reality-show televisivi, emozionandosi alle vite e alle fantasie degli altri, o a chi
trova le proprie relazioni pi intime nelle chat room in Internet su Facebook, Snapchat o Instagram,
costantemente alla ricerca di like, di connettersi agli altri e sentirsi approvati. Pensiamo alle ossessioni
riguardanti i consumi; pensiamo allo stimolo incessante a riempire il proprio tempo, ad andare altrove,
a ottenere ci che sembra mancare al punto da sentirsi soddisfatti e felici.
Nella nostra solitudine, nel nostro isolamento e nellimpulso apparentemente costante di trovare
un momento di connessione significativa c un desiderio profondo, una voglia di appartenenza (di
solito inconscia o ignorata), un desiderio di essere parte di un tuttuno pi vasto, di non essere anonimi,
di essere visti e conosciuti. La vita relazionale, infatti, lo scambio, il dare-e-ricevere, specie sul piano
emotivo,  il modo in cui ci si ricorda che abbiamo un posto a questo mondo, che ci comunica, nel
cuore, che effettivamente facciamo parte di qualcosa e che anche noi facciamo la differenza.
Lesperienza di connessione significativa con gli altri  qualcosa che d una profonda soddisfazione.
Abbiamo fame di quella sensazione di appartenenza, di sentirci collegati a qualcosa di pi grande di
noi. In noi  fortissimo il desiderio di essere percepiti dagli altri, di essere notati e apprezzati per quelli
che siamo in realt e non solo per quello che facciamo; il pi delle volte non  cos.
 raro che ci colga lo sguardo e il riconoscimento della nostra essenza da parte degli altri, i
quali in genere si muovono troppo velocemente e sono troppo centrati su se stessi per prestare
attenzione allesterno per un tempo sufficiente. Il nostro stile di vita nelle comunit suburbane e rurali
tende a essere insulare e isolante. Perfino la cultura urbana e di quartiere tende a essere solitaria,
isolante e poco sicura, di questi tempi. Invece di giocare con i compagni del vicinato, i bambini passano
ore e ore a guardare la televisione o scompaiono dietro un videogioco o lo smartphone; in parte  cos
semplicemente perch questo ne garantisce la sicurezza, in parte per abitudine, dipendenza e noia.
Mentre utilizzano i vari dispositivi prestano unattenzione interamente passiva, asociale, una
distrazione perpetua dalla propria interiorit e dalla vita relazionale concreta. Molte ricerche
sociologiche mostrano che nei bambini limpegno attivo in attivit collettive  in declino; e noi adulti
forse non conosciamo pi i nostri vicini di casa, e di certo non dipendiamo da loro come accadeva alle
generazioni precedenti.  raro, di questi giorni, che un quartiere o un isolato siano una vera comunit.
Anche nelle famiglie, di questi tempi, molti genitori di bambini piccoli spesso sono cos
stressati, cos preoccupati e cos terribilmente occupati da correre seriamente il rischio di non essere
presenti per i loro bambini, pur essendoci fisicamente. I genitori sono occupati a un livello cos totale e
sono cos distratti che forse non riescono a vedere con chiarezza i propri figli, in certi momenti, e non
pensano neanche a prendere e tenere un po in braccio i pi piccoli quando hanno un problema. Cos
pu capitare che nessuno, in famiglia, riceva la costante quantit di attenzione di cui ha bisogno e che si merita.
Sul piano della salute, ottenere anche solo che il medico ci presti attenzione pu essere una
sfida quasi invincibile. I dottori hanno cos poco tempo per i loro pazienti! Sono cos spremuti e
stressati dalle loro stesse pressioni organizzative! La trascuratezza involontaria pu diventare un rischio
professionale e una condizione endemica. I buoni medici si impegnano al meglio delle proprie
possibilit a non caderci, ma perfino i migliori fra loro sono pressati, quasi schiacciati dalla fretta
propria della medicina dei nostri tempi di sanit gestita a livello aziendale, leggi: razionata e sempre
pi condizionata dai profitti.
 probabile che il deficit dattenzione non fosse tanto diffuso quando eravamo cacciatori e
raccoglitori, per la gran parte dei centomila anni e pi della permanenza dellHomo sapiens sapiens
sulla terra, n quando passammo allagricoltura e alla pastorizia, a coltivare cereali e allevare bestiame,
diecimila anni fa. Da notare che la stessa parola sapiens  il participio presente  che indica ci che si
svolge nel momento presente  del verbo latino sapere: conoscere, assaporare, percepire, essere saggi.
Noi siamo la specie sapiente sapiente. Siamo la specie che ha la capacit di sapere, e di sapere che
sa, in altre parole di essere sapiente, capace di metaconoscenza, di essere consapevole di essere
consapevole, o almeno cos ci definiamo, alla lettera.
Come detto, i nostri antenati cacciatori-raccoglitori avevano bisogno di prestare unattenzione
costante altrimenti sarebbero morti di fame o sarebbero stati mangiati, si sarebbero persi o si sarebbero
ritrovati senza riparo esposti alle intemperie. E, dato che la comunit in cui si nasceva era tutto ci che
cera, quella capacit di prestare unattenzione accurata e di leggere i segni del mondo naturale non
poteva non comprendere labilit di decifrare la faccia degli altri, gli stati danimo e le intenzioni. Per
tutte queste ragioni, nellevoluzione ogni deficit dellattenzione avrebbe subito una severa selezione
contraria: il responsabile non sarebbe mai vissuto abbastanza da avere figli e tramandare i propri geni.
Per gli stessi presupposti, i coltivatori e gli allevatori sono addestrati naturalmente a seguire i
ritmi della terra e della vita che nasce e i suoi bisogni di cura, ora per ora. Allepoca, ben prima che
esistessero orologi e calendari per segnare il passare del tempo, fare attenzione ai cicli della natura e
sincronizzarsi su di essi, sui giorni e le ore e le stagioni, era essenziale alla sopravvivenza.
Non ci si stupir, allora, se andando in cerca di calma molti di noi la trovano nella natura. Il
mondo naturale non ha artifici. Lalbero fuori dalla finestra e gli uccelli che vi si posano esistono solo
nelladesso, residui di ci che fu loriginario mondo della natura, che era senza tempo rispetto alla scala
umana (e lo  ancora, dov protetto). Il mondo naturale delinea sempre ladesso. Istintivamente noi
ci sentiamo parte della natura perch i nostri antenati ci sono nati, ne sono nati, e il mondo naturale era
lunico mondo che cera. Ai suoi abitanti offriva una moltitudine di dimensioni esperienziali, tutte da
capire, se si voleva sopravvivere, compreso quello che a volte veniva chiamato il mondo dello
spirito, o il mondo degli dei, mondi che si potevano percepire anche se di solito erano invisibili.
Il mutare delle stagioni, i venti e le piogge, il giorno e la notte, le montagne, i fiumi, gli alberi, i
mari e gli oceani con le loro correnti, i campi, le piante e gli animali, il mondo naturale e selvatico ci
parlano ancora oggi. Ci invitano e ci riportano in quel presente che definiscono e nel quale si trovano
sempre (e ci troviamo anche noi, solo che ce lo dimentichiamo). Ci aiutano a concentrarci e a occuparci
di ci che  importante; per dirla con la frase elegante della poetessa Mary Oliver: Ci ricordano che
posto occupiamo nella famiglia delle cose.
Ma negli ultimi secoli sono cambiate molte cose, a mano a mano che ci si allontanava
dallintimit con il mondo della natura e i legami con la comunit in cui si nasceva non duravano pi
tutta la vita. Quel cambiamento  diventato ancora pi evidente negli ultimi venticinque anni, con
lavvento e ladozione virtualmente universale ( una battuta!) della rivoluzione digitale. Tutte le
apparecchiature che mirano a farci risparmiare tempo e a migliorare la connessione ci orientano verso
una velocit sempre maggiore, una maggiore astrazione, una crescente incorporeit e lontananza e, se
non stiamo attenti, a una sempre maggiore alienazione.
Di questi tempi  difficile prestare attenzione a una cosa sola, e ci sono pi cose a cui prestare
attenzione: ci lasciamo distrarre e sviare pi facilmente. Siamo continuamente bombardati di notifiche,
appelli, scadenze, comunicazioni e da troppe informazioni di cui non abbiamo esigenza e che non
riusciamo a elaborare. Le cose ci arrivano a tutta velocit, senza sosta. E quasi tutte sono cose di
fabbricazione umana: hanno dietro un pensiero e molto spesso vanno a toccare la nostra avidit o le
nostre paure. Questi assalti al sistema nervoso stimolano e alimentano di continuo il desiderio e
lagitazione, invece che la soddisfazione e la calma; favoriscono la reattivit, non il senso di
comunione, la discordia invece della concordia, la brama di acquisizione invece che il senso di
interezza e di completezza cos come si . E soprattutto, se non stiamo attenti, ci derubano del tempo,
dei nostri momenti. Siamo continuamente deprivati di tempo o catapultati nel futuro; i nostri momenti
presenti sono assaltati e bruciati sui fal di unurgenza che non ha fine. Ci sembra sempre di non avere tempo.
Di fronte a tutta questa velocit, avidit e insensibilit fisica noi siamo trascinati a stare sempre
di pi nella testa, a cercare di risolvere le cose standone fuori, invece di percepire come sono nella
realt. In un mondo che non  pi sostanzialmente naturale n vivente, ci troviamo continuamente in
interfaccia  in relazione  con macchine che prolungano il nostro raggio dazione e allo stesso tempo
soccombiamo al loro uso maniacale che ci rende incorporei, che sia lautoradio o lautomobile stessa, il
televisore in camera da letto o il computer in ufficio e sempre pi spesso anche in cucina, con lo
smartphone sempre con noi.
Laccelerazione inarrestabile del nostro stile di vita (rispetto a quello delle generazioni passate)
ha reso la concentrazione su una data cosa una sorta di arte perduta. Questa perdita  stata compensata
dalla rivoluzione digitale, che  tornate indietro con la memoria a pochi anni fa se siete abbastanza
avanti con let  si  fatta strada rapidamente nella nostra vita quotidiana sotto forma di personal
computer, fax, cercapersone, cellulari, videocellulari, agende elettroniche, computer portatili,
connessioni ad alta velocit ventiquattrore al giorno, Internet e la sua rete telematica mondiale, e
naturalmente la posta elettronica, il tutto ora sempre pi spesso wireless, senza bisogno di cavi: fino a
non molto tempo fa era un sogno, roba da fantascienza! Che ce ne rendiamo conto o no, questa
colossale rivoluzione tecnologica appena cominciata ha gi trasfigurato irreversibilmente il nostro
modo di vivere, data la sua innegabile convenienza, utilit, accessibilit, efficienza, dati i miglioramenti
che ha portato nel coordinamento, nellinformazione, nellorganizzazione, nellintrattenimento, date le
facilitazioni di acquisto online, di operativit bancaria e di comunicazione.
Ed  indiscutibile che siamo solo agli inizi. Eppure ha gi trasformato da capo a fondo la casa e
il nostro modo di lavorare; ora sono in molti a sedere per tutto il giorno davanti a una tastiera a fissare
uno schermo e digitare e cliccare su icone, giorno dopo giorno.  cos che si  trasformato il lavoro
stesso per un enorme segmento della forza-lavoro,31 alzando la posta in termini di quantit di lavoro
che si riesce a compiere in un giorno e quindi le aspettative della gente riguardo agli obiettivi da
raggiungere e allimmediata consegna di quello che vogliamo, o che loro vogliono. Questo nuovo
modo di lavorare e di vivere ci ha inondati allimprovviso con infinite opzioni, infinite occasioni di
essere interrotti, distratti; ci ha dotato di alta velocit di risposta (si fa per dire) e ha annesso a ogni
evento, perfino il pi banale, una sorta di urgenza generalizzata. Lelenco delle cose da fare cresce
sempre di pi e noi ci troviamo sempre ad attraversare di corsa il momento presente per arrivare al successivo.
Tutto ci minaccia di erodere la nostra capacit e disponibilit a mantenere lattenzione, e
quindi a conoscere le cose in profondit prima di dare inizio a unazione di qualche genere.
Constatiamo questa carenza di attenzione quando scriviamo una e-mail e clicchiamo invia e poi, un
secondo dopo, ci accorgiamo di aver dimenticato di allegare quello che abbiamo appena annunciato
come allegato, o decidiamo che in realt non volevamo dire quello che abbiamo detto, o che in realt
volevamo dire qualcosa che non abbiamo detto... ma il messaggio  gi partito. La tecnologia stessa
mina alla base ogni momento che ci vorremmo prendere per rifletterci sopra; alimenta lurgenza, a
volte irresistibile, di toglierci dai piedi quella cosa per passare poi alla successiva, al messaggio
successivo nella nostra posta in arrivo. Magari sospireremo, dentro di noi, e lasceremo perdere
oppure manderemo un messaggio di rettifica, se possibile. Che altro possiamo fare con i messaggi
scappati prima del dovuto?
In questo modo, per, nella nostra comunicazione e interazione pu infiltrarsi strisciando una
mediocrit generalizzata, specie se non siamo consapevoli di queste scelte insidiose che andiamo
facendo attimo dopo attimo. Perch tutte le deliziose opportunit e scelte che abbiamo ci spingono
letteralmente alla distrazione, come hanno osservato alcuni specialisti del disturbo da deficit
dellattenzione. Nella nostra compulsiva multifunzionalit arriviamo a interromperci da soli, spesso
continuamente, tanto estranei ci sono diventati la capacit e il desiderio di concentrare la mente e
dirigerla verso un unico oggetto.
Noi tendiamo a distrarci da soli, il mondo degli uomini poi ci conduce alla distrazione come
non ha mai fatto il mondo della natura, nel quale siamo cresciuti come specie. Il mondo degli uomini,
sia pure con tutte le sue meraviglie e i suoi doni profondi, ci bombarda anche di cose inutili, sempre pi
numerose, che ci allettano, ci seducono, ci stuzzicano la fantasia, che esercitano un richiamo sulla
nostra infinita voglia di novit ed erodono la possibilit che abbiamo di sentirci soddisfatti di esistere,
attimo dopo attimo, di apprezzare questo preciso momento senza doverlo riempire con qualcosa o
doverci precipitare subito sul prossimo. Ci deruba del tempo, e poi ci lamentiamo di non averne; ha
messo in moto una danza di disattenzione e di instabilit mentale. Oh, quanto lavoro potremmo fare sul
mantenere la concentrazione e quanta concentrazione potremmo mantenere quando lavoriamo!
 significativo, ed  davvero tragico, che un gran numero di bambini piccoli, perfino di tre anni,
ora venga curato con farmaci per il disturbo da deficit di attenzione/iperattivit. Non potrebbe darsi che
in molti casi siano gli adulti a instradare i piccoli sulla via della distrazione e delliperattivit? Non sar
che questi comportamenti, in realt, sono la norma, ai nostri giorni, e quindi in senso stretto normali
nelle circostanze attuali? Forse il comportamento dei bambini  solo un sintomo di un molto pi diffuso
disagio della vita familiare e della vita in generale nella nostra epoca; probabilmente  questo il caso
per la diffusione ormai epidemica dellobesit che stiamo constatando fra gli adulti come fra i bambini.
I genitori sono raramente presenti: siamo tutti cos occupati, travolti e persi nei nostri pensieri
anche quando siamo l fisicamente, lavoriamo fuori casa per la maggior parte del tempo, compresi le
sere e i fine settimana, o quando siamo a casa poi passiamo un sacco di tempo al telefono e intanto
facciamo volteggiare in aria come giocolieri tutte le necessit materiali e organizzative della gestione
domestica. Forse i nostri figli, anche i pi piccoli, soffrono di una vera e propria deprivazione affettiva,
di una carenza genitoriale e dellenorme senso di perdita quasi genetico che vi si accompagna. Forse
c un deficit dellattenzione dei genitori, un deficit dellattuale modo di vivere, di respirare, di
percepire, di fare le coccole, una carenza di presenza non distratta e affidabile invece che sporadica.
Dopotutto il nostro  luniverso dei grandi, o almeno noi grandi tendiamo a pensarla cos.
Dunque se noi adulti siamo costantemente spinti alla distrazione, chi pi chi meno, e facciamo fatica a
concentrarci a lungo su ununica cosa, perch poi stupirci se un numero sempre crescente di bambini
finisce per essere nello stesso modo, visto che i loro ritmi sono estremamente sincronizzati sui nostri
fin dalla nascita?
O forse, in alcuni casi, i bambini non soffrono realmente di ADHD (per lo meno non fin quando
ricevono uno smartphone, con il suo corollario di SMS): potrebbero essere solo normali bambini con
un sacco di energie, com tipico del carattere di alcuni. Ma ora capita che siano percepiti, perfino
diagnosticati, come problematici per la scuola, come portatori di devianze comportamentali quali
lADHD, perch gli adulti non hanno pi il tempo o la disponibilit o la pazienza per restare a lungo
alle prese con la normale esuberanza dellinfanzia e con le sfide che questa ci pone.
E cos molti di noi si sentono intrappolati nelle proprie condizioni di vita, eppure allo stesso
tempo sono assuefatti e dipendenti dalla velocit alla quale scorre la nostra vita. In certi casi
percepiamo il nostro stress e la nostra misera condizione con una certa soddisfazione, stranamente, o
addirittura come una vera intossicazione o dipendenza, dunque siamo riluttanti a rallentare e ad
arrenderci al momento presente, a occuparci appieno dei bisogni dei nostri bambini quando entrano in
conflitto con i nostri bisogni personali, anche se i bisogni dei nostri bambini sono molto reali e sempre
diversi, ma non perch hanno un disordine comportamentale ma perch per lappunto sono bambini.
Se mai, potrebbe darsi che siano i nostri figli a essere sempre pi vittime di una malattia causata
dalla convivenza con noi in situazioni familiari e domestiche di ADD/ADHD, dal fatto di dover andare
alle nostre scuole super-regolamentate e affette da ADD/ADHD, con programmi di studi astratti,
consistenti in unenorme quantit di informazioni in genere frammentarie e non integrate. E noi, come
risultato di questa iniziazione, ci aspettiamo che siano ben equipaggiati e in grado di trovare la propria
strada nella societ (affetta da ADD/ADHD) e che si rapportino in modo ragionevole con il lavoro e
con le relazioni umane e con la propria vita. Quello che sto tracciando  un quadro approssimativo
eppure sufficiente a far venire il mal di testa, se non un attacco di panico, a chiunque ci rifletta un po.
...
.
...
CONNESSI IN RETE VENTIQUATTRORE SU VENTIQUATTRO.
...
.
...
Con un filo dattenzione ci  facile renderci conto che il mondo sta cambiando radicalmente
proprio sotto il nostro naso, in modi che il sistema nervoso umano non aveva mai sperimentato prima.
Vista lenormit di questi cambiamenti e visto limpatto che hanno sulla nostra vita, sulla nostra
famiglia e sul modo in cui lavoriamo potrebbe essere una buona idea fermarsi ogni tanto a riflettere
sulle influenze che essi esercitano sulla nostra vita. Per quello che conta, potrebbe essere una buona
idea portare la consapevolezza allintero fenomeno della possibilit di connessione in Internet
ventiquattrore su ventiquattro e a ci che sta facendo per noi e su di noi.
A quel che capisco, la maggior parte di noi non se n ancora accorta. Siamo stati troppo presi,
finora, a adattarci alle nuove possibilit e sfide, a imparare a usare le nuove tecnologie per riuscire a
fare pi cose e a farle pi in fretta e forse anche meglio; e nel corso del processo ne siamo divenuti
totalmente dipendenti, a un livello perfino patologico. Che ce ne rendiamo conto o no, veniamo
trascinati via da una corrente di accelerazione temporale che non d segno di rallentare. La tecnologia,
finalizzata com a produrre guadagni in termini di efficienza e di tempo libero, minaccia di derubarci
di entrambi, se gi non lha fatto. Conoscete qualcuno che abbia pi tempo libero? Il concetto stesso di
tempo libero sembra estraneo alla nostra epoca, sembra un salto indietro agli anni Cinquanta.
Si dice che il ritmo della vita, oggi, sia spinto da unaccelerazione esponenziale inesorabile nota
come Legge di Moore (cos chiamata da Gordon Moore, fondatore della Intel, che per primo la
enunci), che governa le dimensioni e la velocit dei circuiti integrati. Ogni anno e mezzo la capacit di
calcolo della nuova generazione di microprocessori aumenta al quadrato e in modo inversamente
proporzionale alle loro dimensioni, pi o meno a parit di costo. Pensate: velocit di elaborazione
sempre pi alta, miniaturizzazione sempre maggiore, elettronica a costi sempre pi bassi,
apparentemente allinfinito. Questa combinazione rende cos attraenti i sistemi informatici per il lavoro
e per la casa, i software, i giochi elettronici e gli strumenti elettronici portatili da rischiare di portarci a
una vera e propria dipendenza patologica e di farci perdere del tutto il senso della misura e la direzione,
intanto che rispondiamo volenti o nolenti al volume crescente di messaggi elettronici, scritti o vocali,
fax, SMS e telefonate sul cellulare che ci arrivano da tutti gli angoli del pianeta.  vero, a parte le
montagne di spam e di allegati aggressivi e il bombardamento sensoriale che ci arriva in pratica da ogni
parte senza scampo, molto di quel che ci arriva proviene da persone a cui teniamo e con cui
desideriamo stare collegati; ma dov andato a finire lequilibrio? Come regolare i tempi di questa
connettivit istantanea e ubiqua e le aspettative di risposta immediata?
Ora i dispositivi digitali e gli smartphone dotati di connessione wireless ci mettono in grado di
essere in contatto con tutti e con chiunque, di fare affari dovunque, di ricevere messaggi e chiamate o di
controllare la posta elettronica ovunque e in qualsiasi momento. Ma vi  mai venuto in mente che in
questo processo corriamo il rischio di non essere mai in contatto con noi stessi? Nella continua e
imperante seduzione ci  facile dimenticare che per noi la connessione essenziale con la vita  quella
che passa per il mondo interiore, per lesperienza del corpo e di tutti i sensi, compresa la mente che ci
consente di toccare il mondo ed esserne toccati e di agire in maniera appropriata in risposta al contatto.
Per tutto questo abbiamo bisogno di momenti liberi, non riempiti da niente, nei quali non si debba
saltar su a rispondere allennesima telefonata o a mandare lennesima e-mail o pianificare lennesimo
evento o ad aggiungere qualcosa al nostro elenco di cose da fare, neanche se potremmo farlo, momenti
in cui si ragiona, si macina, si ripensa alle cose, momenti di riflessione.
Nellurgenza e nella tirannia della connessione, dov finito il collegamento con noi stessi?
Stiamo diventando cos connessi con tutti gli altri da non trovarci mai l ove siamo in realt? In
spiaggia con il cellulare allorecchio: siamo davvero in spiaggia? Per strada con il cellulare
allorecchio: siamo davvero per la strada? Al volante, a parlare al cellulare: siamo davvero al volante?
Di fronte allaccelerazione del ritmo di vita e alle possibilit di collegamento istantaneo e incessante,
dobbiamo proprio lasciar fuori dalla finestra la possibilit di stare nella nostra vita?
Che ve ne pare dellidea di non collegarsi con nessuno nei momenti di intervallo? E, anzi,
dellidea che in realt non c proprio nessun momento di intervallo? Che ve ne pare dellidea di essere
in contatto con colui o colei che si trova a questo capo della chiamata, non allaltro capo? Dellidea di
invocare un cambiamento, e verificare, vedere se siamo pronti a farlo? Non abbiamo nemmeno bisogno
del nostro smartphone per fare questo, anche se ci sono sempre pi app di consapevolezza che ce lo
ricordano. Ma potrebbe essere utile sviluppare o approfondire una pratica di meditazione, compresa
quella che ho sviluppato specificamente per accompagnare questo libro. Che ne dite di essere
semplicemente in contatto con come ci sentiamo in ogni momento, anche in quelli in cui magari ci
sentiamo confusi o sopraffatti o annoiati o sconnessi o ansiosi o depressi o abbiamo ancora unaltra cosa da fare?
Che ve ne pare dellidea di essere collegati al nostro corpo e alluniverso di sensazioni tramite il
quale percepiamo e conosciamo il panorama esterno? Di soffermarci pi a lungo che non il solito
attimo distratto e automatico, consapevoli di tutto ci che sorge nella mente in ogni specifico momento:
emozioni e umori, sensazioni e sentimenti, pensieri, convinzioni? Che ve ne pare di soffermarci non
solo sul loro contenuto, ma anche sul tono, sulleffetto che fanno, sulla loro realt di energie e
avvenimenti significativi nella nostra vita, come enormi serbatoi di informazioni per comprendere noi
stessi, per trarre davvero sostentamento da ci che conosciamo e capiamo per vivere autenticamente in
accordo con ci che stiamo vivendo momento per momento, e con ci che sappiamo e comprendiamo?
Che ne dite di coltivare un quadro pi ampio che comprenda noi stessi a tutti i livelli, anche se
limmagine  sempre un work in progress, sempre approssimativa, sempre mutevole, che emerge
oppure non riesce a emergere, a volte con chiarezza altre no?
Per la maggior parte del tempo, la nostra recente connettivit tecnologica non  al servizio di
uno scopo reale, ma  mera abitudine e sposta pi avanti i confini dellassurdo, come nella vignetta
pubblicata sul New Yorker:
Stazione ferroviaria allora di punta. La gente si riversa fuori dai treni, un altro flusso di persone
si riversa nei treni. Tutti hanno allorecchio un cellulare. Dicono: Salgo ora in treno, Scendo adesso dal treno.
Chi sono? Ah gi, lavevo quasi scordato: siamo tutti noi. Che c di male a salire in treno o a
scenderne senza comunicare questo frammento vitale di informazione? Non c pi nessuno che si
limiti a scendere dallaereo o ad andare a una festa nel vecchio modo, che usi il cellulare per i casi di
bisogno? Stando a quello che vedo, una volta che laereo atterra, la risposta  no. Se non stiamo attenti
fra poco succeder che Adesso sono in bagno. Ora mi sto lavando le mani. C proprio tanto bisogno di saperlo?
Se lo dicessimo a noi stessi potrebbe essere solo unannotazione consapevole della nostra
esperienza, piuttosto utile per coltivare la consapevolezza dellesperienza che si concretizza e si svolge
nel momento presente. Sto salendo in treno, e lo so. Sto scendendo dal treno, e lo so. Sto andando in
bagno, e lo so. Sento lacqua scorrere sulle mie mani, e lo so. Mi rendo conto della provenienza
dellacqua pulita, lapprezzo, so quanto sia preziosa. Questa  consapevolezza incarnata. Con la pratica
possiamo arrivare a vedere che il pronome personale io non  poi cos necessario: si tratta solo di
salire, scendere, andare, sentire, sapere, sapere, sapere...
Dirlo a qualcun altro: che bisogno c? Pu annientare lattimo con la distrazione, la diversione,
la reificazione. In qualche modo, essere soli nellesperienza e con lesperienza non ci pare pi
sufficiente, anche se in quel momento  della nostra vita che si tratta.
Essere soli nellesperienza ci d una pausa, forse proprio la pausa di cui abbiamo bisogno per
renderci conto della necessit della nostra fondamentale connessione con il corpo, con il respiro, con il
mondo non adulterato, analogico, non-digitale della natura, di questo istante cos com; la connessione
con quelli che siamo in realt.
Con questo non voglio dire che molta della tecnologia attuale non sia stupefacente ed
estremamente utile. I cellulari permettono ai genitori di restare in contatto con i loro bambini ovunque
si trovino, giorno e notte; hanno avvisato i passeggeri di uno degli aerei dirottati l11 settembre 2001 di
quello che stava succedendo, a quanto risulta facendo s che i passeggeri del quarto aereo impedissero
agli attentatori di cogliere lobiettivo. I cellulari ci permettono di trovarci a vicenda e di coordinare le
nostre attivit in modo stupefacente e davvero utile. Ma sono anche la principale causa di incidenti
automobilistici, perch la gente ora  intenta non tanto a guidare in modo sicuro quanto a conversare al
telefono (e, stando a uno studio recente, ancor pi a smanettare sulla sintonia della radio, a mangiare, a
grattarsi), al punto da non sapere neanche pi dove si trova, mentre guida. Il cellulare aggiunge un
ventaglio di nuovi significati al termine essere fuori di testa; ed  pericoloso, non solo, ma in molti
casi rasenta il comportamento criminale. (Cellulare allorecchio: Ooops, scusi, lho quasi investito.
Non lho visto attraversare la strada. Sa, stavo avendo una discussione pesante con il mio
commercialista, con il mio avvocato, con mia madre, il mio socio...) E questo per non parlare della
violazione della privacy, a cui la tecnologia digitale ci sta mettendo di fronte: del fatto che ogni nostro
acquisto e movimento pu essere rintracciato e analizzato e che le nostre abitudini personali possono
essere individuate e catalogate a livelli che non immaginiamo nemmeno, e questo potrebbe ridefinire
completamente quella che consideriamo la sfera privata. In fin dei conti, poi, significa ricevere
sempre pi cataloghi per posta.
I computer e le stampanti e le loro straordinarie capacit operative  unite alla possibilit di
scambiarsi documenti istantaneamente per posta elettronica dovunque e dappertutto e di accedere
istantaneamente a informazioni che prima magari ci mettevamo giorni per trovare  in molti casi ci
permettono di fare pi lavoro individuale e collettivo in un giorno di quanto venticinque anni fa non ne
arrivassimo a fare in una settimana o anche in un mese; e forse anche un lavoro fatto meglio. Di certo 
cos nel mio caso. Non mi passa per la testa, dunque, di invocare una condanna retriva e
antiprogressista dello sviluppo tecnologico e di desiderare romanticamente di riportare indietro
lorologio a unepoca pi semplice. Ma penso, questo s, che sia importante essere consapevoli dei
mezzi nuovi e sempre pi potenti a disposizione, che mettono in moto pi cose tutti i giorni e tutti gli
anni e che possono farci perdere nel fuori di noi e farci dimenticare il dentro di noi perch ci
allontanano sempre di pi dal contatto con noi stessi rendendoci sempre pi dipendenti dal mondo esterno.
Pi questi modi nuovi e sempre pi veloci, mai incontrati prima dal nostro sistema nervoso, ci
coinvolgono nel mondo esterno pi  importante sviluppare un robusto controbilanciamento nel campo
del mondo interiore, in grado di calmare e regolare il sistema nervoso e di metterlo al servizio di un
modo di vivere che sia saggio per noi e per gli altri. Questo controbilanciamento pu essere coltivato
portando una maggiore presenza mentale al corpo e alla mente, alle nostre esperienze e allinterazione
tra esterno e interno, anche nei momenti in cui, appunto, utilizziamo la tecnologia per collegarci con gli
altri o nei momenti in cui nasce limpulso a farlo. Altrimenti fra poco ci ritroveremo avviluppati nel
rischio (altissimo) di vivere una vita da robot, nella quale non abbiamo pi neanche il tempo di
considerare chi sia colui che si d tutto questo gran da fare, chi sia quello che va in un altrove pi
desiderabile di qui... e lo  davvero, poi, pi desiderabile?
...
.
...
UNA CONTINUA ATTENZIONE PARZIALE.
...
.
...
Thomas Friedman, nel New York Times, ha riportato una definizione del nostro attuale stato
mentale data da Linda Stone, ricercatrice della Microsoft che si occupa anche di formazione: una
continua attenzione parziale, con il commento personale: Mi piace questa frase. Significa che mentre
rispondi alla posta elettronica e parli con tuo figlio squilla il cellulare e inizi una conversazione con
qualcun altro. Ora si  impegnati in un flusso continuo di interazioni entro il quale ci si pu concentrare
solo parzialmente su ognuna di esse.
La dottoressa Stone ha detto: Essere una persona realizzata comporta dedicarsi a qualcun altro,
o a una determinata esperienza, e ci richiede un certo livello di attenzione mantenuto nel tempo.
Stiamo perdendone la capacit perch passiamo il tempo a setacciare il mondo intorno a noi in cerca di
opportunit, nella paura continua di perderci qualcosa di meglio.  incredibile quanto ci impoverisca
spiritualmente, questo fatto.
Prosegue Friedman:
Mi colpisce notare quante persone chiamino il mio ufficio, chiedano se ci sono e se la risposta 
no chiedano immediatamente di essere collegati con il mio cellulare o il mio cercapersone (non ho n
luno n laltro). Non si pu esser fuori: il presupposto, oggi,  che si sia sempre in ufficio. Basta,
 finito il non c: ora ci siamo sempre. E, quando ci si  sempre, si  sempre in funzione. E, quando
si  sempre in funzione, a cos che si assomiglia di pi? A un server di computer [...]
Il problema  che gli esseri umani semplicemente non sono progettati per essere dei server. Per
esempio, sono progettati in modo da dormire otto ore per notte [...] Jeff Garten, decano della Yale
School of Management e autore di The Mind of the CEO (La mentalit da amministratore delegato),32
ha detto: Per noi non sar ancora arrivato il momento di adattarci o morire, ma di certo  arrivato il
momento di adattare a noi la tecnologia, o morire.
Questo genere di adattamento, per, non  verosimile senza un vero e proprio impegno verso
una maggiore presenza mentale. Forse non vi sar sfuggito che di questi tempi il lavoro non finisce
mai; in larga misura questo  dovuto alle innovazioni in campo della tecnologia informatica. Non c
pi una giornata lavorativa: il lavoro, e la nostra capacit di compierlo dovunque, si estende a tutte le
ore del giorno e della notte. Per molti di noi non c pi una settimana lavorativa, nessun confine tra
settimana e fine settimana. Non c pi un luogo di lavoro, in quanto ogni luogo (aereo, ristorante,
albergo o residence in luoghi di vacanze, marciapiede, pista ciclabile) diventa sede di lavoro e di
collegamento via cellulare, via posta elettronica, via Internet. Una pubblicit a pagina intera sul New
York Times di dieci anni fa recitava: Quando Microsoft Office diventa wireless, succede una cosa
stupefacente: ora puoi portarti il lavoro dovunque.
Gi.  magnifico, e comodo, e incredibilmente utile sotto molti aspetti e da dieci anni circa 
effettivamente possibile portarsi il lavoro ovunque. Non sto criticando questo fatto, sto suggerendo
piuttosto di portare consapevolezza sul genere di influenza che ha sulla nostra vita questa continua
richiesta di attenzione e di scegliere sempre in favore dellequilibrio momento per momento. Pi
usiamo la tecnologia pi finiamo per dipenderne e per lasciarci trascinare nella sua corsa sempre pi
veloce pi occorre che ci chiediamo: E il tempo per me stesso quand?. Quand il momento in cui
possiamo limitarci a essere? A vivere una vita analogica? La vita familiare quando diventa importante
abbastanza da non lasciarci interrompere o allontanare? Quand il momento di camminare, soltanto, o
di andare in bicicletta o di mangiare o di fare compere e restare con ci che accade in quel momento
senza intrusioni estranee, senza il bisogno di portare a termine unaltra cosa, di spuntare unaltra voce
dai nostri elenchi infiniti di cose da fare, o anche solo di riempire (si usa dire: ammazzare) il tempo
quando ci annoiamo? E sapremmo che farcene, poi, di quel tempo, sapremmo starci dentro, se
capitasse? O non ci precipiteremmo, per riflesso condizionato, a prendere in mano un giornale o il
telecomando del televisore o a telefonare a una persona lontana, a nostra volta sempre pi lontani dalla
vita reale?
Ecco alcuni esempi dalla sezione affari dellallegato domenicale del New York Times del
2004, tre anni prima del lancio delliPhone nel 2007:
Dieci anni fa bisognava stare in ufficio dodici ore al giorno, ha detto Bruce P. Mehlman, ex
dirigente della Cisco e ora assistente del ministro del Commercio con delega per le politiche
tecnologiche; adesso spiega di lavorare dieci ore al giorno e che questo gli d pi tempo da passare con
sua moglie e i suoi tre figli, usando intanto il portatile con connessione wireless, il palmare BlackBerry
e il cellulare.
Riesco ad aiutare i bambini a vestirsi, a dar loro la colazione, far loro il bagno e a leggere loro
una storia, la sera. Riesce anche a giocare alla battaglia con gli aerei di mattoncini Lego insieme a suo
figlio di cinque anni.
A entrambi piace quel gioco; per il pap ha un vantaggio: pu giocare con una mano sola,
mentre con laltra regge il cellulare o controlla la posta elettronica. Quella manovra multifunzionale
ogni tanto richiede un trucco: di solito il signor Mehlman lascia vincere le battaglie aeree a suo figlio,
ma ogni tanto si permette di vincere a sua volta, cosa che costringe il bambino a passare qualche
minuto a rimettere insieme il suo aereo. Intanto che lui ricostruisce laereo, io controllo la posta
elettronica sul BlackBerry, ha spiegato il signor Mehlman.
Charles Lax, quarantaquattrenne investitore in capitali di rischio, utilizza la tecnologia per
mantenersi a galla in una corsa contro il tempo con i suoi concorrenti finanziariamente ben dotati.
Per sua stessa ammissione,  sempre attivo; sulla sua scrivania in ufficio c un telefono fisso, un
cellulare, un computer portatile collegato a svariate stampanti e un televisore, spesso acceso sulla CNN
o sulla CNBC [ora superati e resi obsoleti dallo smartphone]; a fianco ha un apparecchio portatile che
si chiama giustamente Sidekick, assistente, che ha funzioni di macchina fotografica, calendario,
indirizzario, messaggistica SMS e telefono di riserva; pu navigare in Internet e ricevere la posta
elettronica. Il signor Lax lo prende in mano appena sente un bip; ammette di averlo usato per
controllare la posta elettronica al gabinetto.
Non ha sosta neanche in auto: Parlo al telefono, ma con il vivavoce. E fa anche qualcosaltro,
per esempio controllare la posta elettronica con il Sidekick? Preferisco non dirle che altro faccio, al
volante, non vorrei che mi arrestassero! ha risposto ridendo.
Il signor Lax dice che gli piace essere stimolato di continuo. Sono gratificazioni istantanee,
spiega, e tengono lontana la noia. Le utilizzo nei momenti di attesa: quando faccio una fila, quando
aspetto che mi servano il pranzo o un caff da portar via da Starbucks. E allaeroporto, mio Dio, 
disastroso quanto tempo si deve aspettare in aeroporto. Poter mandare une-mail in tempo reale 
proprio... scusi, pu restare in linea un secondo? Mi stanno chiamando sullaltra linea.
Quando torna aggiunge di condividere questo modo di lavorare con molti altri colleghi dello
stesso ramo. Soffriamo tutti di una specie di ADD, dice,  una battuta, certo, ma  anche un po
vero. Ci annoiamo facilmente, per questo ci piace che succedano un sacco di cose
contemporaneamente. Controlla la posta elettronica persino quando fa ginnastica, durante gli esercizi.
La tecnologia lo mette in grado di riversare su qualcosa la sua energia in eccesso.  una specie
di Ritalin, dice.33 Per commenta anche che forse la dipendenza dalla tecnologia, in effetti, ha i suoi
lati sgradevoli: Sono in riunione tutto il tempo con gente che si concentra su quel che sta facendo sul
proprio computer invece che sulla relazione che viene esposta.34
Dal momento che stiamo diventando dipendenti dalla tecnologia, sar necessario affermare la
supremazia della nostra vita interiore e il potere dellattenzione alla connessione continua con se stessi
e con il mondo che si dispiega (appunto) attimo per attimo, almeno quanto siamo sedotti dalla modalit
da server, almeno nello stesso grado. Se non stiamo mai lontani dalla posta elettronica e dallo
smartphone, se subiamo di continuo il fascino della multifunzionalit inconsapevole, allora sar anche
vero che non siamo mai fuori stanza come diceva Friedman ma  vero anche che non siamo mai
davvero presenti; che perdiamo di senso e significato, quando non sappiamo pi essere del tutto
presenti n prestare la nostra attenzione piena e indivisa a una questione sola, o anche solo al fatto che
forse  importante riuscirci.
 stato dimostrato pi volte che il multitasking produttivo  un mito: la produttivit in ciascuno
dei compiti in questione diminuisce quando la nostra attenzione si sposta avanti e indietro tra richieste
fra loro in competizione.
La sfida attualmente consiste nel capire se potremmo mai essere ancora in sede per noi stessi.
La presenza mentale pu essere mantenuta nel tempo? Possiamo prestare attenzione a una cosa sola per
volta, quella di cui ci stiamo occupando in quel momento, quale che sia? E riusciremo ancora a essere
fuori servizio, in modo da poter essere, invece che sempre e soltanto fare? E quando?
Chi o che cosa ci chiamer mai a tornare a casa da noi stessi, se a farlo non saranno i desideri
sussurrati e la saggezza innata del nostro cuore?
E ci servir uno smartphone o avremo bisogno di avere un microchip da qualche parte anche per
questo?
...
.
...
IL SENSO DEL TEMPO CHE SCORRE.
...
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...
Avete mai notato che il senso del tempo rallenta in modo impressionante quando siete in un
posto nuovo, impegnati in qualche impresa avventurosa? Andate in una citt estera per una settimana e
fate una quantit di cose diverse e al ritorno vi sembrer di essere stati via per molto pi tempo. Un
giorno pu sembrare una settimana intera, una settimana pu sembrare un mese: avete fatto cos tante
cose, vi siete divertiti cos tanto per tutto il tempo!
Potete avere unesperienza simile andando a fare un campeggio nella natura. Ogni esperienza 
nuova. Anche se non si tratta di un giro turistico, ogni nuovo panorama si offre al nostro sguardo per la
prima volta; per questo la frequenza delle cose che ci colpiscono o dei momenti considerati degni di
nota  pi alta di quanto non sia a casa propria. E, naturalmente, mancano le solite distrazioni che ci
sono a casa, a meno che non ci si porti dietro un camper e lantenna parabolica o il computer portatile.
Nel frattempo le persone che restano a casa vivono pi o meno una settimana normale e a loro il
tempo sembra passare in un lampo: ma come, sembrava che foste appena partiti e siete gi di ritorno?
Secondo Ray Kurzweil, mago dellinformatica, futurologo, sostenitore dellintelligenza
artificiale e inventore di potenziatori percettivi per handicappati sensoriali, il nostro senso interiore e
soggettivo dello scorrere del tempo  tarato sullintervallo fra ci che percepiamo come pietre
miliari, gli eventi notevoli, lungo il normale livello di caos del sistema di riferimento. Lha
chiamata Legge del tempo e del caos. Quando in un sistema diminuisce lordine e aumenta il caos (la
quantit di eventi casuali relativi al processo), il tempo rallenta (si intende, il tempo che passa fra eventi
notevoli). E quando in un sistema aumenta lordine e diminuisce il caos il tempo (fra gli eventi
notevoli) accelera. Questo corollario, che si chiama Legge del ritorno accelerato, descrive processi
evolutivi come levoluzione delle specie o delle tecnologie o delle capacit di elaborazione di un processore.
I neonati e i bambini piccoli vivono moltissimi eventi simili a pietre miliari, negli anni della
formazione; con il tempo la frequenza di quegli eventi decresce, anche se aumenta il livello di caos nel
sistema (per esempio gli avvenimenti imprevedibili della vita). Lintervallo fra eventi simili a pietre
miliari  breve, dunque lesperienza che si prova nellinfanzia  di assenza di tempo, o comunque di
un passare del tempo molto lento.  raro che ce ne rendiamo conto, dato che stiamo cos intensamente
nel momento presente. A mano a mano che invecchiamo, gli intervalli di tempo fra pietre miliari dello
sviluppo degne di nota sembrano sempre pi ampi, e il momento presente spesso sembra vuoto,
insoddisfacente, tutto uguale. Abbiamo limpressione soggettiva che il tempo stia accelerando, a mano
a mano che invecchiamo, perch il nostro metro di riferimento si  allungato.
E cos, se desiderate rallentare la percezione interiore della vita che passa  o forse che vi passa
accanto , avete due possibilit. Una  riempire la vostra vita del maggior numero possibile di
esperienze miliari nuove e piene di speranza. Molte persone si dedicano a vivere in questo modo,
sempre in cerca di una nuova esperienza forte che renda la vita degna di essere vissuta: lunghi viaggi in
paesi esotici, sport estremi, o anche solo unaltra cena da gourmet.
Laltro modo possibile per rallentare la percezione del tempo che scorre  rendere pi degni di
nota i momenti ordinari, prendendone nota. Questo serve anche a ridurre il caos e ad aumentare
lordine nella mente. Lattimo pi piccolo pu diventare una vera e propria pietra miliare. Se foste
davvero presenti ai momenti che vivete a mano a mano che si susseguono con piena consapevolezza,
qualunque cosa stia accadendo, scoprireste che ogni momento  unico e nuovo e perci pieno di
slancio. La vostra percezione del tempo lo farebbe rallentare; vi potreste perfino ritrovare a uscire del
tutto dallesperienza soggettiva del tempo che passa, a mano a mano che vi aprite alla qualit di senza
tempo che  propria del momento presente. Nella vita che vi rimane da vivere c un numero
astronomico di momenti, quale che sia la vostra et, dunque pi siete presenti a essi pi vivace diventa
la vostra vita. Pi ricchi sono i momenti stessi, pi brevi gli intervalli fra di loro, pi lento si fa il
passare del tempo dal punto di vista dellesperienza che ne fate, dunque pi lunga diventerebbe la
vostra vita, visto che sareste presenti a un numero maggiore dei momenti che vi si presentano.
Ora,  interessante notare che c anche un altro modo in cui il tempo che passa ci sembra
rallentare, un modo decisamente sgradevole:  quando siamo in preda alla depressione, del turbamento
emotivo, dellinfelicit. Se in vacanza le cose non ci vanno bene, una settimana o persino un giorno
possono sembrarci interminabili perch vorremmo essere altrove: le cose non vanno secondo i piani, le
nostre aspettative non si realizzano, ci sembra di passare il tempo a combattere con il modo in cui
stanno le cose perch  diverso da come vorremmo che fosse.
Il tempo allora ci sembra un peso e non vediamo lora: di andare a casa, o che la situazione
cambi, che smetta di piovere, o qualunque sia la cosa che vorremmo accadesse per sentirci esauditi, per
sentirci felici. Via da casa (o anche a casa nostra), quando cadiamo nella depressione e nei relativi stati
danimo magari lottiamo per fare le cose ma tutto ci che facciamo ci sembra vuoto e svuotante, ogni
cosa  uno sforzo, e il tempo stesso si trascina e ci trascina gi insieme a lui nel ristagno totale. Ci
sembra che non succeder mai qualcosa di significativo, che sia pieno di slancio, capace di tirarci su; ci
sembra che per noi non ci siano pi pietre miliari dello sviluppo da raggiungere o da vivere.
Nellambito del mondo esterno, Kurzweil obietta che la tecnologia di cui disponiamo si sta
evolvendo a ritmo esponenziale, in ossequio alla Legge del ritorno accelerato (della quale la legge di
Moore  un caso specifico); nel campo tecnologico, dunque, gli sviluppi miliari si stanno
presentando sempre pi in fretta. Dato che oggi la vita e la societ sono cos intimamente intersecate
con i macchinari di cui dispongono, questa accelerazione nel ritmo dei cambiamenti sta dando alla
nostra vita un ritmo accelerato ed  per questo che le cose sembrano andare sempre pi veloci: in effetti
vanno sempre pi veloci.
Non ci resta che adattarci a un ritmo sempre pi veloce di lavoro e al bisogno sempre pi
pressante di elaborare rapidamente enormi quantit di informazioni, di comunicare riguardo a loro con
efficacia, di portare a termine compiti importanti o per lo meno urgenti. Anche le forme di
intrattenimento disponibili si stanno espandendo a ritmo crescente e ci presentano scelte sempre pi
numerose, quando cerchiamo momenti di relax, di distrazione e soddisfazione. E con il passare del
tempo non fanno che espandersi sempre pi in fretta.
*
Molti ingegneri informatici, fra cui anche Kurzweil, sono convinti che dato che i macchinari
vengono progettati per diventare sempre pi intelligenti, nel senso di capaci di apprendere e
modificare le proprie azioni sulla base delle informazioni che ricevono (esperienza), saranno i
macchinari stessi e non le persone a progettare la prossima generazione di apparecchi. In alcuni casi sta
gi accadendo in molti settori. Di pi, alcuni ingegneri informatici suggeriscono lipotesi che
levoluzione sia andata al di l dellumano e ora comprenda anche levoluzione delle macchine, vista la
possibilit di impianti di silicio (come le espansioni di memoria), visti i robot che simulano il
pensiero e forse anche i sentimenti, vista la nanotecnologia e lingegneria genetica, dunque che forse
lera degli esseri umani, cos come la conosciamo noi e nel senso che diamo al termine umano, si
concluder prima di quanto possiamo pensare o prevedere.35
Se c una possibilit anche remota che sia vero, forse sarebbe bene che esplorassimo lintero
repertorio della nostra umanit e delleredit evolutiva, finch labbiamo ancora da esplorare. Questo
implicherebbe anche chiederci che valore potrebbe avere per noi, in quanto societ umana, la
regolazione cosciente della nostra evoluzione tecnologica in modo che non vada a estinguere gli aspetti
della nostra eredit genetica (un miliardo danni allincirca) e i circa centomila anni da Homo sapiens
sapiens, e i soli cinquemila anni circa di quella che chiamiamo civilt, che consideriamo importanti e preziosi.
Come specie noi umani siamo stati straordinariamente precoci, soprattutto nello sviluppo e
utilizzo di strumenti, linguaggi, forme darte, pensiero, scienza e tecnologia. Ma in altri campi
dobbiamo ancora accedere a tutto ci che ci avvicina, su scala globale, al nostro pieno potenziale di
autoconoscenza, saggezza, compassione, per citare solo alcuni esempi. Queste dimensioni della nostra
eredit sono innate al nostro grande cervello e al nostro corpo cos straordinario ma finora sono rimaste
sottosviluppate, ed  un peccato. Forse incontreremo grandi difficolt a adattarci a ci che ci aspetta nei
prossimi decenni, in quanto specie umana, a meno che non troviamo il modo di coltivare quegli aspetti
della nostra mente, di rallentare il tempo fuori di noi come dentro di noi e di utilizzare i momenti che
viviamo e la nostra capacit di chiara visione e di saggezza per gli scopi migliori.
*
Torniamo alla percezione del tempo che passa: la presenza mentale ci pu aiutare a restituirci i
nostri singoli momenti ricordandoci che  possibile, anche prezioso soffermarci su di essi, dimorarvi
dentro, sentirli con tutti i sensi, conoscerli in consapevolezza. Potremmo dire che quella
consapevolezza  al di fuori del tempo, nelleterno adesso, il presente. In quanto tali, i momenti che
si passano in uno stato silenzioso di veglia senza che debba accadere subito qualcosa, senza alcuno
scopo se non quello di essere vivi e svegli abbastanza da apprezzare la vita cos com al momento, ci
forniscono un livello essenziale di equilibrio e chiarezza che in genere, invece, viene ostacolato dalla
turbolenza e tenacia delle nostre dipendenze interiori ed esteriori. In questo modo, la presenza mentale
fa rallentare o ferma per un po la sensazione del tempo che passa. Pu darci anche nuovi modi di
fermarci a osservare a fondo quel che accade fuori di noi e le nostre reazioni, incluse la vulnerabilit e
la tendenza a lasciarci trascinare da ci che avviene nelle sfere della tecnologia, della societ, della
politica. Nel panorama interiore, la presenza mentale ci d unoccasione di vedere al di l delle reazioni
emotive e degli schemi che ci infliggono infelicit, disperazione e solitudine; ci offre nuove occasioni
di impegnarci sul mistero della vacuit e insieme della pienezza del tempo e del suo trascorrere.
*
La gente dice che la vita  troppo corta, mentre in realt  troppo lunga. Questi posti [bar,
grandi magazzini] lo dimostrano. Esistono solo per drenar via leccesso di tempo.
Dunque perch, signor Seinfeld, fa questo [si d da fare come un matto per metter su una
stagione teatrale di commedie-monologhi]? Perch non prende i suoi miliardi e se ne va ai Caraibi per
qualche anno?
Ci ho pensato molto. La ragione, credo,  perch mi piace davvero farlo. Mi piace stare in
scena da solo. Sono spettacoli divertenti, e utilizzano tutto quello di cui si dispone come esseri umani.
E tutto succede proprio qui e ora. Tutto ci che raggiungi ti viene rimandato indietro allo stesso livello
immediatamente, allistante.
JERRY SEINFELD, nel New York Times Sunday Magazine.
...
.
...
La consapevolezza non ha centro n periferia.
...
.
...
 difficile notare (ma anche non notare) che la consapevolezza, quando vi si dimora, non ha n
centro n periferia, dunque somiglia allo spazio stesso e alla struttura senza confini delluniverso per
come la conosciamo.
Eppure tendiamo ancora a pensare, a sentire e a parlare come se il centro del cosmo fosse il
nostro piccolo pianeta, a dispetto di Galileo, della rivoluzione copernicana, della spiazzante scoperta di
Hubble dellespansione delluniverso in ogni direzione da ogni punto dello spazio. Diciamo che il sole
sorge a est e tramonta a ovest; questa convenzione  perfettamente funzionale ad accompagnarci
attraverso la giornata, anche se sappiamo benissimo che non  affatto quel che succede davvero, ma che
in realt  la rotazione del nostro pianeta a portarci in vista o fuori vista del sole. Ci accontentiamo di
seguire le apparenze delle cose, anche se la realt  un po differente. Il nostro punto di vista
privilegiato si  evoluto naturalmente insieme con le funzioni sensoriali, dunque la caduta nel
geocentrismo e nellegocentrismo  facilmente comprensibile e perdonabile.  quella che potremmo
chiamare la visione convenzionale del mondo basata su soggetto-oggetto: non  del tutto vera, ma fin
dove arriva funziona benissimo. Questo stesso impulso a individuare un centro e a piazzarci in esso pu
influenzare tutto quel che vediamo e facciamo, quindi non c da stupirsi che agisca anche sulla nostra
esperienza della consapevolezza, almeno fin quando non ci sbucciamo via di dosso la visione
convenzionale che ci eravamo autoimposta e non sperimentiamo la consapevolezza cos com in realt.
Il nostro punto di vista  inevitabilmente generato dal punto dal quale osserviamo: poich
lesperienza  centrata sul corpo, tutto ci che apprendiamo sembra essere in relazione alla sua
localizzazione e viene conosciuto tramite i sensi. C chi vede e ci che viene visto, chi odora e ci che
viene odorato, chi gusta e ci che viene gustato, in una parola chi osserva e ci che viene osservato. Fra
i due elementi sembra esserci una separazione naturale tanto evidente in s da non essere quasi mai
esplorata o messa in discussione, se non dai filosofi. Quando cominciamo a praticare la presenza
mentale quella sensazione inevitabile di separatezza, espressa in termini di distinzione fra losservatore
e ci che  osservato, persiste ancora. Osserviamo il nostro respiro e lo sentiamo separato da chi
compie latto di osservare, chiunque sia. Guardiamo i nostri pensieri, guardiamo i nostri sentimenti
come ci fosse dentro unentit reale, un io che sta eseguendo le istruzioni: sta osservando e facendo
esperienza dei risultati della sua osservazione. Non ci sogneremmo mai che ci possa essere
unosservazione senza un osservatore, almeno fin quando non cadiamo naturalmente, senza nessuna
forzatura, nellosservare, nelloccuparsi di, nellapprendere, nel conoscere. In altre parole,
finch non cadiamo nella consapevolezza. Quando succede, anche per il pi breve degli attimi, si pu
sentir svanire ogni esperienza di separazione fra soggetto e oggetto: c un conoscere senza chi
conosce, un vedere senza chi vede, un pensare senza un pensatore; sembrano pi fenomeni impersonali
che si svolgono, semplicemente, nel campo della consapevolezza. La piattaforma dosservazione
centrata sullio, e dunque egocentrata nel modo pi elementare, si dissolve quando ci abbandoniamo
davvero alla consapevolezza, alla conoscenza in s e per s. Questa  semplicemente una propriet
della consapevolezza e della mente, proprio come lo  lo spazio. Non significa che non siamo pi una
persona, solo che i confini e il repertorio di ci che intendiamo con persona si sono enormemente
ampliati e che non si limitano pi alla separazione convenzionale fra un io qui dentro e un mondo l
fuori, dove ogni cosa  centrata su di me in quanto attore, osservatore, perfino in quanto meditante.
La visione pi ampia e meno ego-orientata emerge a mano a mano che ci avventuriamo al di l
dei confini convenzionali dei nostri cinque sensi, nel paesaggio della consapevolezza stessa  o
dovremo dire nel panorama spaziale o mentale , di quella che potremmo chiamare pura
consapevolezza.  una cosa che abbiamo gi provato tutti, a un livello o a un altro, in certi momenti sia
pure brevissimi, anche se non ci siamo mai occupati di meditazione in senso formale. Il grado al quale
possiamo dimorare in una consapevolezza priva di soggetto, priva di oggetto, non dualistica (dove non
ci sarebbe pi un noi che dimori da qualche parte) aumenta a mano a mano che ci dedichiamo con
tutto il cuore alla presenza. Pu esserci rivelata allimprovviso, in un momento in cui le condizioni
sono mature, spesso catalizzate da un dolore intenso o pi di rado da una gioia intensa. Allora la
centratura sullego cade e la consapevolezza non ha pi n centro n periferia: c semplicemente il
conoscere, vedere, percepire, provare, pensare, sentire.
Tutti noi abbiamo assaporato lassenza di confini della consapevolezza, nelle occasioni in cui
siamo riusciti a sospendere per un po il nostro punto di vista personale e di vedere le cose da quello di
unaltra persona e a sentirci uniti a lei. Chiamiamo questo sentimento empatia. Se siamo troppo
assorbiti in noi stessi e tutti presi nella nostra esperienza personale, in ogni momento, non riusciamo a
spostare cos la nostra prospettiva e non ci viene neanche in mente di provarci. Quando siamo
preoccupati per noi stessi, in sostanza non possiamo vivere immersi in alcuna consapevolezza della
realt tutta intera, nonostante la realt stessa continui a venire a sbattere sulla nostra vita e la influenzi.
 facile essere accecati dalle emozioni, in particolare da quelle intense e dolorose che ci travolgono
come la rabbia, la paura e la tristezza, il che ci impedisce di vedere il quadro dinsieme, quello che sta
accadendo realmente con gli altri e in noi stessi.
Questo genere di inconsapevolezza si porta dietro conseguenze inevitabili. Come mai, alle
volte, ci stupisce cos tanto che in una relazione le cose vadano in pezzi quando magari il nostro
egocentrismo lha tenuta per anni in debito dossigeno, impedendoci nel frattempo di vedere e
riconoscere quello che avevamo sempre sotto il naso?
Dato che a prima vista la consapevolezza sembra unesperienza soggettiva, ci viene difficile
non pensare di esserne il soggetto, il pensatore, colui che sente, colui che vede, colui che fa, e
in quanto tale il centro delluniverso, il vero centro del campo della nostra consapevolezza.  questa la
nostra percezione delle cose, dunque tendiamo a prendere sul personale un po tutto nelluniverso, o
per lo meno nel nostro universo.
La consapevolezza pu dare limpressione di espandersi in tutte le direzioni a partire da un
centro localizzato al nostro interno; per questo mi sembra la mia consapevolezza. Ma  solo un tiro
mancino dei nostri sensi, proprio come la sensazione che ogni cosa nelluniverso sia in relazione con il
punto esatto in cui ci troviamo perch ci capita di trovarci l a guardarci intorno. In un senso, forse, la
consapevolezza  in effetti centrata su di noi: nel senso che noi siamo un nodo localizzato di recettivit.
In senso pi fondamentale, non lo : la consapevolezza non ha n centro n periferia, come lo spazio stesso.
La consapevolezza, inoltre,  non-concettuale, almeno finch lattivit di pensiero non divide
lesperienza in soggetto e oggetto.  vuota e dunque pu contenere ogni cosa, compreso il pensiero. 
illimitata. E soprattutto, cosa sorprendente, conosce. I tibetani chiamano questa caratteristica
fondamentale della conoscenza essenza della mente; i neuroscienziati cognitivisti la chiamano
facolt cognitiva. Come abbiamo visto, nessuno la capisce. Da una parte sappiamo pi o meno che
dipende dai neuroni, dallarchitettura del cervello e dallinfinito numero di possibili connessioni
neuronali, perch la si pu perdere con certi tipi di danni cerebrali e perch gli animali sembrano averla
anchessi, a svariati livelli differenti. Dallaltra parte, forse stiamo soltanto descrivendo le
caratteristiche necessarie di un ricevitore che ci consente di attingere a un campo di potenzialit che era
presente fin dallinizio;  la realt stessa della consapevolezza a mostrare che si trattava di una
possibilit presente fin dallinizio, anche se non avevamo i mezzi per realizzarla.
In altre parole: la conoscenza  sempre stata possibile, altrimenti non saremmo qui a conoscere.
Questo  il cosiddetto principio antropico invocato dai cosmologi nei loro dibattiti sulle origini
delluniverso e i possibili universi multipli. Parlando con modestia, potremmo dire che siamo per lo
meno una delle corsie che questo universo ha sviluppato per conoscere se stesso, a qualunque livello
sia possibile, anche se levoluzione o la coscienza non implica da parte del cosmo alcun atto di
volizione n alcuna necessit.
Con uneredit del genere potrebbe esserci utile esplorare i confini apparenti della conoscenza
di noi stessi, non in quanto esseri separati dalla natura ma in quanto sue espressioni, totalmente
immerse in essa. Quale avventura  pi grande di quella nel campo della consapevolezza, delle facolt
senzienti stesse? Steven Pinker, nel suo Come funziona la mente,36 definisce la consapevolezza la cosa
pi innegabile che c (anche se non  una cosa); la scienza asserisce che potrebbe trovarsi in eterno al
di l della possibilit di afferrarla concettualmente, ma questo non dovrebbe distoglierci neanche un po
dalla ricerca.
Ci sono modi di conoscere, infatti, che vanno al di l dellattivit concettuale e altri che
vengono prima dellattivit concettuale; quando la consapevolezza fa esperienza di se stessa si aprono
nuove dimensioni di possibilit.
Possiamo aumentare enormemente la probabilit di fare esperienza della consapevolezza
coltivando intenzionalmente la presenza mentale, imparando a prestare attenzione in modo non
concettuale e non giudicante, e farlo come se si trattasse di una cosa importante: perch lo  davvero!
...
.
...
Vacuit
Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!
Che grande peso essere Qualcuno!
Cos volgare  come una rana,
che gracida il tuo nome  tutto giugno
ad un pantano in estasi di lei!
EMILY DICKINSON.
...
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...
Un rabbino, durante una delle funzioni del Kippur, fu assalito da una sensazione di unit e legame con luniverso e con Dio; innalzato di colpo in uno stato di estasi, esclam: O Signore, io sono il Tuo servitore. Tu sei tutto, io non sono nulla. Il cantore, profondamente commosso, esclam a sua volta: O Signore, io non sono nulla!. Allora si ud il custode della sinagoga, a sua volta profondamente commosso, esclamare: O Signore, io non sono nulla!; al che il rabbino si china verso
il cantore e sussurra: Ah, guarda chi  che si crede di essere nulla!.
.
Va avanti cos, nel nostro perpetuo tentativo di definirci come qualcuno o come nessuno,
magari con il sospetto sotto sotto di non essere davvero nessuno e che la nostra vita sia costruita sulla
sabbia senza fondamenta solide, o forse addirittura senza nessun terreno su cui poggiare, quali che
siano le imprese che compiamo. Robert Fuller nellelegantissima analisi del suo libro Somebodies and
Nobodies37 vede questa tensione in noi e fra noi come la forza primaria che muove i mali sociali e
politici della violenza, del razzismo, del sessismo, del fascismo, dellantisemitismo e del giovanilismo
che affliggono il mondo. La sua soluzione? Quella che chiama dignitarianism: trattare ognuno come
titolare della stessa dignit di fondo che ne trascende la posizione e le realizzazioni, che in buona parte
sono sostanzialmente una questione di caso, opportunit e geografia. Lobiezione  convincente ed 
condivisa da Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie.38 A sua volta scrisse Jonathan Mann,
ricercatore dellUniversit di Harvard su AIDS e salute pubblica, morto al largo della Nuova Scozia nel
disastro aereo del volo Swissair 111, instancabile difensore del ruolo della dignit nel generare e
conservare la salute a ogni livello del mondo: Le offese alla dignit individuale e collettiva possono
rappresentare una forza patogenica finora non riconosciuta, dotata di una capacit distruttiva sul
benessere fisico, mentale e sociale equivalente a quella dei batteri. Una frase davvero incisiva!
Noi esseri umani siamo effettivamente tutti dei geni in una cosa o nellaltra; quello che pi ci
preme, e che a quanto pare va protetto con pi cura,  la nostra dignit di fondo. A quanto risulta,
scrive Fuller, quello che la gente desidera non  dominare gli altri ma esserne riconosciuta.
Interessante concetto! Senza dubbio Diamond non sarebbe daccordo: dal suo libro appare evidente che
la storia ha visto ripetersi allinfinito la dominazione delle culture tecnologicamente pi avanzate su
quelle che lo erano di meno.
Nonostante il nostro desiderio di riconoscimento, di essere visti e accettati cos come siamo, e
nonostante il desiderio che questo sia riconosciuto come un diritto umano di base,  facile che ci
lasciamo prendere nelle nostre modalit di pensiero egocentriche, anche quando si tratta di cosiddetto
pensiero spirituale, anzi, forse in particolare quando si tratta di cosiddetto pensiero spirituale. E
nel processo finiamo per sbugiardare e tradire gran parte di ci che conosciamo, che siamo e a cui
teniamo di pi. Perch in fin dei conti il pensiero, qualunque genere di pensiero, rimane sempre
nientaltro che pensiero.
In realt chi crediamo di essere? Guarda chi  che si crede di non essere nessuno! E che cosa
crediamo di essere? Sono domande da cui rifuggiamo. Noi evitiamo di portare la piena intelligenza a
indagare su queste questioni, anche se sono le pi importanti, e preferiamo invece fabbricarci una storia
che metta pi in luce alcuni aspetti dellio in quanto entit di durata permanente (anche se ci
definiamo nessuno o nulla), e poi preferiamo attaccarci a quella storia e soffrirne (anche se
sappiamo che in realt non siamo proprio quellaspetto e basta) invece di osservare a fondo la natura
misteriosa del nostro essere al di l di nomi, apparenze, ruoli, risultati, privilegi, riconosciuti o no da
noi, al di l delle nostre solite costruzioni mentali. Labitudine a fabbricarci storie su noi stessi, storie
che poi a un esame attento si rivelano vere solo fino a un certo punto, ci rende molto difficile
raggiungere la pace della mente: abbiamo sempre la sensazione di non essere proprio del tutto quelli
che pensiamo di essere.
La nostra paura, forse,  di essere meno di quello che pensiamo; la realt  che siamo molto molto di pi.
Se pensiamo di essere qualcuno, chiunque noi si sia, ci sbagliamo. E, se pensiamo di non essere
nessuno, ci sbagliamo ancora. Soen Sa Nim avrebbe detto: Se dici di essere qualcuno ti attacchi a
nome e forma, dunque ti dar trenta bastonate. Se dici di non essere nessuno ti attacchi alla vacuit,
dunque ti dar trenta bastonate. Che cosa potete fare?.39
Forse qui il problema  il fatto stesso di pensare.
Joko Beck, carissima maestra Zen americana, morta nel 2011 allet di 94 anni, apre il suo libro
Niente di specialecon unimmagine eloquente che enfatizza il carattere transitorio e fuggevole delle
nostre esistenze di entit individuali nel pi ampio fiume della vita:
Noi uomini siamo come mulinelli nel fiume della vita. Scorrendo, un fiume, un torrente urtano
contro sassi, rami o asperit del fondo e da una parte o dallaltra si formano dei mulinelli. Lacqua vi
penetra, li supera velocemente e si unisce nuovamente al fiume per entrare poi in altri mulinelli e
uscirne ancora. Anche se per qualche istante sembra qualcosa di determinabile come evento a s stante,
lacqua dei mulinelli non  altro che il fiume. Lesistenza di un mulinello  temporanea. [...]
E tuttavia ci piace pensare che questo piccolo mulinello che noi siamo non faccia parte della
corrente. Ci piace considerarci come permanenti e stabili. Profondiamo tutte le nostre energie allo
scopo di tutelare questa nostra presunta separatezza. Per proteggere la quale ergiamo confini rigidi e
artificiali. La conseguenza di ci  che accumuliamo bagagli in eccesso, cose inutili che entrano nel
nostro mulinello e non ne escono pi fuori. Cos si crea un intasamento e lintero processo ne risulta
inceppato. [...]
I mulinelli vicini, per esempio, potrebbero ricevere meno acqua a causa di quella in eccesso che utilizziamo noi.
 benefico e liberatorio permetterci di riconoscere quanto sia impersonale, in realt, il processo
della vita e con quanta prontezza, per paura e per non pensarci, invece noi tendiamo a reificarla, a farne
una questione personale in termini assoluti, e poi a restare bloccati allinterno dei confini ristretti che ci
siamo creati da soli. La nostra  una civilt di sostantivi: volgiamo le cose in cose, e lo stesso facciamo
con le non-cose, come i vortici, la consapevolezza e quelli che siamo.  qui che sviluppiamo un
involontario attaccamento per nome e forma. Dobbiamo stare attenti soprattutto alla relazione che
intratteniamo con i pronomi personali, altrimenti sar automatico prendere le questioni sul piano
personale quando non lo sono affatto, e in questo modo mancare o fraintendere ci che  nella realt.
Come abbiamo visto nel capitolo Nessun attaccamento e come  ampiamente noto, una volta
Buddha ha detto che tutti i suoi insegnamenti potevano essere riassunti in ununica frase: Non
attaccarsi a nulla considerandolo io, me o mio.
Questo solleva immediatamente la questione dellidentificazione, dellautoidentificazione e
della nostra abitudine a reificare, ossia rendere concreto, il pronome personale facendone un s
assoluto e indiscusso, e poi di vivere allinterno di quella che chiamiamo la mia storia per tuttuna
vita senza esaminarne laccuratezza o la completezza. Nel buddhismo questa reificazione  considerata
la radice di ogni sofferenza, di ogni illusione, di ogni emozione afflittiva, unidentificazione erronea
della totalit del proprio essere con la biografia limitata che attribuiamo al pronome personale. Questa
identificazione si verifica senza che ce ne rendiamo conto e senza che ne mettiamo in discussione la
precisione. Possiamo imparare a vederla, per, e a vedere dietro di essa la verit pi profonda, la
saggezza pi grande che abbiamo a disposizione in ogni momento.
*
Questa vacuit (o assenza) di un luogo solido e durevole che sia identificabile e con cui ci si
possa identificare in quanto s si applica a una gran quantit di ambiti, dalla politica agli affari alla
nostra stessa biologia. Prendiamo il mondo dellimprenditoria, per esempio; chi se ne occupa dice: La
cosa pi importante  il processo di produzione, non il prodotto. Occupiamoci della qualit del
processo di produzione e il prodotto si occuper da solo di se stesso. Penso che voglia dire che un
buon prodotto verr fuori da un processo che tiene conto delle cose essenziali, a tanti livelli diversi,
compreso quello dello scopo del processo medesimo.
Unaltra cosa che si dice  che in affari bisogna tenere ben a mente in quale campo produttivo si
 coinvolti. Ecco il tipico esempio da scuola di economia aziendale: vi state occupando di linee aeree,
limpresa consiste nel portare la gente dove vuole andare in maniera piacevole e sicura? Prima si
tendeva a concentrarsi sulle limitazioni degli aerei: gli orari, la sicurezza e cos via, e a profondersi in
scuse di non riuscire a fare meglio di cos, sulle frequenti ragioni di insoddisfazione che i clienti
manifestavano per la qualit del servizio, per le cancellazioni, i ritardi, la qualit del cibo a bordo, la
scarsit di informazioni. Ora si tende pi o meno sottilmente a considerare in un altro modo gli ostacoli
alla soddisfazione dei clienti e a mettere in campo nuovi modi creativi di immaginare tutto linsieme
(aerei, biglietterie, movimentazione bagagli, scelte di orario, personale) e di dar loro energia in modo
da svolgere il proprio compito con un processo produttivo sempre pi efficace, competitivo e
remunerativo. Ogni evento che accade  una conferma del fatto che il processo  intimamente correlato
al prodotto o al risultato o alla dinamica che ne risulta. Alla fin fine, dicono, sono le persone a fare
limpresa. Eppure nel mondo imprenditoriale come in quello delle organizzazioni senza scopo di lucro
c sempre bisogno di un piano di produzione, e che sia buono; quale sia il piano, poi,  una storia a s
per ogni singola impresa.
Allo stesso modo,  difficile definire precisamente che cosa sia limpresa: da una parte non 
il datore di lavoro, non  i lavoratori, non  i fornitori, non  i clienti, non  i prodotti   lintero
processo variegato di interazione e interconnessione con il resto. Non troverete limpresa in nessuna
delle sue parti. Potreste dire che  vuota di ogni esistenza intrinseca. Eppure, quando funziona,
funziona. A livello convenzionale, questo processo (in s vuoto di unesistenza separata) pu far
accadere le cose, pu migliorare la vita delle persone, pu essere scambiato e commercializzato in
Borsa. Ma forse sarebbe un processo pi sano se fossero tenuti nel dovuto conto tutti gli aspetti
dellimpresa, compresa la loro intrinseca vacuit.
Per fare un esempio biologico, anche la vita stessa  un processo, e ben pi complesso di una
linea aerea o di qualunque altra impresa. Prendiamo il corpo, per esempio: i 30.000 miliardi di
impiegati, le cellule (per non parlare dei circa 60.000 miliardi di batteri che costituiscono il
microbioma che colonizza il corpo), sono coinvolti in un continuo processo produttivo; ognuna di esse
 impegnata (si spera) a fare quel che dovrebbe fare, dunque le cellule ossee non pensano di essere
cellule epatiche e le cellule cardiache non pensano di essere cellule nervose o renali, anche se per fare
tutti questi altri lavori avrebbero tutto il potenziale, le autorizzazioni e i fascicoli di istruzioni ben
riposti da qualche parte negli scaffali della loro biblioteca cromosomica. Ma la cosa buffa  questa,
fermati a pensarci per un minuto: strettamente parlando, nessuno di quei miliardi di cittadini del tuo
corpo sta lavorando per te.  tutto piuttosto impersonale. Le tue cellule fanno quel che fanno,
seguendo la loro natura cos com inscritta nel codice genetico e nella continuit storica, risalendo
allindietro, fino alle origini della vita cellulare.
E anche questo processo, a osservarlo a fondo,  in un certo senso vuoto di ogni identit fissa
e duratura: non vi si trova alcun noi, nessun qualcuno che si possa identificare, per quanto
attentamente lo si cerchi. Noi non siamo nei nostri ribosomi o nei nostri mitocondri, non siamo nelle
nostre ossa o nella nostra pelle, non siamo nel cervello, anche se lesperienza che facciamo di essere
una persona che vive una vita e interagisce con un mondo dipende interamente da un livello almeno
minimo di funzionamento e di coerenza di tutti quegli apparati, a un livello che ci riesce ancora molto
difficile immaginare per quanto brillante e sviluppata sia la nostra conoscenza scientifica.
Non siamo neanche i nostri occhi. Sappiamo moltissimo della funzione visiva, ma non
sappiamo ancora in che modo noi creiamo il mondo in cui viviamo a partire dalla luce che ci entra
negli occhi. In una giornata limpida percepiamo che il cielo  azzurro, eppure, come detto, non si pu
rintracciare alcuna azzurrit n nella luce di quella particolare lunghezza donda n nella retina, nei
nervi ottici o nella corteccia cerebrale occipitale in cui si trova il centro della vista. Eppure percepiamo
allistante che il cielo  azzurro. Da dove proviene lesperienza dellazzurro? Come nasce?
Non lo sappiamo.  un mistero, come tutti gli altri fenomeni che emergono tramite i sensi,
comprese la mente e la nostra sensazione di essere un s dotato di esistenza individuale. I nostri sensi
costruiscono un mondo per noi e ci collocano in esso; questo mondo costruito di solito ha un alto
livello di coerenza e un forte senso dellesistenza di un percettore e di cose percepite (qualunque siano).
 un processo del tutto impersonale; e, se mai si pu dire che ci sia un prodotto, esso non 
rintracciabile in nessuna delle sue componenti.
Certo, noi siamo una delle tante soluzioni che levoluzione ha trovato per diffondersi per il
pianeta con un certo successo, in quanto specie. Proprio come i ragni, i lombrichi e i rospi. Siamo ben
adattati alle sfide della vita con le nostre facolt intellettive, invece che solo con gli istinti (senza per
questo voler affatto denigrare gli istinti!). Abbiamo a disposizione pollici opponibili e una postura
eretta sui due piedi che ci rende le mani libere di afferrare oggetti e di fabbricare arnesi e gadget.
Abbiamo anche il pensiero e la consapevolezza (importante!), per lo meno sotto forma di capacit
innate che possono essere raffinate e utilizzate per molteplici scopi, in condizioni che mutano rapidamente.
Gli scienziati chiamano queste caratteristiche fenomeni emergenti. Ursula Goodenough,
grande biologa e docente della Washington University di St. Louis, parla giustamente di qualcosa di
pi a partire dal nientaltro che. Le propriet emergenti fanno proprio questo: emergono come forme o
schemi che vengono fuori dalla complessit stessa del processo. Non sono da attribuire alle singole
parti del processo ma alle interazioni fra le parti. E non sono neanche prevedibili nei dettagli: si trovano
al bordo del caos, come si usa dire. Senza complessit non c caos: ed ecco allora un sistema molto
ordinato e prevedibile, come un sasso o un corpo morto da tanto tempo; se il livello di caos in un
sistema dinamico  troppo alto ci saranno disordine, alterazione, disagio e malattia, e i sintomi di quelle
alterazioni, come la fibrillazione atriale o gli attacchi di panico. C una sostanziale mancanza di ordine
o di coerenza. Nel mezzo fra i due estremi sta la parte interessante.
Un sistema vivente, dinamico, al bordo del caos  sempre... be,  sempre al bordo del caos, a
mettere insieme e conciliare quello che sembra da una parte un equilibrio piuttosto delicato, dallaltra
un processo di una certa robustezza, con un ordine tutto suo, complesso e in continuo cambiamento,
che lo mantiene abbastanza stabile. Pensate al rinoceronte, una forma di vita minacciata di imminente
estinzione. Che manifestazione straordinaria, cos ben adattata allambiente, cos libera  forse la pi
libera  dalle minacce di forze che gli risultano incomprensibili. Pensate alla sua stessa esistenza,
allequilibrio dinamico e alla complessit dei processi vitali impersonali, a tutto il suo mistero, alla sua
stessa forma e funzione che hanno dato nascita a qualcosa che va al di l di forma e funzione, a un
emergere di facolt cognitive ossia alla mente del rinoceronte, che vive allinterno della propria
coerenza con i suoi propri termini, completamente incorporata e integrata nel suo mondo naturale da
rinoceronte, eppure vuoto di ogni esistenza intrinseca di un s isolato: un mulinello nel fiume della vita.
 questo che rende cos interessante la vita. E, potremmo aggiungere, cos sacra. E che  importante
proteggere e onorare.
I fenomeni emergenti non si limitano ai sistemi viventi. Lessenza degli scacchi non sta nei
pezzi n nelle mosse, ma in ci che viene fuori quando giocatori molto dotati interagiscono con le
regole del gioco. Conoscere le regole non basta a darvi gli scacchi: li si pu assaporare solo
giocando, quando si conosce davvero quelluniverso grazie a unimmersione totale e grazie
allinterazione fra due menti, una serie di regole concordate, la scacchiera e i pezzi e la possibilit di
imparare. Nessuna di queste cose, da sola,  gli scacchi: c bisogno di ognuna di esse perch
possano emergere. Lo stesso vale per il baseball o per ogni altro sport. Ci piace molto vedere quello che
viene fuori di volta in volta, e ancora e di nuovo, perch non si sa mai prima che cosa sar.  per questo
che la partita va giocata.
Il Sutra del Cuore della Prajaparamita, salmodiato dai buddhisti Mahayana di tutto il mondo, recita:
.
La forma  vuoto, e il vuoto  forma. La forma non  differente dal vuoto, il vuoto non  differente dalla forma.
.
 lo stesso per le sensazioni, per le percezioni, per gli impulsi e la coscienza.
La gente si impressiona anche solo a sentirle, queste cose, e pu giudicarle nichiliste. Ma non
sono affatto nichiliste; vuoto, o vacuit, significa vuoto di unesistenza intrinseca autonoma, in
altre parole vuol dire che niente  nessuna persona o cosa o impresa o nazione o atomo  esiste in s e
per s in quanto entit durevole, isolata, assoluta, indipendente da tutto il resto, niente! Ogni cosa
emerge dal gioco complesso di particolari cause e condizioni che a loro volta cambiano di continuo.
 unintuizione profondissima sulla natura della realt, questa; ed  arrivata di gran lunga prima
della fisica quantistica e della teoria della complessit, in seguito a pratiche meditative, non tramite il
pensiero o le speculazioni filosofiche.
Pensaci. Quellauto nuova che ti attira tanto: un mulinello nellacqua, nientaltro. Vuota.
Destinata a finire presto dallo sfasciacarrozze. Nel frattempo da godersi, certo, ma senza attaccamento.
Lo stesso il nostro corpo. Lo stesso le altre persone. Diamo cos tanta importanza agli altri, ne facciamo
dei diavoli, ci raccontiamo grandi o piccole storie sui loro trionfi o sulle loro tragedie, li dividiamo in
qualcuno e nessuno, ma fra un po non ci saremo pi n noi n loro, quanti siano i guai o le belle
cose che abbiamo portato nel mondo. I grandi problemi di ieri oggi non sono proprio niente. I grandi
problemi di oggi domani non saranno niente. Questo non significa che non fossero importanti: di fatto
potrebbero essere stati molto pi importanti di quanto non riusciamo a concepire. Per questo occorre
stare attentissimi a non farli diventare la solita solfa, per consunzione, a furia di pensarci sopra. Se ci
rendiamo conto della vacuit delle cose, ne realizzeremo immediatamente limportanza,
linterconnessione, il pieno valore; questo ci far agire con scopi pi chiari e maggiore integrit, e forse
anche con maggiore saggezza, nella vita privata o nelle scelte che danno forma alla politica nazionale o
nel comportamento sulla scena mondiale.
Ci  utile, infatti, riconoscere la vacuit intrinseca di quello che pu sembrarci durevole e dotato
di esistenza autonoma in ogni fenomeno e in ogni singolo momento. Questo ci pu liberare,
individualmente e collettivamente, dalla tendenza ad aggrapparci a interessi e desideri meschini e
utilitaristici, alla fin fine a ogni attaccamento, e anche da azioni meschine e utilitaristiche che tanto
spesso nascono da percezioni poco sagge o del tutto sbagliate di ci che sta succedendo nel panorama
interiore o esterno. Non intendo con questo suggerire una sorta di passivit o di acquiescenza
immorale, quanto piuttosto una consapevolezza saggia e compassionevole che tiene ben presente la
vacuit intrinseca e linesistenza del s e non teme di agire con forza e con il cuore a partire da quella
constatazione e di stare a vedere che cosa succede.
Perch la vacuit  intimamente correlata alla pienezza. Vacuit non significa un vuoto privo di
significato, unoccasione di nichilismo, passivit e disperazione o labbandono dei valori umani: al
contrario, vacuit  pienezza, significa pienezza, permette la pienezza,  linvisibile, intoccabile
spazio allinterno del quale determinati eventi possono emergere e dispiegarsi. Senza vacuit non c
pienezza. Semplice. La vacuit mira allinterconnessione di tutte le cose, di tutti i processi e fenomeni.
La vacuit ci permette una vera etica basata sulla reverenza per la vita e sul riconoscimento
dellinterconnessione di tutte le cose; unetica che riconosce come folle il tentativo di forzare le cose a
rientrare nei propri modelli ristretti e miopi per il proprio tornaconto, quando non c alcun io o
noi durevole che ne possa beneficiare, che si riferisca a un individuo o a una nazione.
Il sutra insiste:
N occhio, n orecchio, n naso, n lingua, n corpo n mente, n colore n suono, n odore n
gusto, n tocco, n oggetto mentale; non c regno degli elementi, dal regno visivo fino a quello della
coscienza mentale.
Guarda che ne fa dei sensi, dei cancelli attraverso i quali conosciamo il mondo!
Ci sta ricordando che nessuno dei nostri sensi, n ci che  oggetto della loro percezione, ha
esistenza assoluta e autonoma, che fanno tutti parte di un pi vasto edificio di cause ed eventi intessuti
gli uni negli altri. Abbiamo bisogno che ce lo ricordino pi e pi volte, per rompere labitudine
persistente di credere che lapparenza delle cose sia la realt, o almeno per rimetterla in discussione.
Non ci sono origini interdipendenti, dallignoranza alla vecchiaia e morte, n la loro
estinzione.40
Qui il sutra ci ricorda che ogni nostro concetto  vuoto di unesistenza intrinseca, comprese le
opinioni che abbiamo su noi stessi e sulle nostre possibilit di migliorare e trascendere checchessia. Sta
mirando al non dualismo, a ci che sta dietro ogni pensiero, al di l di tutti i concetti limitanti, compresi
gli insegnamenti buddhisti che qui e nelle righe seguenti sono esplicitamente inclusi fra ci che  privo
di esistenza intrinseca e autonoma:
Non c sofferenza n origine della sofferenza, n estinzione della sofferenza n Via, n
cognizione n realizzazione n alcunch da realizzare.
Le Quattro Nobili Verit, il Nobile Ottuplice Sentiero... via tutto, buttato dalla finestra. Eppure,
eppure...
Al Bodhisattva, che si basa sulla comprensione perfetta (prajaparamita), la mente 
dostacolo; senza alcun ostacolo, non c in lui paura alcuna. Si libera da ogni visione erronea e dimora
nel Nirvana.
Tutti i Buddha del passato, del presente e del futuro, grazie a questa comprensione perfetta,
raggiungono il vero, universale risveglio.
Il sutra dice che ogni realizzazione  possibile una volta che riconosciamo il fatto che non c
alcuna realizzazione n nulla da realizzare, che lo ricordiamo e lo incorporiamo nel nostro modo di
vivere il momento presente e la vita intera.  il dono della vacuit, questo, la pratica del non dualismo,
la manifestazione della prajaparamita, della suprema, perfetta saggezza. E ce labbiamo gi dentro:
non serve altro che esserla. Quando siamo la suprema, perfetta saggezza allora la forma  forma, il
vuoto  vuoto. E la mente non  pi prigioniera di niente, non  pi centrata su se stessa.  libera.
*
A quale riva vorresti traghettarti,
o cuore mio? Nessuno  in viaggio,
davanti a te, non c alcuna strada.
Dov il movimento,
dov la quiete su quella riva?
Non c acqua. N c barca
n c barcaiolo.
Non c fune a sufficienza per alare
la barca, n c un uomo che la tiri.
N terra, n cielo, n tempo
n altro, l. N riva n guado!
L non vi sono n corpo n mente.
E dov il luogo che spegner la sete dellanima?
Non troverai nulla in quel vuoto.
Sii forte, entra nel tuo stesso corpo;
poich l lo sgabello  ben saldo.
Valuta bene tutto ci, o cuore mio!
Non andare altrove.
Kabir dice: Abbandona ogni fantasia
e rimani fermo in ci che sei.
KABIR
Non c nessun cucchiaio.
Dalla sceneggiatura del film Matrix
Vivete nellillusione e nellapparenza delle cose.
C una realt, voi siete quella Realt.
Quando lo riconoscete vi rendete conto che non siete nulla,
e che, non essendo nulla, siete ogni cosa. Ecco tutto.
KALU RIMPOCHE.
...
.
...
FINE.
...
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...
.
...
Ringraziamenti.
...
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...
Poich le origini dei quattro volumi dedicati alla mindfulness, di cui La scienza della
meditazione  il primo, risalgono a un lungo percorso, ci sono molte persone a cui desidero esprimere
la mia gratitudine e la mia riconoscenza per i loro numerosi contributi nelle varie fasi della scrittura e
della pubblicazione di questi libri.
Per la prima edizione di Coming to Our Sense, pubblicato nel 2005, vorrei ringraziare il mio
fratello nel Dharma Larry Rosenberg del Cambridge Insight Meditation Center, come pure Larry
Horwitz e mio suocero, il defunto Howard Zinn, per aver letto di nuovo lintero manoscritto e per aver
condiviso con me le loro brillanti e creative intuizioni. La mia riconoscenza va anche ad Alan Wallace,
Arthur Zajonc, Doug Tanner, Richard Davidson, Will Kabat-Zinn e Myla Kabat-Zinn per aver letto
porzioni del manoscritto e per avermi fornito il loro saggio consiglio e la loro opinione in merito.
Ringrazio anche leditore originale, Bob Miller, e il redattore di allora, Will Schwalbe, oggi entrambi
alla Flatiron Books, per il loro sostegno e la loro amicizia, a quel tempo come adesso.
Desidero esprimere profonda e speciale gratitudine alleditore dei nuovi quattro volumi,
Michelle Howry, executive editor di Hachette Books, a Lauren Hummel e a tutto il team di Hachette
per la loro proficua collaborazione. Lavorare con te, Michelle,  stata una grande gioia in ogni
momento di questa avventura. Apprezzo molto il cortese spirito collegiale, la cura e la puntuale
attenzione ai dettagli con i quali hai abilmente tenuto insieme i pezzi di questo nuovo progetto.
Ho ricevuto il sostegno, lincoraggiamento e i consigli da molte persone, per cui errori e
imprecisioni nel testo sono unicamente mia responsabilit.
Desidero esprimere gratitudine eterna e rispetto a tutti i miei colleghi, passati e attuali, che
insegnano nella Clinica per la riduzione dello stress e presso il Center for Mindfulness e, pi
recentemente, anche a quegli insegnanti e ricercatori che fanno parte della rete globale delle istituzioni
affiliate della CFM. Tutti, sia in senso letterale sia in senso metaforico, hanno dedicato le loro vite e la
loro passione a questo lavoro. Quando ho pubblicato il libro originale, avevano insegnato MBSR nella
Clinica di riduzione dello stress per diversi periodi di tempo dal 1979 al 2005: Saki Santorelli, Melissa
Blacker, Florence Meleo-Meyer, Elana Rosenbaum, Ferris Buck Urbanowski, Pamela Erdmann,
Fernando de Torrijos, James Carmody, Danielle Levi Alvares, George Mumford, Diana Kamila, Peggy
Roggenbuck-Gillespie, Debbie Beck, Zayda Vallejo, Barbara Stone, Trudy Goodman, Meg Chang,
Larry Rosenberg, Kasey Carmichael, Franz Moekel, il compianto Ulli Kesper-Grossman, Maddy Klein,
Ann Soulet, Joseph Koppel, la defunta Karen Ryder, Anna Klegon, Larry Pelz, Adi Bemak, Paul
Galvin e David Spound.
Oggi, nel 2018, la mia ammirazione e gratitudine vanno agli attuali insegnanti del Center for
Mindfulness e ai programmi associati: Florence Meleo-Meyers, Lynn Koerbel, Elana Rosenbaum,
Carolyn West, Bob Stahl, Meg Chang, Zayda Vallejo, Brenda Fingold, Dianne Horgan, Judson Brewer,
Margaret Fletcher, Patti Holland, Rebecca Eldridge, Ted Meissner, Anne Twohig, Ana Arrabe, Beth
Mulligan, Bonita Jones, Carola Garcia, Gustavo Diex, Beatriz Rodriguez, Melissa Tefft, Janet
Solyntjes, Rob Smith, Jacob Piet, Claude Maskens, Charlotte Borch-Jacobsen, Christiane Wolf, Kate
Mitcheom, Bob Linscott, Laurence Magro, Jim Colosi, Julie Nason, Lone Overby Fjorback, Dawn
MacDonald, Leslie Smith Frank, Ruth Folchman, Colleen Camenisch, Robin Boudette, Eowyn
Ahlstrom, Erin Woo, Franco Cuccio, Genevive Hamelet, Gwenola Herbette e Ruth Whitall. Florence
Meleo-Meyer e Lynn Koerbel sono stati eccezionali nel guidare e formare la rete globale di insegnanti
MBSR presso il CFM.
La mia profonda riconoscenza va a tutti coloro che hanno contribuito in maniera determinante
in svariati modi alla gestione del MBSR e alle ricerche e iniziative scientifiche del Center for
Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society: Norma Rosiello, Kathy Brady, Brian Tucker, Anne
Skillings, Tim Light, Jean Baril, Leslie Lynch, Carol Lewis, Leigh Emery, Rafaela Morales, Roberta
Lewis, Jen Gigliotti, Sylvia Ciario, Betty Flodin, Diane Spinney, Carol Hester, Carol Mento, Olivia
Hobletzell, la defunta Narina Hendry, Marlene Samuelson, Janet Parks, Michael Bratt, Marc Cohen e
Ellen Wingard; estendo la mia gratitudine allattuale leadership, formatasi sulle solide basi di Saki
Santorelli, che ha guidato il centro per diciassette anni: Judson Brewer, Dianne Horgan, Florence
Meleo-Meyer e Lynn Koerbel, che hanno lo straordinario supporto di Jean Baril, Jacqueline Clark,
Tony Maciag, Ted Meissner, Jessica Novia, Maureen Titus, Beverly Walton, Ashley Gladden, Lynne
Littizzio, Nicole Rocijewicz e Jean Welker. E i miei ossequi vanno a Judson Brewer, MD, PhD, che 
diventato, nel 2017, il direttore e fondatore della Divisione di Mindfulness presso il Dipartimento di
Medicina della University of Massachusetts Medical School, la prima divisione di mindfulness in una
facolt di medicina nel mondo, un segno dei tempi e della promessa di quello che ci aspetta in futuro.
Voglio esprimere anche il mio grande apprezzamento per la mole e la profondit del lavoro di
ricerca e per i contributi forniti presso il CFM nel 2018 a: Judson Brewer, Remko van Lutterveld,
Prasanta Pal, Michael Datko, Andrea Ruf, Susan Druker, Ariel Beccia, Alexandra Roy, Hanif Benoit,
Danny Theisen e Carolyn Neal.
Infine, vorrei anche esprimere la mia gratitudine e il mio rispetto per le migliaia di persone che,
nel mondo, lavorano nellapplicazione della pratica della mindfulness o stanno studiando approcci
basati sulla mindfulness in ambito medico, psichiatrico, psicologico, in quelli dellassistenza sanitaria,
dellistruzione, della giurisprudenza, e in altri settori come quelli della giustizia sociale, della
guarigione dei rifugiati che hanno subito traumi o che sono stati vittime di genocidio (come nel Darfur
meridionale) e che si dedicano allo studio dellapplicazione della mindfulness per tanti altri aspetti
della vita sociale  come supporto al parto e alla genitorialit, sul luogo di lavoro, in ambito
governativo, nelle carceri  e che si premurano di onorare il Dharma nella sua profondit e bellezza
universale. Tu sai chi sei, se sei nominato qui o no! E, se non lo sei,  solo a causa delle mie mancanze
e dei limiti dello spazio. Voglio onorare in modo esplicito il lavoro di Paula Andrea Ramirez
Diazgranados in Colombia e nel Sud Darfur; Hui Qi Tong negli Stati Uniti e in Cina; Kevin Fong, Roy
Te Chung Chen, Tzungkuen Wen, Helen Ma, Jin Mei Hu e Shih Shih Ming in Cina, Taiwan e Hong
Kong; Heyoung Ahn in Corea; Junko Bickel e Teruro Shiina in Giappone; Leena Pennenen in
Finlandia; Simon Whitesman e Linda Kantor in Sudafrica; Claude Maskens, Gwnola Herbette, Edel
Max, Caroline Lesire e Ilios Kotsou in Belgio; Jean Grard Bloch, Genevive Hamelet, Marie-Ange
Pratili e Charlotte Borch-Jacobsen in Francia; Bonus Katherine, Trish Magyari, Erica Sibinga, David
Kearney, Kurt Hoelting, Carolyn McManus, Mike Brumage, Maureen Strafford, Amy Gross, Rhonda
Magee, George Mumford, Carl Fulwiler, Maria Kluge, Mick Krasner, Trish Luck, Bernice Todres, Ron
Epstein e il Rappresentante degli Stati Uniti dAmerica Tim Ryan; Paul Grossman, Maria Kluge,
Sylvia Wiesman-Fiscalini, Linda Hehrhaupt e Petra Meibert in Germania; Joke Hellemans, Johan
Tinge e Anna Speckens in Olanda; Beatrice Heller e Regula Saner in Svizzera; Rebecca Crane, Willem
Kuyken, John Teasdale, Mark Williams, Chris Cullen, Richard Burnett, Jamie Bristow, Trish Bartley,
Stewart Mercer, Chris Ruane, Richard Layard, Guiaume Hung e Ahn Nguyen nel Regno Unito; Zindel
Segal e Norm Farb in Canada; Gabor Fasekas in Ungheria; Macchi de la Vega in Argentina; Johan
Bergstad, Anita Olsson, Angeli Holmstedt; Ola Schenstrm, Camilla Skld in Svezia; Andries Kroese
in Norvegia; Jakob Piet e Lone Overby Fjorback in Danimarca; Franco Cuccio in Italia. Che il vostro
lavoro possa continuare a raggiungere coloro che ne hanno pi bisogno, entrando in contatto, chiarendo
e alimentando ci che di migliore abbiamo dentro di noi, contribuendo cos, su piccola e vasta scala,
alla guarigione e a quella trasformazione che sono ardente aspirazione e desiderio dellumanit.
LEditore ringrazia, per lautorizzazione a pubblicare alcuni brani, le case editrici:
BUR Rizzoli per
HENRY DAVID THOREAU, Walden, ovvero Vita nei boschi, Milano 1996.
Garzanti per
T.S. ELIOT, Quattro quartetti, a cura di Filippo Donini, Milano 1979.
A. DE SAINT EXUPERY, Il Piccolo Principe, traduzione di M. Birattari, Milano 2015.
Mondadori per
EMILY DICKINSON, Tutte le poesie, Milano 2005.
STEVEN PINKER, Come funziona la mente, Milano 2000.
Neri Pozza per
TICH NHAT HANH, Il cuore dellinsegnamento del Buddha,Vicenza 2000.
Red Edizioni per
KABIR, I canti di Kabir, Milano 1999.
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Note.
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Nuova prefazione.
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1. Un elenco parziale include MBCP, per partorire e diventare genitori per mezzo della
consapevolezza; MBRP, per prevenire le ricadute nelle dipendenze per mezzo della consapevolezza;
MB-EAT, per unalimentazione sana per mezzo della consapevolezza e per curare i disturbi alimentari;
MBSPE, per il miglioramento delle prestazioni sportive per mezzo della consapevolezza; MBWE, per
uneducazione al benessere per mezzo della consapevolezza ecc. 2. Vipassana, in pali, un dialetto del
sanscrito: visione profonda, conoscenza non discorsiva. Per antonomasia  diventato il nome di una
pratica di meditazione di consapevolezza che discende dal buddhismo Theravada. (N.d.T.)
Introduzione. La sfida di tuttuna vita
3. Steven Chu, premio Nobel per la fisica della Stanford University, atti del X incontro del Mind and
Life Institute tenutosi a Dharamsala (India) nellottobre 2002. 4. Essa non rifugge la chiarezza e il
discernimento, n i valori umani come, appunto, la gentilezza e la compassione. 5. Non lasciatevi
spaventare. Ortogonale significa solo a novanta gradi in relazione al sistema di coordinate utilizzato.
Descrive una nuova dimensione al di l di quelle convenzionali con cui abbiamo familiarit per darci
una prospettiva sullinsieme basata su una dimensionalit pi grande.
La meditazione non  per i pavidi
6. Wu wei (non-fare), uno degli insegnamenti orientali pi fraintesi nel mondo occidentale: non
inattivit ma azione che va nel verso delle cose; labbandono dellabitudine di opporre alle vicende e
alle persone la propria volont disarmonica, discriminante e personalistica per imparare a vedere il
flusso delle cose nel loro insieme e a portarvi il proprio contributo armonioso, nel tempo e nel luogo
opportuni. (N.d.T.) 7. Vedi per esempio il recente bestseller di Robert Wright, Perch il buddhismo fa
bene, Milano, Vallardi, 2018.
Una testimonianza di fedelt al giuramento di Ippocrate
8. Molto tempo dopo venni a sapere che quellincontro era stato indetto per affrontare e, si sperava,
risolvere almeno alcune delle frizioni che erano sorte fra il Centro medico, relativamente nuovo, e gli
ospedali pubblici locali riguardo alla chiusura dei corsi interni individuali di chirurgia negli ospedali e
alla creazione di un unico corso integrato dellUniversit del Massachusetts, chiusura che aveva fatto
nascere molti rancori nei confronti dellUniversit. E cos il dottor Wheeler si era dato molto da fare
per quellincontro e per lui era importante che si svolgesse proprio in quella sala, molto accogliente e
appropriata alloccasione.
La meditazione  dappertutto
9. Titolo originale: Full Catastrophe Living;  stato pubblicato nel 2005 da Corbaccio. (N.d.T.) 10.
LInside Passages Project organizza settimane di meditazione e di percorsi in kayak nella zona detta
Inside Passage dellAlaska meridionale.
Momenti originali
11. Seung Sahn, Stephen Mitchell, Dropping Ashes on the Buddha, Grove Press, New York 1994.
Ulisse e il veggente cieco
12. Nelloriginale He has taken leave of his senses, alla lettera ha abbandonato i suoi sensi. (N.d.T.)
13. Si riferisce alla nota parabola che paragona la realt a un elefante e gli uomini a un gruppo di ciechi
che cerca di capire che cosa sia: ognuno di loro dice una cosa diversa ( un tronco dalbero,  una
corda,  un masso) a seconda della parte dellanimale che sta toccando. (N.d.T.) 14. A dire la verit
Tiresia predice a Ulisse un ultimo viaggio, stavolta da solo, senza il suo manipolo di guerrieri: viagger
nella solitudine e nellinteriorit, portandosi in spalla un remo, finch uno straniero che non ha mai
visto il mare finir per chiedergli: Che cos quella specie di spulatrice che tieni sulla spalla?. La
spulatrice era un attrezzo che si usava anticamente per separare il grano dalla pula; qui  simbolo di
saggio discernimento, di una saggezza che Ulisse raggiunger solo molto tempo dopo la fine della sua
odissea, una volta sterminati i pretendenti di sua moglie, una volta restaurato il proprio regno. Questo
viaggio interiore degli anni pi maturi  preannunciato dal veggente cieco e poi mai pi citato
nellopera di Omero. Secondo Helen Luke, che ha osato scrivere la storia che Omero non ha mai
raccontato (in: Old Age, Bell Tower, N.Y. 2001), quella di Tiresia  una predizione del viaggio che si
fa in et avanzata verso la saggezza e la pace interiore, un preannuncio della riconciliazione con gli dei
offesi dalla nostra cecit e dal nostro orgoglio, dalla nostra hybris. 15. Fuzzy alla lettera vuol dire
lanuginoso, coperto di peli, per estensione anche indistinto, sfumato. (N.d.T.) 16. In italiano:
Il fuzzy-pensiero. Teoria e applicazioni della logica fuzzy, Baldini & Castoldi, Milano 1997. 17. A. de
Saint-Exupry, Il Piccolo Principe, traduzione italiana di M. Birattari, Garzanti, Milano 2015, pp. 5-6.
Meditazione: non  quel che pensi
18. Il termine significa in realt estinto, come si usa dire del fuoco quando si  spento del tutto. Il
nirvana si verifica quando pensiamo che sia noi stessi sia i nostri desideri si sono completamente
estinti, in altre parole quando non c pi nulla. 19. Nelloriginale re-mind, richiamare alla mente.
Significative entrambe le versioni! (N.d.T.)
Ne vale la pena? Limportanza della motivazione
20. Nella maggior parte delle lingue asiatiche il termine usato per indicare la mente e quello usato per
indicare il cuore sono uguali, quindi se quando sentiamo parlare di consapevolezza della mente non
avvertiamo la connessione con il cuore non stiamo veramente comprendendo la sua vera dimensione e
il suo significato.
Presenza
21. Dal 1988 S.S. il XIV Dalai Lama  impegnato annualmente in un incontro di alcuni giorni con i
maggiori scienziati del mondo in svariati campi della scienza, incontri durante i quali si scambiano
conoscenze sulla natura della mente e del cervello secondo la tradizione buddhista tibetana e le pi
moderne scoperte della scienza occidentale, in particolare delle neuroscienze. Il progetto si chiama
Mind and Life, Mente e vita, ed  coordinato da un apposito istituto, il Mind and Life Institute, che
cura anche la pubblicazione dei resoconti. In italiano ne sono stati pubblicati alcuni, per esempio Ponti
sottili, Neri Pozza, Vicenza 1989 e Le emozioni distruttive, Mondadori, Milano 2002. (N.d.T.)
Un radicale atto damore
22. Definizione con cui Suzuki Roshi, maestro giapponese di Zen Soto e fondatore del San Francisco
Zen Center, rende linnocenza della ricerca aperta e sgombra su chi si  e su che cos la mente, che si
svolge in base allesperienza diretta sul cuscino di meditazione. Nella mente di principiante ci sono
molte possibilit, nella mente da esperto ce ne sono poche. In italiano vedi Shunryu Suzuki, Mente
Zen, mente di principiante, Ubaldini, Roma 1976, 2001. 23. Nelloriginale, gioco di parole
intraducibile fra sit down, sedersi, e sit up, tirarsi su, ben eretti. (N.d.T.)
Leredit della tradizione
24. Per ulteriori informazioni su questo argomento, nel contesto della mindfulness e di MBSR, vedi J.
Kabat-Zinn, Some Reflections on the Origins of MBSR, Skillful Means, and the Trouble with Maps, in
J.M.G. Williams e J. Kabat-Zinn (Eds), Mindfulness: Diverse Perspectives on Its Meaning, Origins,
and Applications, Routledge, London 2013, pp. 281-306.
Etica e karma
25. Per maggiori dettagli su questo caso straordinario vedi Robert M. Sapolsky, Behave: The Biology
of Humans at Our Best and Worst, Penguin, New York 2017, pp. 656-658.
Lattenzione: perch  tanto importante?
26. In inglese malattia  disease, con la stessa etimologia del nostrano disagio (dis-agio) che per ha
significato pi blando. (N.d.T.)
Le calamite di dukkha
27. Vedi, per esempio, M. Samuelson, J. Carmody, J. Kabat-Zinn, J. e M.A. Bratt,
Mindfulness-Based Stress Reduction in Massachusetts Correctional Facilities, The Prison Journal,
2007, 87, pp. 254-268. 28. Helen Keller, americana, dopo aver perso vista, udito e parola a 18 mesi
svilupp possibilit espressive e comunicative inedite con laiuto della giovane insegnante Anne M.
Sullivan (la loro storia  soggetto del film Anna dei miracoli), e dedic poi tutta la vita al
riconoscimento dei diritti delle persone con handicap sensoriali. (N.d.T.)
Dharma
29. In questa accezione le lingue occidentali usano trascriverlo con liniziale maiuscola. (N.d.T.) 30.
In: Thich Nhat Hanh, Il cuore dellinsegnamento del Buddha, Neri Pozza, Vicenza 2000, p. 72. (N.d.T.)
Unintera nazione in deficit dattenzione
31. Il telelavoro, in Italia,  ancora ai primordi, ma  questa la direzione in cui sta andando anche il
nostro stile di vita. (N.d.T.)
Una continua attenzione parziale
32. Jeff Garten, The Mind of the CEO, Perseus/Basic Books, New York 2001. 33. Ritalin:
psicofarmaco che negli USA si somministra ai bambini con diagnosi di ADHD (e che in altri Paesi 
stato bandito perch il suo uso prolungato pu causare gravi alterazioni fisiche, psichiche e
comportamentali simili a quelle provocate dalle anfetamine). (N.d.T.) 34. Vedi il libro del mio collega
Judson Brewer, Vincere la dipendenza. Sigarette, smartphone, relazioni. Come superare le abitudini
autodistruttive, Ferrari Sinibaldi, Milano 2018.
Il senso del tempo che scorre
35. Vedi, per esempio, M. Tegmark, Vita 3.0. Esseri umani nellera dellintelligenza artificiale,
Raffaello Cortina Milano, 2018.
La consapevolezza non ha centro n periferia
36. Steven Pinker, How the Mind Works; trad. it. Come funziona la mente, Mondadori, Milano 2000.
(N.d.T.)
Vacuit
37. Robert Fuller, Somebodies and Nobodies, New Society Publishers, Gabriola Island, Canada 2003.
38. Jared Diamond, Guns, Germs, and Steel; trad. it. Armi, acciaio e malattie: breve storia del mondo
negli ultimi dodicimila anni, Einaudi, Torino 1998. (N.d.T.) 39. Nel buddhismo si chiama nome e
forma quellinsieme di definizioni e apparenze esteriori a cui tendiamo ad attaccarci scambiandole per
la realt, errore che contribuisce a generare e perpetuare la sofferenza. La vacuit  una delle tre Porte
della liberazione, dunque un fattore positivo; anche lattaccamento a un fattore positivo, per, 
nefasto quanto ogni altro genere di attaccamento. (N.d.T.) 40. Questo passaggio allude alla cosiddetta
catena delloriginazione interdipendente composta di dodici anelli, identificata dal Buddha come la
serie di cause-effetto che mettono in moto la sofferenza: ignoranza, volizione, coscienza, nome e forma
(o mente e corpo), sensi e oggetti della percezione sensoriale, contatto, sensazioni e sentimenti, avidit,
attaccamento, venire in essere, nascita, vecchiaia e morte. (N.d.T.).
...
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...
FINE.